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Mostra del Cinema di Venezia 2005
Immagine dal manifesto della mostra

Diario 6 - 10 settembre (archivio diario: 01 - 02 - Global Beach 01)

Sympathy for Lady Vengeance - Park Chan-wookGli ultimi giorni della mostra sono stati i più ordinati e sereni, tranne le premiazioni collaterali, cerimonia che ha il compito arduo di distribuire onori ai film meno segnalati dalle giurie più celebri, come quella presieduta, quest'anno, da Dante Ferretti. Ma il livello dei film, sul quale si ama dibattere, per portare acqua al proprio mulino e, dall'altra parte, per tutte le eventuali detrazioni ed accuse al comitato organizzativo e di selezione del festival, è stato molto ordinario. Pochi film hanno stimolato l'immaginazione. Per questo i film più estremi e "differenti" sono stati automaticamente quelli in grado di superare le soglie dei luoghi comuni (della visione morale e non). Con prospettive nuove per l'originalità dello spazio cinematografico. Come Sympathy for Lady Vengeance di Park Chan-wook che, con la trilogia della vendetta (i primi due capitoli erano Sympathy for Mr Vengeance e Old Boy), fissa la mdp direttamente sul baratro di un sentimento velenosissimo. Il cinema di Park Chan-wook non ha mai paura di mettere a nudo i pensieri brutali dell'anima, li visualizza senza filtri, il suo orrore non è il risultato di messa in scena, ma di svelamento continuo di vari vissuti, coincidenti con personaggi comuni, che non hanno niente di eroico, anzi corrispondono alla diversità individuale senza alcuna necessità di creare tipologie riconoscibili. Sono personaggi dalla fisicità prorompente e dimostrano in modo anche solenne l'imprescindibilità del corpo come strumento di punizione o come strumento che subisce crudamente la vendetta, con segni, cicatrici che evolvono spesso in ferite profonde, rivoli copiosi di sangue. Il cinema di Park Chan-wook ha un'evidenza disturbante. Per questo probabilmente ha ricevuto solo qualche riconoscimento dalle giurie collaterali (quella di Cinemaavvenire). Il cinema di Park Chan-wook, infatti, offende spesso l'ordine della sensibilità attutita e programmata della società contemporanea. Mentre la cronaca serve in continuazione esplosioni di rabbia, tra bombe, attentati ecc, Park Chan-wook elimina le ragioni storiche del dramma umano e lo riconduce allo stato primordiale. Una ripetitività immutabile, oscura, onnipresente nella storia e quindi riproducibile nei suoi aspetti viscerali, che sono poi quelli più interessanti per il grado altissimo di perturbante, segreto mistero dell'essere umano. E in fondo la trilogia altro non è che un approfondimento dei vari aspetti, delle differenze maschili e femminili, ma senza approdare alle conclusioni. Sympathy for lady Vengeance ci regala anche una delle scene più incredibili e deliranti mai messe in scena: la vendetta collettiva da parte delle famiglie con il colpevole assassino totalmente a disposizione dei carnefici qualunque. In questo spazio la vendetta è una questione tecnica, da operare con precisione, coltelli e arnesi simili appuntiti e taglienti alla mano, per eseguire le mutilazioni, per incidere la carne dell'ennesima vittima nel segno sublime della vendetta.

Persona non grata di Krzysztof Zanussi può essere scambiato per un film ordinario, e invece, già dal titolo, Zanussi lavora sul livello dell'evidenza, anzi della non evidenza nei rapporti umani. L'ambientazione, la sede diplomatica polacca in Uruguay, è perfetta per illuminare il groviglio spionistico di sensazioni, intuizioni, impressioni che governano le attività umane. La separazione dall'ideale serenità d'animo all'ombra di grandi virtù corrisponde alla malinconia del protagonista Wiktor, visualizzata dalla scomparsa della moglie, figura che Zanussi lascia nel meandro dei ricordi, delle memorie affioranti, e non tira in ballo in forma di flashback. Come se l'intero passato del protagonista si dovesse percepire non come informazione, ma come sensazione emozionale, sentimento greve, che riduce la quotidianità a un fastidioso fardello. L'andirivieni di Wiktor sembra più sottomesso a uno stato confusionale, tra equivoci ed eventi apparentemente minori, come la morte del cane Ippolito, che invece sono il punto di forza della storia. Persona non grata è lo stato psicologico di una sola persona, la sua visione limitata e limitante che costituisce un avvolgimento totale della visione, chiusa dentro la gabbia di un solo orizzonte.

