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Mostra del Cinema di Venezia 2004
Immagine dal manifesto della mostra

Diario 9 - 10 - 11 settembre (archivio diario: 01 - 02 - 03)

Ultimi giorni trascinati da una sala all’altra per gli ultimi clamorosi ritardi, clamorosi perché senza un filo di motivazione. Ieri (10 settembre) si è consumato pure un fatale errore di scambio di rulli nella proiezione di Eros (sezione Fuori Concorso) film ad episodi rispettivamente di Wong Kar-Wai, Steven Soderbergh, Michelangelo Antonioni: la "pizza" intrusa era quella di Stryker (sezione Orizzonti) di Noam Gonick. In sala è successo il pandemonio, con ululati contro Procacci, intervenuto per calmare il pubblico inferocito. Dopo una decina di minuti il film è ricominciato mutilando malamente l’episodio di Soderbergh. Quest’ultimo insieme a Wong Kar-wai palesa un’ispirazione indiscutibile, nell’episodio intitolato Equilibrium con una scena lunghissima in bianco e nero nello studio di uno psicanalista negli anni cinquanta un po’ alla Woody Allen. Soderbergh è davvero un maestro nel suggerire una molteplicità di sguardo che si traduce in prospettive che esprimono il senso del grottesco. Smontano il giocattolo della psicanalisi e fanno sprofondare i personaggi in una dimensione di totale squilibrio.

L’episodio di Wong Kar-wai, The hand (La mano), è una continuazione stilistica di In the mood for love forse ancora più ossessionata dalla brevità del racconto. In pochi minuti Wong Kar-wai riesce a costruire il respiro di un lungometraggio. I percorsi incrociati dei due protagonisti sono assolutamente perfetti nella loro flagrante perversione, laddove individuano i fluidi, le pulsioni desideranti, gli scivolamenti sulla carne organica riepilogati dalle misure sartoriali. L’episodio di Antonioni, dal titolo abbastanza banale, Il filo pericoloso delle cose, è del tutto artificioso. Antonioni tenta di penetrare completamente ogni superficie catturata dall’obiettivo, compreso la vistosa Maserati. Ma la seduzione, anche se indubbia, in questo caso somiglia a una clip pubblicitaria. Il finale è assolutamente proiettato nella registrazione della danza libera di corpi femminili, ed è questo il miglior momento del film, per la felice deriva narrativa.

Mar adentro (sezione Concorso) di Alejandro Amenabar sorprende per il cambio di rotta rispetto alla filmografia precedente del regista spagnolo che ha girato opere dal movimento parossistico di storie e personaggi. All’inizio del film si è curiosi di seguire la vicenda del protagonista Ramon (Javier Bardem) costretto a letto da trent’anni, considerato che l’unico spazio scenico è quello della sua camera. Eppure, grazie a Bardem, corpo prodigioso di interprete, il film trova una sua inaspettata dimensione nell’immobilità del protagonista, lavorando in modo abbastanza raffinato sul senso dei rapporti esterni. Per fortuna Amenabar non si lascia tentare da soluzioni sentimentali troppo triviali, cosicché risulta accettabile anche la tesi che sostiene il film, il diritto all’eutanasia. Fermo restando che i momenti più interessanti sono i racconti di Ramon e le esplosioni della mdp al di fuori della stanza che simulano proprio l’estasi come superamento della immobilità, di un al di là raggiungibile passando attraverso l’esperienza della morte, come processo naturale desiderato, atteso.

