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Attualità, angustia e la capitale
Il Festival internazionale del Cinema di Berlino 2009
5 - Perdersi nell’ottica del ritorno

Marin Blue

Marin Blue è soprattutto e quasi solo un saggio di fine corso di teoria dell’immagine. Ha un che di rispettoso nel suo mirare al tormento ed un’estetica Flickr che lo svaluta ulteriormente: la saturazione della gamma fredda, il nero che arranca oltre l’altorilievo. Ciò non toglie che abbia spazio per qualche idea, vale a dire ad es. la personalizzazione degli ambienti chiusi ed il loro trionfo sulla cedevolezza del carattere dei viventi. D’altro canto, stando alle esternazioni del gruppo di lavoro che lo ha partorito, l’idea si aggirava proprio da quei paraggi, fare un film a partire da una scatola di foto. Solo che disgraziatamente, nel risultato, questa cosa si nota troppo. Ci sono quindi le bizzarre danze notturne, lo scriteriato errare del cast, la ragazza narcolettica, il giovine amnesiaco, i fratelli borderline e la terapista cognitivo –comportamentale; ma gli unici spostamenti importanti rimangono quelli degli oggetti. Della tazza sul tavolo, del tavolo, della porta che si apre sulla strada, della strada, dell’ edificio buio. Del buio. Tanto che dinanzi ad una così fervida attività, ciò che vive si ritrova impossibilitato e si addormenta, ed il messaggio è che al risveglio quella chiarezza per la quale ancora si spera non è neanche più un ricordo, figurarsi se può mai essere una direzione.

Quinto ragionamento: le belle arti puntano in qualche lento modo da tempo alla possibilità di una nuova mimesi rivolta all’oggetto vivo, vale a dire all’oggetto che non è più tale. Il compito è quantomeno ingrato, poiché la nuova ed auspicata attività mimetica rema da principio e per definizione in senso contrario alla dimensione artistica stessa, nella di lei più pura essenza. Con riferimento al comparto cinematografico tale fenomeno lo si ripercorre facilmente se si studiano le anse di un fiume carsico che ha eroso i meandri underground dell’industria per anni, prima di zampillare qui e lì allo scoperto. Ma oggi di questi spruzzi se ne vedono sempre di più: Into the Wild, Grizzly Man eccetera, pensare che ci è arrivato addirittura uno come Korine col suo recente Mister Lonely. Se la Berlinale di Berlino è il cinema che c’è, le istanze in questione sono venute alla luce anche qui, in una combinazione atipica eppure perfettamente armonica di pellicole ai margini dei riflettori.

Rossiya ’88

Innanzitutto Rossiya ’88, mockumentary sui naziskin di Mosca. L’inquadratura apripista, amatoriale, concentra ritmicamente se stessa sul pestaggio di un negro ad opera del classico branco lasciato libero di agire nel vagone di una metropolitana. Retorica ed economicità dell’incipit vengono poi però pian piano sgretolandosi e lasciano campo libero all’ambiente. Le riprese rimangono a mano; chiamando per pretesto narrativo in causa un giovane skin head col talento dell’immagine, che intende girare un documentario sui propri camerati e dischiudono di fatto l’apparire dell’infinita città dei flussi. Ecco dunque i mercati tagiki o l’africa nera che scivola parallela ai volti degli azerbaijani, stridendovi assieme; ecco le orecchie del branco che non sopportano il fischio, i timpani intrisi di cemento che si sgretola e l’istinto di conservazione rivolto, con paradosso sempre apparente, all’eliminazione come terapia politica, come profilassi. Rossiya ’88 è dunque per più di un verso un tripudio di fisicalismo ed i suoi tessuti e fluidi emergono finanche in pozze nell’interazione tra il vitalismo degli skinhead e le dinamiche dell’apparato che mirano ad affiancarvisi, tempo fa avremmo adoperato il verbo “cavalcare” e già ciò consegna la proporzione di quanto accaduto. In questo drammatico grumo di mortificazione della vita, oppure di vitalizzazione dell’ormai burocratica volontà di far morte, c’è anche la parte più interessante del film, il passaggio di scettro nella gestione del comando sancito, per quel che si vuole in nessun modo a caso, sullo sfondo di un addestramento campestre e poco prima di apice e risoluzione.