Una delle opere più straordinarie è senz'altro Die Grosse Stille - Il grande Silenzio di Philip Gröning. Sarebbe banale considerarlo documentario, perché il termine ha sempre una connotazione sfuggente. Die Grosse Stille è opera sulla visionarietà del tempo, proprio perché lontana dai tempi diversi della ripetitiva quotidianità. Gröning riproduce il tempo all'interno del monastero dell'ordine certosino di Charteuse. Un tempo fatto di immagini ridotte alla documentazione di un accadimento preciso. Il film è una testimonianza diretta di molti aspetti della vita monastica, e si immerge totalmente nella dimensione silente di questa vita, costruita innanzitutto intorno alla meditazione e alla preghiera ed allo svolgimento di tutti i compiti per l'ordine stesso di ogni individuo. Quella cura di sé necessaria e che include l'attuazione delle mansioni più varie per la propria sopravvivenza, come tagliare la legna, cucinare, ordinare la propria stanza. In 160 minuti è possibile sprofondare nel tempo di un'altra vita. La comunità di monaci è vista con camera fissa, senza musiche o altri orpelli cinematografici. Cosicché il film corrisponde solo alla scelta delle varie scene da riprendere e al tempo che occorre per registrarle. Sono queste le uniche opzioni che Gröning si preoccupa di rendere invisibili, per non dare una direzione o un'indicazione determinata all'opera. Vita semplicemente da contemplare.

Carmen di Jean Pierre Limosin ha il coraggio di superare i percorsi antropologici, abbandonandosi al destino di un altro occhio impossibile, quello della scimmia bonobo Carmen. Limosin ribalta continuamente il punto di vista dove è l'umano ad essere scrutato da una gabbia insonorizzata. Da lì Carmen può tentare di interagire non come qualsiasi prigioniero, non possedendo la parola, può solo battere sul vetro, urlare, subire sulla propria pelle tutta l'eccitazione nervosa, lo sconforto, l'impotenza, la dolorosa frustrazione di essere incompreso, tra umani, dai quali è separata da quella ridicola percentuale di differenza cromosomica; ma essa sente, ha una sensibilità ed è in grado di esprimerla e renderla perfino visibile. Carmen è in grado di comunicare attraverso un linguaggio ad hoc di segni che gli scienziati hanno preparato per lei. Sono simboli che Carmen può indicare sullo schermo del laboratorio per stabilire un linguaggio complesso e completo. Relazioni fortissime contraddistinte da una ricchezza di affetti che è alla base della sopravvivenza stessa della scimmia. Tanto che in seguito la malattia esplode come manifestazione di un'affettività negata. Limosin sottolinea la goffaggine umana, il disprezzo e la crudeltà laddove il protagonista proverà a liberarsi di Carmen tentando di farla affogare in un lago e ironicamente viene salvato dalla stessa scimmia che allunga la zampa dalla barca per sottrarlo alle acque. Carmen è un film impossibile per la sua totale inaccessibilità al senso comune contemporaneo, tra mille anni se saremo ancora sul pianeta terra proveremo vergogna per l'insensibilità verso il cosiddetto mondo animale, ma per fortuna Carmen è più di un segno positivo di progresso, di evoluzione spirituale tutta ancora da conquistare. Girato con assoluta semplicità, Carmen ha i suoi climax nella creazione di scene esemplari come quella del salvataggio già citata, ma sono sequenze in cui manca ogni tipo di sottolineatura didascalica. Tra queste è esemplare la riunione aziendale durante la quale nel corso di un gioco gli impiegati appaiono più simili a stupide scimmie che si agitano. Lo stesso vale per il test a cui è sottoposto il protagonista: immagine rovesciata dello stesso test di capacità a cui è sottoposto il bonobo.