Promised Land (sezione Concorso) di Amos Gitai è una discesa all’inferno dei fenomeni migratori della prostituzione nelle terre martoriate del conflitto arabo israeliano ampiamente documentato in opere precedenti (pensiamo innanzitutto a Kippur). Gitai è meno riflessivo e indiretto rispetto agli ultimi Alila e Kedma (Verso Oriente), sebbene qui si sottolinei una tesi di molti suoi film, vale a dire la continuazione feroce e crudele degli affari quotidiani in tempo di guerra, anche se non strettamente connessi, ma sempre legati a brutali interessi economici, dove sono coinvolti uomini e donne. la sequenza "madre" descrive, nell’oscurità del deserto illuminata da alcune torcie, la vendita all’asta dei corpi misurati, tette e culi tastati, analizzati, divorati dagli occhi esperti che sanno tradurli in danaro. Gitai segue con la mdp a mano i personaggi in una sorta di rappresentazione diaristica, senza distrazioni di sorta, scorgendo volti e personaggi prevalentemente anonimi, sempre sottoesposti, come se non si volesse farli assurgere ad una dimensione "divistica" di attori interpreti. Il risultato più interessante è che il film riesce a delinearsi come uno stimolante ibrido tra documentario e opera di finzione. Anche se appare un po’ stonato l’elemento di concitazione (tuttavia perdonabile) che caratterizza molte scene, come nel suo episodio del film collettivo sull’11 settembre.

In concorso troviamo anche l’ultimo film di Claire Denis, L’intrus. Denis è una delle poche cineaste in grado i sovraesporre ogni tipo di immagine. I corpi dei personaggi sono assolutamente gloriosi nella babele di segni individuabili: cicatrici, nei, rughe, imperfezioni o tratti marcati del volto. Sono così personaggi che non solo possiedono automaticamente una storia come corpi visibili, ma celano una dimensione misteriosa che proprio il film ci spinge a scoprire, o almeno a tentare di svelare. Per questo i suggerimenti narrativi sono solo visibili e mai detti e spiegati attraverso dialoghi. Il piacere maggiore consiste nella continua deriva spirituale che coincide con lo spostamento paesaggistico di grandissima efficacia emozionale. Gli elementi naturali forniscono un’espressione indimenticabile: c’è una lunga sequenza che esplora un tratto di mare, e poi la neve, la vegetazione lussuraggiante di Tahiti e ancora il fragore delle onde oceaniche che s’infrangono sulle barriere coralline.

Wim Wenders con Land of Plenty (sezione Concorso) continua a sconcertare i suoi numerosi fan perché si vede benissimo che la ricerca di una forma visiva crolla di fronte alle testi esposte. Molto simile paradossalmente al film di Lee, di cui ho già parlato negativamente, Land of Plenty, tende a scolorirsi nella memoria e già questo non mi sembra una caratteristica positiva. Anche la creazione di tali personaggi svagati è il recupero di una cinema già elaborato, passato attraverso Alice nelle città e non pervenuto al caos fiammeggiante del più vicino The million Dollar Hotel, quasi un capolavoro (anche soltanto d’ironia) rispetto a questo Land of Plenty.

Il film premiato con Leone d’argento (uno dei pochi premi condivisibili), Binjip - Ferro 3 di Kim Ki-duk è una lezione di grande cinema perché l’afonia dei protagonisti è al contempo esposizione/disposizione assoluta dello sguardo che guarda in silenzio. La muta contemplazione diventa un processo di ordinazione morale del mondo. Proprio la paradossale dimensione etica del protagonista, il quale penetra nelle case, ma non sottrae alcun oggetto ai legittimi proprietari indica una prospettiva "nuova" da seguire, laddove è impossibile ogni tipo di razionalizzazione. La storia d’amore avanza sulla medesima traccia suggestiva. Kim Ki-duk ha eliminato completamente le parole, anzi le figura come rumore triviale, segno di un’immoralità pervasiva e dall’altra parte si preoccupa solo di avvicinare due corpi nella nuova prospettiva etica che li libererà entrambi.
Il sentimento del silenzio e dello sguardo che si propaga in uno spazio finalmente pulito, purificato dall’orrore della Parola così rappresenta il motore di una libertà ancora possibile, ancorché la liberazione avvenga solo per un felice movimento del Caso, ma anche per una benefica nuova consapevolezza offerta solo dalla purezza di sguardo.

Andrea Caramanna


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