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Locarno Film Festival 2003

Dal naufragio alla pace
Le dieci giornate di Locarno come manifesto del rispetto umano

Giornate difficili nel panorama meteorologico. Ma mentre noi normali e arresi umani ci arzigogoliamo per puntare gli angoli più freschi, sono giornate difficili anche per l'assetto politico-economico del globo terracqueo.

In una stanca, deprivante, sconvolgente estate segnata da esodi "televisivi" e da città ancora pullulanti di umani alle prese con l'inflazione, la disoccupazione, la recessione e la passione con cui il nostro amato rappresentante (ormai anche in Europa!) sferza battaglie mediatiche contro i suoi personali nemici. In questo panorama destabilizzante due piccole oasi di freschezza e di speranza vengono prospettate da autori (perché questo è l'elevato rango a cui deve ambire un artista cinematografico) che si incontrano sotto il Pardo stellato ed accaldato del Festival Internazionale del Film di Locarno.

Incontro sul programma del Festival, elvetico geograficamente ed economicamente, italiano organizzativamente, due pellicole che mi ricordano il cinema d'altri tempi. Quello fatto di immagini in movimento che parlano con linguaggio esclusivamente non verbale.

Il Dono che Michelangelo Frammartino ha potuto regalare ai suoi spettatori è un'opera di ottanta minuti, che richiede impegno. Quell'attenzione che qualsiasi artista dovrebbe pretendere dai fruitori della sua creatività. Il calabro filmmaker (come ama definirsi lui) ha indagato il naufragio di un paese del sud. Il suo paese: Caulonia. Attraverso interpreti non professionisti, legami affettivi personali e lunghe sequenze di addentramento, Frammartino ha esposto al pubblico internazionale l'avvicinamento tra generazioni differenti che si uniscono e si rifocillano per frenare un naufragio, quello di un paesino, pittorescamente attraente, ma fattivamente morto. L'autore ne conosce vizi e virtù, perché è il paese del nonno, splendido protagonista di questo lungometraggio di esordio. Caulonia diviene, durante una proiezione in cui si perde la cognizione del tempo, contemporaneamente uno stereotipo ed una metafora: di quello che eravamo e di quel che siamo: un cellulare che fende il silenzio statico dell'inerpicato borgo racchiude in sé il senso del nostro attuale percorso. Vicinanza e dipendenza. Un trait-d'union tra giovani ed anziani, che non hanno neppure il coraggio di "avvicinare" quello strumento di controllo a loro sconosciuto. Ma soprattutto inutile. Frammartino associa a Caulonia una visione di speranza. Ripeto, quella di vicinanza e di dono.

Così come Pjer Zalica sceglie come location Tesanj, cittadina bosniaca che fa da background alla ricerca di pace tra Serbi e Bosniaci, per il suo Gori Vatra. Una pellicola, applauditissima e vincitrice del pardo d'argento, alla quale è affidata un'ironia, anche un po' nera, ma sicuramente efficace, che pervade la struttura narrativa al di fuori dei cliché, ricca di rievocazioni del grande Kusturica, per il messaggio duro, realista, perforante ed amaro: è più difficile cercare la pace, che la guerra!

E per fortuna che sull'onda di No man's land, di Underground, delle influenze di Altman e del neoralismo, una produzione bosniaca e di altri numerosi paesi (Austria e Turchia in capo a tutti!) Gori Vatra ha aperto il varco all'annosa questione della ri-costruzione dopo la guerra, promossa dai più furbi che vessillano il concetto deviato di democrazia: difficile convincere un Bosniaco a stringere la mano ad un Serbo, ancora più impossibile indurli a collaborare. Ma se questa è la condizione per avere un momento di notorietà, tutti si uniscono, anche sotto una bandiera sbagliata: esilarante la scena dove non solo la bandiera di casa viene modificata, ma le stelle di quella americana diventano rosse (Rosso comunista!), tutti si prestano a proiettare di sé l'immagine che gli altri desiderano ed i Bosniaci stringono la mano ai Serbi. Ma il solito "loco" del paese rompe le uova nel paniere (inconsapevolmente, ovviamente, come vuole la buona commedia!) al primo cittadino di Tesanj e rende un metaforico, quanto inesistente attentato agli Stati Uniti sempre all'erta che il nemico (chissà quale mai... ce n'è sempre uno, vero o inventato che sia!) non lo colpisca alle spalle.

Non c'è mai l'immagine della guerra in Gori Vatra. Ma c'è la sua evocazione. Attraverso due fendenti esplosioni. Quella iniziale, che ci introduce al tema, più che presentarci i protagonisti. Quella finale, che ci libera dall'idea che personaggi come i nostri sani ed amati amministratori riescano a farla franca. Ma non eliminandoli, bensì ridicolizzandoli. E tra fantasia e sogno, realtà e cinica ironia, il primo lungometraggio di Zalica riunisce tre divise diverse intorno ad un tavolo. Tre personaggi legati da uno stretto affetto familiare (che va oltre il puro legame di sangue), tre eroi del nostro tempo che sui titoli di coda ci chiediamo ancora se li abbiamo sognati anche noi o se siamo riusciti a trovare qualcosa di buono per la locandina del prossimo anno. Ma ci sono. Esistenti o inesistenti che siano, attraversano la pellicola per fermare un destino. Quello della "non pace". Dell'intolleranza etnica, del crimine, della prostituzione, del cancro della corruzione. E secondo gli eccelsi stilemi della tragedia, un giovane, ma efficace e pungente autore bosniaco tenta di farci riflettere sul concetto di rispetto, di appartenenza ad un tutto, di amore. La democrazia non si improvvisa per alleggerire gli animi degli spettatori. Ma per denunciare il sordido e cinico eco di una falsa pace di massa.

Forse Zalica è stato il miglior rappresentante noglobal al festival. Così come Frammartino ha mostrato gli integralismi che covano nel cuore di tutti noi. Il suo dono fa da contraltare a Gori Vatra, perché è un film che non finisce, che racconta l'invisibile. Il dono è qualcosa di fragile, è impercettibile come il suo confine con lo scambio. Perché il rispetto è il miglior dono che ci possiamo fare.

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