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A Day In The Life Of Anil Bagchi - Anil Bagchir Ekdin
Anno: 2015
Regista: Morshedul Islam;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Bangladesh;
Data inserimento nel database: 22-02-2016


“Leave this mess, Anil.” Tutto parte nel 1947. Gli inglesi abbandonano l’India. La convivenza fra indù e musulmani è contronatura, perciò si crea una frattura politica e geografica, con migliaia di morti, una transumanza di milioni di persone: musulmani in fuga in Pakistan e indù in viaggio in India. La particolarità del Pakistan era la divisione fra due territori a migliaia di chilometri di distanza: il Pakistan e il Pakistan Orientale, l’attuale Bangladesh. Nonostante avessero gli stessi abitanti, il Pakistan orientale era considerato come una provincia, con potere limitato. Si arrivò fino al 1971. Scoppio una ribellione violenta e militare. La lega Awani (il partito nazionalista) del Bangladesh proclamò l’indipendenza. L’esercito del Pakistan si scatenò in una repressione feroce occupando molte città. La guerra civile era esplosa. Rapidamente, anche per l’intervento diretto dell’esercito indiano, la situazione si ribaltò e il Bangladesh fu libero. La vittoria non fu indolore: tre milioni di morti. È un genocidio per noi distante, sconosciuto, un mondo non appartenente al mainstream del pensiero. Il Bangladesh è lontano e remoto. Ci racconta dei maltrattamenti e della situazione dell’epoca Morshedul Islam nel bel film A Day In The Life Of Anil Bagchi - Anil Bagchir Ekdin presentato al 13th World Film Festival of Bangkok tenuto dal 13 al 25 novembre 2015. Anil è un giovane timido, è cresciuto a Rupeshwar, con il padre e la sorella. Sono indù, il padre è professore d’inglese. È uomo colto, maturo, amante della natura, del fiume. “I vigliacchi muoiono molte volte innanzi di morire; mentre i coraggiosi provano il gusto della morte una volta sola” è la citazione da William Shakespeare da esso ripetuta. La figura del genitore riempie lo schermo con una presenza accentrata dalla camera. Il suo ruolo è centrale per comprendere e valorizzare il comportamento di Anil: il padre è profondo conoscitore dell’inglese mentre il figlio non ha passato l’esame d’inglese. Allo scoppio della guerra d’indipendenza Anil si trova per lavoro a Dhaka. Per un indù la situazione è ancora più pericolosa. Quando è raggiunto dalla notizia della morte del padre, cerca di arrivare a Rupeshwar alla ricerca della sorella. Il padrone di casa avvisa Anil della situazione rischiosità, c’è un distacco, un’inquadratura dall’alto dei due uomini mentre bevono il tè. Anil appare ingenuo, ma il padre gli ha insegnato l’onestà, sempre in qualsiasi condizioni. Divertente è la scena dell’intervista di due passanti, di cui uno è Anil, a un giornalista inglese. Sotto il controllo della polizia, il primo rilascerà una dichiarazione esaltante sopra le righe, di felicità della popolazione. Lo sguardo è allucinato, in un primo piano chiaramente falso. Anil invece non riesce a essere finto perciò, indifferente delle minacce della polizia annuncia: “Did you see children in the streets?” Non ci sono bambini nelle strade, sono tutti chiusi in casa perché la città è pericolosa. Il carattere di Anil è sempre più importante, vivo, decisivo, nonostante la sua introversione e riservatezza. Il viaggio è rischioso per Anil. Nel bus affollato, ricco di umanità spaventata, incontra Ayub un musulmano logorroico, eccentrico, impiccione ma generoso ed espansivo: “It is not time for unecessary talking.” Ci sono diversi controlli dei militari durante la strada. La paura è tanta. In molti hanno qualcosa da nascondere. Ayub riconosce che Anil è indù e si offre, o meglio, decide di proteggerlo. Finge di essere un parente in trasferta con la famiglia di Ayub per un matrimonio. Nello scassato bus si alternano momenti divertenti con altri di tristezza, di solitudine, con altri di terrore. Il centro del film si sposta da Anil ad Ayub, perché esso rappresenta il mondo umanitario di un islamismo generoso. Le sue chiacchiere sono senza fine e con voli pindarici incredibili. Si arriva all’incontro con i soldati, perfino il controllo fisico dell’abbassamento dei pantaloni, per vedere se sono circoncisi, è reso buffo da Ayub. I tre momenti della storia hanno una struttura piena di flash back, e linguaggi dissimili. S’inizia con Anil bambino, è in paese, intorno c’è una festa popolare colorata. Un serpente fugge e spaventa Anil. Dai colori della celebrazione si passa al bianco e nero del risveglio dall’incubo. Anil è a Dhaka, sogna dei militari pakistani mentre stanno sfondando la porta della stanza. La cromaticità per l’autore è importante. Rivolge al colore un significato fondamentale nella storia. I flash back della felice infanzia, del padre, della sorella sono costantemente cromatici. Smette di sognare e affronta la tragica realtà, le grandi difficoltà, la sofferenza e tutto è mostrata esclusivamente in bianco e nero. Il bianco e nero è elegante. Rende tutto angosciante, con un tono, un fondo di tristezza. La felicità porta un richiamo, un ricordo di un momento di dolore. Alla fine, il bianco e nero del presente, ritorna al colore. Anil è di nuovo vicino al fiume della fanciullezza, il passato e il presente s’incrociano. Anil si prepara a ritornare nel momento più allegro della sua vita. Il regista chiude inquadrando i tanti animali del fiume. In uno di questi animali potrebbe essere rinato Anil? L’autore è capace di intrecciare la storia della nascita di una nazione, delle atrocità subite per essere liberi, con una storia familiare. Un presente di dolore contro la spensieratezza del passato. Oltre alla centralità di Anil e poi di Ayub, altre scene sono simboliche per un film storico. L’ironia di un colonello dell’esercito pakistano, in primo piano con gli obbligatori occhiali Rayban, mentre con un inglese semplice parla dell’eccellente situazione di Dhaka. Ovvero il confronto scontro amorevole fra Il padre e suo fratello sulla necessità di fuggire in India per salvarsi: “This is my country.” “This land is not ours.” È evidente la differenza fra I due caratteri. Il problema non è con la nazione è con la gente. L’ottimismo sarà fatale. Immagini dall’alto, campo lungo e medio servono all’autore per penetrare la situazione, gli eventi storici. Il budget è limitato, non ci sono scene corali immense per rappresentare gli avvenimenti, però il regista con grande abilità si serve dei pochi attori per mostrare la violenza dei soldati pakistani. In Ayud c’è la volontà di resistenza del popolo del Bangladesh. Non ha paura affronta con coraggio, sia il tentativo di salvare Anil, sia l’arrogante ufficiale del posto di blocco. La voce fuori campo consente di collegare i vari momenti differenti, a volte un po’ melliflua ma utile e pratica. E poi ci sono le canzoni. Dei momenti struggenti. Anil è nell’autobus, lo sguardo perso verso l’esterno e la musica riporta una struggente melodia. www.newworldencyclopedia.org/entry/Bangladesh_War_of_Independence