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Lullaby to My Father
Anno: 2012
Regista: Amos Gitai;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Francia; Svizzera;
Data inserimento nel database: 25-09-2012


Il regista Amos Gitaiin Lullaby to My Fatherracconta del suo amore per il padre Munio, architetto famoso in Germania. Con il sopraggiungere del nazismo Munio fu costretto a passare in Svizzera e in seguito in Israele, dove, nel 1950, nascerà il figlio Amos. Con il racconto della vita paterna, si attraversa un momento determinato della storia del mondo. Ma la visione è quella intimistica, perché a volte, possiamo individuare male e bene solo se la storia s’incrocia con la nostra esistenza personale. Non è individualismo o egoismo o indifferenza, è il desiderio di vivere ogni momento, pure se intorno a noi c’è l’inferno. Il documentario inizia con un montaggio alternato, scene di un parto e immagini di una bella e felice famiglia in un’accogliente casa. Un cenno psicologico alla memoria e all’allegria dell’autore. Il film ha un suo valore affettivo e umano perché il regista possiede una capacità visiva intensa, utilizzando anche la sua spasmodica lentezza. Ricordare una persona amata richiede calma, pigrizia e lungo tempo, allora si accompagnano le immagini con delle suadenti voci fuori campo, per scandire il racconto di una vita importante. Munio appare sia con le interviste agli amici, sia con la lettura di lettere. Domande e interpretazione delle missive sono, anch’esse, fuori campo. In questo modo possiamo visualizzarlo nella nostra mente come potente, abile e uomo di famiglia. La fuga dalla Germania, in un lungo viaggio in treno, è ripresa da un vagone in corsa, con la camera puntata fissa sui binari. Allontanarsi dalla propria casa, dal proprio paese porta un’infinita tristezza nell’animo, e la sequenza di rotaie che paiono scappare velocemente nell’infinito, raccontala tormentata disposizione del padre nel raggiungere nuove mete. Basterebbe questa scena per confermare il valore del regista israeliano.