Con Vers Sud, il cinema di Laurent Cantet continua ad essere severamente politico e militante. Cantet osserva la terrificante pantomima dei corpi soggetti al potere. Il titolo "Verso Sud" fa chiaro riferimento alla geografia delle risorse umane (non a caso "risorse umane" era il titolo di un altro suo film...) da sfruttare senza morale ed etica. Il personaggio di Charlotte Rampling incarna questa totale disillusione della bontà. Di fronte ai propri bisogni, compresi quelli sessuali, il denaro stabilisce i rapporti di forza. Nel finto paradiso di Haiti, finto perché è sempre stato un inferno per le popolazioni di colore, le turiste che non muoiono mai comprano a piacimento gli stalloni neri. Questi ultimi vivono in modi paralleli non visibili. Per questo Cantet non ci fa vedere la vita reale o l'altra vita (vera) di Legba (il premiato Ménothy Cesar). Con semplici allusioni intuiamo il grado di sofferenza e pericolo, perché la sua professione, vendere il proprio corpo, come in tutti i luoghi del pianeta, non è mai esente da intromissioni di interessi poco raccomandabili.
Il cinema di Cantet schematizza con estrema logica i giochi degli amanti, illuminati dalla lucidità gelida di un'impietosa mdp, capace di scavare nel volto stesso degli interpreti l'impressionante situazione emotiva, chiarita peraltro da stranianti siparietti extradiegetici nei quali ogni personaggio fa un breve resoconto della propria vita.

O fatalista di João Botelho preleva l'immaginario dal testo di Denis Diderot, "Jacques Le Fataliste", che aveva già ispirato Bresson con La Dame du Bois de Boulogne, gettando i personaggi nell'utopia della Storia come progresso civile. Ma lo scambio di battute iniziali, come "ogni cosa che succede quaggiù è scritta lassù", frustra le ambizioni umane riducendole a quel teatrino perpetuo della lotta di classe. Per questo motivo ogni direzione del racconto sembra nascere dall'unica dialettica possibile quella tra padrone e servo, laddove, come si evince anche nell'ultima opera di De Oliveira, è il rango inferiore a produrre intellighenzia, filosofia e sapere e quindi anche possibile evoluzione del pensiero, mentre le nobili appartenenze, i ceti sociali superiori mantengono quell'asfittica immobilità che si traduce nell'arroganza di un privilegio considerato naturale ed immutabile. Ma le sorti della civiltà umana, secondo Diderot, possono essere spostate grazie al principio di forza (delle parole e dei fatti) di tutti gli uomini, portatori di un principio di uguaglianza, secondo i dettami rivoluzionari francesi. Il testo di João Botelho è ricco di ironia e sarcasmo, soprattutto quando sgretola, in modo bu“ueliano (l'ansia e l'angoscia borghese di perdere tutto), il principio di superiorità di classe. Tutte le storie sono possibili ed anche il racconto dipende dalla fantasia onirica e non dei personaggi, ma in tutte le storie è il confronto tra classi a suggerire spassose direzioni, vie dirette o traverse, come per il medesimo road movie condotto da servo e padrone verso una rotta indefinita.

Everlasting Regret - Stanley Kwan

Everlasting Regret, di Stanley Kwan, è un viaggio doloroso nel tempo della vita, con la giusta cadenza melodrammatica, tra abbandoni, separazioni, tradimenti ecc. Il decor, firmato da William Chang che ha lavorato soprattutto con Wong Kar Wai, è determinante, perché lo stile visivo è un flusso continuo, flusso temporale e sensoriale, che si traduce in atmosfera storica tra le icone di una città, Shangai, che si intuisce, nella prevalenza di interni, laddove è formidabile lo spaccato di vita prelevato nel suo concreto contesto sentimentale, emotivo, drammatico.

Con Mary Abel Ferrara continua il percorso tormentoso nel "labirinto" della religione cattolica tra misteri soprannaturali, iconologia del Cristo, fede in crisi, salvezza dell'anima. E già il titolo riconduce lo stato mentale del protagonista agnostico verso l'incertezza della figura mariana di fronte al precipitare degli eventi che mettono in moto la spiritualità sopita. Sembra proprio questo il nucleo dell'opera: l'ambivalenza del sentimento religioso pronto ad accendersi dinanzi al dolore estremo, la perdita, il lutto. L'immaginario di Ferrara è sempre virato alla condizione viscerale della fede, momento non sereno dell'esistenza ma spinto dalla ineluttabilità degli eventi vitali. Il rapporto con la divinità è quindi una presenza costante, ma ha visibilità e situazioni diverse. Così le improvvise conversioni, determinate da circostanze intime, più che da fatti riconoscibili da tutti. Il pregio di Mary è che tutte le differenze religiose sono ricondotte alla stessa matrice umana: la condizione di precarietà e di impotenza di fronte al mistero dell'universo. Così lo scetticismo è solo la condizione di sospensione, un po' folle un po' coraggiosa, che precede l'inevitabile scoramento, la crisi sempre pronta ad affiorare, nutrita dalla più flebile speranza di dimensione trascendente.

Andrea Caramanna


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