Dopodichè Kan door huid heen. La corpulenta Marieke, mollata dal ragazzo, beve per dimenticare già dal primo ciak. Come è come non è, fame chimica, ordina una pizza. Soltanto che il fattorino la gonfia di botte e la violenterebbe di lì a breve se non si presentasse una provvida amica che in un modo o nell’altro l’aiuta a scappare. Al 10° minuto la regista Esther Rots è già completamente assorta nella contemplazione della nuova vita di campagna della protagonista. Quest’ultima, priva della forza di dedicarsi a curare il casolare in rovina e non di meno ossessionata dai fantasmi dell’aggressione vissuta, nonchè sopraffatta dalla propria sete di reazione, finisce con l’ostentare anche dinanzi a se stessa un equilibrio che non ha. Con occhio quanto mai femminile, elegge infine a suo nuovo giaciglio uno sportello segreto tra gli scaffali della cucina, che diviene anche un rifugio da cui far capolino solo quando la fame diviene insopportabile. In una progressione inesorabile di isolamento ed alienazione sarà unicamente la presenza del vicino Jon, grasso bonario e sornione, ad aprire gli occhi di Marieke sulla natura che la circonda e che lei stessa è, tutto quanto da celebrarsi eventualmente con la messa al mondo di un figlio. La messa a fuoco arriva però troppo tardi, quando il repentino precipitare dei fatti lascia intendere che tutto andrà perduto e stavolta per davvero. Frustrazione dell’esserci quasi arrivati, nella vita ma anche in un film.

Alla classica domanda sul “come t’è venuta l’idea”, la giovane regista ha risposto che non lo sapeva, che è stato come quando inizi a sferruzzare e non sai se ti viene fuori una maglia o lo sciallino. Beata l’ingenuità allora, se ha concesso a questa poco più che studentessa la gloria di cogliere via un così visionario grappolo di verità dalla vicenda di una banale violenza domestica. Malata proprio della medesima paura di Fausta ne La Teta Asustada, Marieke deve percorrere ciò che le è assegnato allo stesso modo in cui lo fa la giovane peruviana dell’Orso d’Oro. Solo che la prima ha un traguardo coscritto in un mondo semplice, di montagne polverose ed oceano all’orizzonte; la seconda invece, pur dimostrando con la propria scelta di trasferirsi in campagna di intuire, intravvedere o scrutare che la strada è quella, rimane involuta tra le spire della propria provenienza e più si dibatte e più si intorcina fino all’inevitabile soffocamento. Siamo di nuovo alla mortificazione, alla mimesi artistica per antonomasia; avendo chiaro il compito ma sbagliando totalmente metodo, Marieke non si affida alla terra ed al bosco, non lascia essere, ma pretende di starvi dentro con la modalità originaria ed ottiene solo, scontatamente, che vada tutto all’aria.

Man tänker sitt

In un continuum invisibile che però c’è ed è sorprendente, proprio questo errore intendono evitare i due personaggi principali dello svedese Man tänker sitt. Rinchiusi e soffocati in un quartiere residenziale dell’imprecisato ovest della Svezia, luogo assolato e profondamente mentale; determinati da un contesto che di tenere lo sguardo alla natura non ci si prova più che per una svogliata finta; fiaccati dalla perfezione del culto della dimensione umana, quanto di più inumano esista; i giovani in questione abbandonano tutto quanto, all’unisono come per un patto mai siglato. Jimmy, ragazzo padre, inizia col rispondere al richiamo del proprio infante, non un richiamo fisico come nel più immediato caso materno, bensì profondo spirito, assonanze e schiocchi – e gli ci vuole poco a capire, con organi diversi dalla testa, che si tratta delle medesime assonanze e dei medesimi schiocchi del lago, delle betulle, tutto ciò a cui infine consegna se stesso e suo figlio nudi, tagliando di fatto e simbolo i ponti che ancora lo collegavano alla propria neighborhood. Per Sebastian, al contempo ragazzino disagiato nello script e filosofico commentatore onnisciente fuoricampo, non c’èinvece più neppure la parvenza di una cesura: condotto di forza dalla madre ad una festa, col vestito buono così da potersi “fare degli amici”, ad un certo punto si alza e punta dritto alla foresta, lo stesso luogo dove sempre trascorre, da solo, i propri pomeriggi. Ed è di una forza visiva travolgente vederlo perdervisi, con quel passo storto ma decisissimo, così ben vestito con camicia bianca e papillon nero, in un costante e sereno confronto con le radici, con gli alberi ed il fango.

Ad un certo punto, si siede nel bel mezzo del torrente, serafico, e dice “qui comincerò a scavare”, intendendo probabilmente uno scavare per trovare, ma meglio ritrovare, così da smetterla di andar girando a folle ed iniziare a muovere verso l’alto col presupposto dei piedi fermi. Cosa con la quale senza dubbio siamo quasi alla fine del reportage, che voleva andare in tondo a volo di rondine allo stesso modo del pubblico che per due settimane di Berlinale ha battuto la capitale tedesca da sopra a sotto, da dentro a fuori, con le borsette rosse, ma chi l’ha avuta l’idea di iniziare a vendere quelle borsette rosse?, per poi riassestarsi nel proprio personale torrente e respirare con profondità sapendo che ce n’è stata abbastanza e che, se ci si era persi per capirci qualcosa, avere capito che il ritorno vale come inizio è già un buon passo.

Giordano Simoncini