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Attualità, angustia e la capitale
Il Festival internazionale del Cinema di Berlino 2009
2 - Dall’Opening Act all’Orso d’Oro

Il kick off del Festival è spettato al nuovo Tom Tykwer, scelta di profonda oculatezza da analizzarsi in combinato disposto con la presenza di The Reader, altro “pezzo forte” della manifestazione. Da un lato, quindi, una cooperazione crucco americana su suolo tedesco, per una vicenda di storia continentale ritratta con nuances europee (l’amore ed il languore, i libri, il marrone ed il beige); dall’altro, un tedesco che fa un film d’azione in tutto e per tutto hollywoodiano, con tanto di inseguimenti, sparatuttismo (le scene nel Guggenheim sono davvero eccitanti) e Naomi Watts. La quale però ha dato buca e a Berlino non s’è proprio presentata. Rendere dunque tedesco un Festival internazionale, che però è berlinese, rispondendo al denaro americano invasore facendogli il verso– di nuovo The International, che rileva però anche come evocazione esemplare e programmatica dell’ambizione critico-contestualizzatrice dell’edizione 2009, già richiamata in apertura: ci sono le banche che tramano alle spalle dei cittadini, volentieri lussemburghesi volentieri tripudio di vetrate cementi armati abiti scuri cravatte avvocati e mefitiche entreneuses, e c’è l’agente dell’Interpol, individuo ramingo, un solo contro tutti che pretende di osteggiarne piani e potere. Nell’alzarsi-da-sé del livello dello scontro, il protagonista combattente si troverà anche ad avere a che fare con la politica italiana ed è uno spasso leggervi dentro la Wahrnehmung teutonica del nostro popolo e delle sue anomalie istituzionali: c’è allora Luca Barbareschi ad impersonare il leader del suo Partito d’appartenenza anche nella vita reale, il quale, in prima persona e per tramite della sua famiglia, tra intrallazzi e impicci trans governativi e cripto mafiosi, conduce poi anche la pellicola alla sua definitiva risoluzione. Risoluzione armata, s’intende; ed io, incidentalmente, mi tolgo il cappello dinanzi a questa incredibile carriera, iniziata con Cannibal Holocaust ed approdata a tante e tali iperboli finzione / realtà / finzione.

The International

Banche e mondo della finanza, insomma, traffico d’armi, mafia, trame occulte, il pittoresco costume della politica italiana: so schnell kann Kino sein, “il cinema può andare così veloce”, fa notare di nuovo la fulgida Bauerfeind nel corso del Gran Galà d’ apertura.

Ha ragione lei, sempre.

La Teta Asustada

Dalla A alla Z, dal bang al crunch, tanto vale abbinare all’ Opening Act il peruviano La Teta Asustada, vincitore dell’Orso d’Oro che per qualche strano sesto senso abbiamo scelto di vedere da subito. La vicenda è tale: Fausta, figlia di una vegliarda Quechua violentata ai tempi della guerra civile peruviana, eredita dal latte materno la malattia della “tetta impaurita”, ovverosia della pavidità. Succube del proprio terrore, nello specifico ad es. della paura di essere violata a forza come lo fu la madre, la povera Fausa si risolve per collocarsi nella vagina una patata - la quale ovviamente, col passare del tempo, seguita a crescere e sviluppare germogli generando prevedibili disagi. Alla morte della madre Fausta, spinta da sincero amore filiale, punta i piedi con tutto il resto della famiglia e pretende di darle degna sepoltura, per l’esecuzione della quale non ci sono però soldi a sufficienza. Allo scopo di guadagnarne, la giovane comincia dunque a lavorare come cameriera presso la villa di una capricciosa ed annoiata possidente del villaggio, che sfrutta le sue doti canore per il proprio tornaconto, facendosi forza sulla di lei debolezza. Con l’aiuto maschile / paterno del giardiniere della villa, anch’egli di origini indio, e con la scomparsa definitiva della figura materna, Fausta potrebbe lentamente recuperare il coraggio di vivere – e di farlo senza patate. Si tratta di un film decisamente femminile, che tocca sensibilità latenti e diagonali curandosi un po’ meno di aspetti più propriamente filmici, anche se non mancano momenti di grande eleganza visiva come le riprese del rito di fidanzamento o l’espediente estetico del pianoforte precipitato dalla finestra. Un film polveroso, sommesso, certe volte quasi noioso, che adopera uno sparuto pugno di guizzi per fare il gioco dello spettatore, tramando alle sue spalle e volendolo con sé ad ogni costo. Tale compagnia è mirata: è come dire seguimi e sorbiscitela tutta, questa vicenda di paura e redenzione, cui pare si voglia far narrare che l’angoscia non è né industrializzata, né metropolitana, né contemporanea, bensì strutturalmente umana o meglio ancora personale, in maniera non arginabile. E che per essa non vi sono soluzioni migliori che prenderla e farne una storia, controllare poi dopo se è servito a qualcosa.

Giordano Simoncini