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La vida después
Anno: 2013
Regista: David Pablos;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Messico;
Data inserimento nel database: 16-09-2013


“Tu non sorridi più.” Il viaggio è il topos cinematografico più diffuso. È il momento del conoscersi, del relazionarsi, di cambiare la propria esistenza. Il cammino è un sogno, è la speranza, è l’illusione. Cerchiamo di viaggiare perché crediamo di sfuggire alla realtà. Il cinema latino americano si è impossessato del genere, ci ha costruito lavori densi di emozioni. Alla sua prima opera il messicano David Pablos ci racconta un triste tragitto di due fratelli in La vida después. Prima scena, una madre con due bambini piccoli al mare. Sono felici, giocano, si divertono, c’è amore. I bambini comprano una tartaruga piccola a testa. Partono improvvisamente perché il nonno si è ucciso. Al loro ritorno la tartaruga del più piccolo – Samuel – è viva, mentre quella del più grande – Rodrigo – è morta. La gelosia di Rodrigo è spietata, con un colpo secco del piede schiaccia la tartaruga del fratellino. Stacco temporale. Rodrigo ha diciotto anni, mentre Samuel un paio di meno. Stanno diventando uomini ma hanno dentro un vuoto, un disagio. Rodrigo è uno scansafatiche, senza lavoro, senza studio. Sta tutto il giorno in casa a guardare la televisione. È scorbutico, rozzo, scontroso, difficile. Samuel studia, ha una sensibilità più aperta. La madre è invece depressa, una scatola di medicine dell’antidepressivo Ontracel c’è lo conferma. Ha degli alti e bassi. Si comporta in maniera strana. Sente un dolore interiore, impossibile da eliminare nonostante l’amore per i figli. Deve compiere l’eredità della famiglia: ritorna a casa del nonno abbandonando i due figli. Samuel è sconvolto e costringe il fratello a iniziare un viaggio per raggiungere la madre. È un film introspettivo, lento, dettagliato. L’autore tenta compone il rapporto fra i fratelli basato su sguardi verso il vuoto, utilizza perfino la violenza come lo sputo di Rodrigo. Samuel guarda sempre fisso, come se avesse paura di riconoscere nel fratello gli stessi sintomi della madre: “Ridi perché hai paura.” Il regista predilige il tono cupo e drammatico, alcune sequenze hanno un tono diverso: Samuel è ancora piccolo e credendosi invisibile, si spoglia, e comincia a correre il giorno del funerale del nonno nudo. La storia procede lentamente, con delle pause e dei momenti interrotti volutamente, il regista afferma: “Sono cosciente del fatto che ci siano molti punti critici ma lo spettatore, questo era il nostro obiettivo, ci sono molti buchi che vengono lasciati, come molti punti di domanda, ai proprio lo spettatore deve fornire le risposte.” (www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-bae2af01-8585-4c8c-bfd6-e9a3e9da098c.html#p=) Ignoriamo le sorti dei fratelli, probabilmente Samuel tenta, allontanandosi, di fuggire da un’ossessione familiare. Apprezzabile è lo sforzo dell’autore, uno stile asciutto e concreto, alcune finezze come il passaggio dai due tempi di narrazione: Samuel da bambino si trasforma in adulto guardandosi allo specchio.