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La Noche de los lapices - La notte delle matite spezzate
Anno: 1988
Regista: Hector Olivera;
Autore Recensione: adriano boano - paola tarino
Provenienza: Argentina;
Data inserimento nel database: 30-07-2001


La Noche de los làpices

 

regia e sceneggiatura
Hector Olivera

provenienza: Argentina
anno: 1988
durata: 90'
distribuzione: Film international corporation (Home video: Skorpion)

"Assassini Assassini Assassini Assassini Assassini Assassini "

La Noche de los lápices

La notte delle matite spezzate


interpreti:
Vita Escardo
Pablo Navarro
Alejo Garcia Pintos
Leonardo Sbaraglia
Adriana Salonia
Pablo Machado

 

 




Al rientro da Genova, la tentazione di scaricare immediatamente in rete l’indignazione per la deriva fascista di un paese liberato sessant’anni fa fu forte. Le scene di depravazione poliziesca si sovrapponevano all’improntitudine dei politici a cui la dabbenaggine italiota ha permesso di governare tra l’indignazione dei partner europei; il dibattito interno al neonato movimento tuttavia impediva serenità d’animo, poiché è troppo importante la sopravvivenza di questa unica frangia di opposizione al nazismo imperante, una spontanea rivolta composita, entusiasta, senza una metafisica forte ma con la volontà di non accettare la barbarie, è troppo importante per aggiungere una voce sicuramente schierata che potrebbe aggiungere motivi di divisione, che vanno affrontati prima che possano incancrenire. Persino all’interno della redazione si registrano posizioni diverse: sfumature, ma invitano alla prudenza in un momento in cui la tortura, lo stato di polizia, la sospensione dei diritti civili, lo squadrismo si riaffacciano con prepotenza. Punto fermo irrinunciabile è operare in modo che non venga meno l’omogeneità nella differenza del movimento.



Dopo una settimana, le manifestazioni in tutta Italia, le assemblee dei forum locali e le notizie che timidamente hanno cominciato a diffondersi da un lato e dall’altro l’arroganza di Scajola attorniato dai suoi giannizzeri come Pinochet in una famosa fotografia del ’73, la sicurezza dell’impunità dei mazzieri, la prepotenza del celerino con gli occhiali da sole che nega l’evidenza all’ombra degli striscioni di Alleanza Nazionale hanno chiarito quale strada va battuta. Quella della reazione coraggiosa, improntata alla costituzione di un nuovo Cln, smussando la nostra intransigenza, ma anche dando credito alla diminuzione dell’integralismo pacifista delle frange più moderate (sarebbe stupido continuare a farsi manganellare con le mani alzate): la prima iniziativa è quella di rendere omaggio ai compagni massacrati di botte, umiliati e offesi in commissariato, manganellati e arrestati senza motivo.
Si tratta di un compito più facile del complicato studio delle diverse sequenze di morte che stiamo preparando per Carletto. Di fronte alle numerosissime prove dell’accanimento vendicativo e degli abusi delle forze dell’ordine il primo riferimento cinematografico che è immediatamente affiorato è stato La noche de los lapiches; Paola aveva già analizzato il film di Babenco e dunque abbiamo recuperato quell’articolo e ad ogni capoverso un brivido si aggiungeva all’orrore dei pestaggi visti in diretta e attraverso Tv, indymedia, carta dei cantieri sociali, ecn, radiosherwood,… radiopopolare, flash, radioGap.
Ecco il vecchio testo, che s’iniziava con un altro riferimento a un’opera sulla desapareciòn, integrato con qualche impressione a caldo.

"Yo no fui" (battuta di un altro interessante film argentino: "Buenos Aires viceversa" di Agresti) recita ancora oggi la gomma impugnata dalla dittatura argentina, che è stata capace di cancellare per tutto il periodo della sua durata (dal 1976 al 1983) esistenze, sogni, desideri e speranze: autocertificazione di non colpevolezza o dichiarazione di innocenza, che la desapariciòn stessa non è riuscita a falsificare, nonostante l'inchiostro delle cifre resti impresso a caratteri indelebili: 40000 desaparecidos ufficiali, 15000 fucilati, 600 figli di oppositori venduti in Argentina dai macellai del Proceso Militar, che ha prodotto 1 milione e mezzo di esuli.

E "Yo no fuì" sembra dire oggi Scajola, scaricando verso il basso la responsabilità di una mattanza fortemente perseguita da lui e dal suo padrone; "Yo no fuì" sembrano dire anche i responsabili delle questure e i funzionari di polizia; "Yo no fuì" insistono gli sbirri giù giù arrivando all’ultimo picchiatore fascista con suoneria del cellulare impostata su Faccetta nera, fino alla tracotanza di chi, tornando alle alte sfere, si permette battute sull’andare al mare (immemore di sfortune di un suo simile andato a morire a Hammamet dopo un’altra battuta sulle spiagge); la sicurezza dell’impunità potrebbe portarli tutti di fronte alla corte dell’Aja, se esistesse una giustizia europea. Intanto tutti i martoriati sono evidentemente dei masochisti che si sono inflitti punizioni per la loro voglia di libertà senza casa.


La Plata, settembre 1975, interno aula magna del liceo di Belle Arti, assemblea studentesca: alcuni leader prendono la parola, tra il baccano e il brusio generale..
Scopo del raduno: ottenere il tesserino liceale, che consentirà agli studenti prezzi ragionevoli sul caro libri e sull'uso dei mezzi pubblici.
Il microfono passa di mano in mano, amplificando le voci di chi propone scelte moderate, tentando la via della negoziazione e del dialogo costruttivo, e di chi invece è disposto a scendere in piazza, senza mezze misure, anche sfidando l'inevitabile repressione delle cariche della polizia.

In cassetta rivediamo il film argentino, seguendo le parole dell’analisi operata in un periodo meno emotivamente coinvolto. Subito la aderenza con l’attualità è palese, persino le diverse ispirazioni e i differenti mezzi di contrapposizione ripropongono la medesima divisione tra filosofie, mancano gli infiltrati, segno soltanto di una ancora minore attenzione dell’opinione pubblica da plasmare e condizionare. Un’indignazione che fa ben sperare: per il futuro gli sbirri si sentiranno meno coperti, visto che a considerare meritori i loro pestaggi ci sono soltanto i fascisti al governo, ma non la nazione civile, indignata.

Il parlamentino degli studenti (organismo che ricorderanno, con nostalgia o insofferenza, tutti coloro che, come noi, parteciparono ai movimenti studenteschi degli anni settanta e con meno nostalgia ora vedono da collaterali rinascere un antagonismoconsapevole) mette fine alla discordia: si passa ai voti, prevale la linea estremista ("Dobbiamo decidere se alzare la testa o abbassarla come vogliono loro!"), e tra le urla di gioia degli impazienti e lo sconcerto dei timorosi, si inizia ad organizzare il corteo, preparando striscioni, cartelli colorati e scritte di protesta.

E qui dobbiamo inserire una notazione di speranza: il movimento che abbiamo visto sotto la lanterna è composito non solamente perché raggruppa dalle suore della rete lilliput ai compagni dell’askatasuna, dagli anarchici individualisti al commercio equo e solidale, dalla fiom ai cobas, ma anche dai quattordicenni ai reduci della lotta partigiana. Bellissimo vedere gomito a gomito giovani e vecchi, quarantenni e adolescenti, padri e figli e nonni disposti a farsi prendere a mazzate per testimoniare il proprio rifiuto della panzana telegenica, il diniego del mandato a distruggere il mondo preteso dagli 8 nani issate sulle spalle di golem coi piedi d'argilla, che hanno sostituito i giganti.

La loro marcia, blindata e scortata dalla massiccia presenza armata dei poliziotti, che impediscono loro a suon di manganelli di entrare al Ministero dei Lavori Pubblici, servirà ad ottenere il fatidico "boleto", ma al contempo segnerà le sorti dei leaders agguerriti, che una volta filmati e schedati, saranno da quel momento pedinati, sorvegliati a vista, inquadrati nel mirino delle "patotas", le squadre deputate alla desaparaciòn. Gli scontri cruenti sono descritti con dovizie di particolari che documentano attraverso dettagli la violenza della polizia: sono segnali anticipatori dello stesso tipo di montaggio, carico di attenzioni per gli oggetti e per le singole azioni che producono violenza nel momento del sequestro. Questo fa emergere l'atteggiamento arrogante di tutti i livelli della polizia: il funzionario menzognero pretende quel rispetto che lui non porta, il torturatore sbraita: "Tu rimani vivo, solo se io lo voglio!".

Non c’è bisogno di commentare l’estrema attualità di questo spezzone del film, in tutto uguale a quello che la stentorea voce di Hebe de Bonafini ha ribadito dal palco sotto il suo fazzoletto a Madre de Plaza de Mayo: la totale coincidenza dell’attuale stato di polizia in Italia con le pratiche dei fascisti di Videla, ma anche la sua determinazione a continuare a denunciare, un esempio di pasionaria emozionante ("mi sento vent'anni più giovane perché ho imparato che l'unica lotta che si perde è quella che si abbandona, e perché ho imparato a non patteggiare, a non arrendermi, a non tacere. E tutto questo me l'hanno insegnato i miei figli.
Io non li ricordo né torturati, né uccisi: li ricordo vivi!. Ho capito le ragioni dei miei figli e oggi sono fiera di essere la madre di due rivoluzionari perché io stessa sono una rivoluzionaria", diceva nel libro di Massimo Parlotto Le irregolari. Buenos Aires horror tour, e/o, 1998 Roma).

Maria Claudia Falcone, Horacio Ungaro, Claudio de Acha, Ponchito López Muntaner, Daniel Racero, Maria Clara Ciocchini, Pablo Diaz e altri 232 adolescenti, a cui Hector Oliveira dedica questo film girato nel 1988 ed ispirato a personaggi e fatti reali, non avranno molto tempo per "salire le scale tre gradini alla volta", come richiede la loro impazienza rivoluzionaria, per consumare sogni giovanili, dichiarare simpatie, conoscere i primi amori: verranno arrestati una notte del settembre 1976 (soprannominata "la notte delle matite" per ricordare il corso di studi artistici che stavano seguendo), torturati in carcere e mai restituiti alle loro famiglie. Solo uno di loro, Pablo Diaz, uscirà vivo dall'esperienza, dopo aver scontato 4 anni con l'accusa di essere stato scoperto a distribuire volantini sovversivi, guarda caso proprio nel periodo in cui era già desaparecido ... Probabilmente uno degli intenti del film è anche quello di tentare di dare una spiegazione della scelta caduta su Pablo: arrestato fuori dal gruppo e in una situazione successiva per la logica poliziesca risulta defilato rispetto all'organizzazione e quindi non è pericoloso.
"E' stato deciso che tu viva, ti porteremo fuori di qui: a patto di dimenticare tutto quello che hai visto, tu non sei mai stato qui": desapariciòn fisica, mentale, psicologica.

Lo stesso superomismo, la medesima presunzione di strapotere impunito, l’identico bisogno di atteggiarsi a dio e giudice che spinge qualsiasi poliziotto a intraprendere quella carriera, a indossare una divisa. A seviziare persone in una scuola o in un commissariato.

Questi giovani avevano capito, prima dei loro padri e delle loro madri, che di fronte ad un golpe militare, che costringe i loro docenti a recitare "in questa scuola non ci dovranno essere sindacati né comitati politici, idee atee e antinazionaliste" e a far occupare subito i banchi degli scomparsi per cancellarne la memoria, si può stare solo da una parte e che i protagonisti delle rivoluzioni sono i popoli e non gli uomini.
La certezza in questi ideali, insieme alla solidarietà, permette a questi giovani di sopportare torture inenarrabili presso il commissariato di polizia: le stesse che consentiranno alle loro madri di abbracciarsi in Plaza de Mayo, per "condividere la propria maternità", fare proprio l'orgoglio del diventare irregolari, dopo aver scoperto il vero volto della violenza e l'inganno di chi vorrebbe far credere loro che la vera mano della desapariciòn si nasconda proprio nel comunismo e nell'estremismo di sinistra, covi dei parassiti che diffamano le istituzioni assassine.

A nostra disposizione ci sono moltissime immagini dei caroselli di blindati, delle botte dei forsennati in divisa, dei lanci di lacrimogeni, dei getti di idranti, delle cariche e dei calci in faccia, degli inseguimenti in branco contro ragazzini inermi. Non abbiamo sequenze (se non i risultati del blitz di 70 caini aizzati dai loro centurioni nelle due scuole a caccia di materiale da distruggere per non venire incriminati dalle toghe rosse) di quello che è avvenuto al chiuso, al riparo da sguardi indiscreti. In aiuto del nostro immaginario viene il film argentino

Le scene girate in carcere sono crude e realistiche: macchina da presa rasente a muri scrostati e umidi, in carrellate continue lungo le sbarre che diventano così infinite incarcerando l'intera nazione; fissa su lucchetti che immobilizzano una generazione; guidata nell'oscurità solo dalle voci dei ragazzi che si rincorrono, bisbigliando, da una cella all'altra, per farsi coraggio, cantare insieme, aggrapparsi ad una preghiera (anche se qualcuno inizia a dubitare: "Se Dio esistesse non saremmo qui, Dio si è distratto o è un fascista ..." e Pio Laghi è lì per dare un responso incontrovertibile, incarnato nel film dal prelato colluso, che dice ai genitori: "Dovete prenderla con santa rassegnazione cristiana. Non li rivedrete più"). Piccoli rituali, che danno la forza  di sopportare torture e stupri, di vincere la disperazione e l'umiliazione per aver perso tutto ("Io non posso darti più niente" dirà Maria Claudia a Pablo, che spera di poterla invitare una sera a cena, quando tutti saranno liberi ...), ma non la voglia di continuare a schierarsi dalla parte che hanno scelto di vivere, quella perdente di chi preferisce stare con chi per il potere ha sempre torto, da difendere al costo dell'unica ragione che è concesso loro di possedere ancora per poco: la vita, di cui hanno assaporato solo il lato adolescenziale.

Se dovesse davvero istituirsi la commissione di inchiesta e si scoprisse quello che è palese per tutti tranne che per il campione democratico Fini, il delfino di Almirante, e cioè che gli aggrediti eravamo noi e gli aggressori gli sbirri, tutto finirà insabbiato con pochi capri espiatori, nonostante si possano escludere iniziative isolate visto il modo strafottente con cui le operazioni erano coordinate e decise dall’alto, in barba a tutti gli accordi e in omaggio alla forza bruta mitizzata dai bulli palestrati buffoni che entrano in polizia non potendo sfogare la loro insipienza in altro modo.
Probabilmente sarà indispensabile creare strutture permanenti di controinformazione e autodifesa del movimento, di qualunque componente del movimento; non ci si può aspettare più nulla dalle istituzioni una volta democratiche

La particolarità del "caso argentino" in materia di diritti umani sta nel fatto che in questo paese alcuni militari sono stati in passato processati e condannati, ma successivamente graziati.