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T.A. - Tuta Antivaccate
immersioni spericolate nel ridicolo

Quando la comicità è volontaria...

... e rinnegata.

Sono ormai innumerevoli i casi in cui sceneggiatori e registi nati e cresciuti nella cattività occidentale da genitori migranti non trovano di meglio che scatenare il loro "Edipo", ammannendoci stolide rimestature dei luoghi comuni più retrivi della saccenza degli ospiti ai danni della cultura dei migranti.
Dopo East is East, ignobile capostipite di questo filone "rosa" della disperazione migrante che tenta di affrancarsi unilateralmente dai condizionamenti culturali che provengono invece da due paradigmi di vita opposti (entrambi totalitari e nazionalisti), l'ultimo «Sottodiciotto» è stato teatro di due, differenti approcci all'argomento, altrettanto esiziali; uno improntato al più smaccato intento evasivo - subdolo, perché nella comicità si riescono a mediare concetti più facilmente - e che si fa forte del successo del film che poneva al centro del confronto tra inglesi e indiani un'altra competizione "sportiva" tra due culture, intendo quel Lagaan che al contrario si faceva beffe degli occidentali e che nel paragone ricercato finisce nel ricordo con venire travisato; l'altro invece, dando fin troppo spazio alla tristezza dell'esistenza di una numerosa famiglia maghrebina di Marsiglia, fa in modo di inoculare il tarlo della assunzione di quel caso limite come generalmente applicabile a tutte le famiglie beur.

La tuta questa volta si sottrae al suo ruolo di difesa e vuole "denunciare" la disonestà dell'operazione di "denuncia" sottesa alle operazioni, che adottino il registro comico piuttosto che quello tragico. Si tratta di una tuta preventiva (il periodo della prevenzione diffusa ci sembra ideale per prendere queste misure anche atte a difenderci da chi della prevenzione vuol fare un fattore omologante): è la stessa tuta che vi invita a non fare uso dei suoi servigi, perché è impossibile filtrare i venefici influssi: in questo caso i film sono realizzati con professionalità, interpretati con intensità - i volti delle sorelle algerine che subiscono il machismo islamico del fratello integralista sono da antologia per bellezza ed espressività del loro assoggettamento annichilente e della loro ribellione dapprima sotterranea e poi esplicitata nella fuga senza alterrnative verso Babylon e solo per quello li pubblichiamo nelle illustrazioni di Samia -, sono accattivanti e non è possibile prevedere un valido baluardo contro l'intento di sensibilizzare in modo parziale, riduttivo, e che fa capolino non in specifici momenti, ma lungo tutto il film, banalizzando, ma in modo diluito, la questione; quello che stupisce è che l'operazione funzioni sia nello spettacolo rivolto a un pubblico d'evasione, quello che si sorbisce impunemente l'atroce moda ormai annosa del cinema britannico di gettare in burla i problemi più insolubili di quella società, azzerata dal thatcherismo, ma anche nel fin troppo impegnato film marsigliese (uno scorcio un po' diverso da Guediguian, forse nell'impatto visivo preso a prestito da Izzo, ma senza la capacità del romanziere di osservare quel mondo di migrazione attraverso gli occhi dell'occidentale proletario illuminato).
Ecco: il vero problema è che non esiste antidoto alla banalizzazione del tema... Si viene vaccinati dal riconoscimento dell'operazione, individuando nella visione i momenti in cui si stanno annichilendo i punti di vista che l'occidente non "può" capire.

In assenza del valido apporto della tuta, che si dà per vinta di fronte alla manovra sotterranea di Sognando Beckham corre l'obbligo di evitare di approfondire questo pleonastico filmetto di buoni entimenti... per poter rilevare i momenti in cui si deraglia nel colonialismo culturale, anche perché la struttura, le riprese e il plot sono diretta derivazione dagli innumerevoli precedenti britannici, che vedono famiglie tradizionali popolare l'immaginario represso dei giovani virgulti, costretti a confrontarsi con duplici condizionamenti, che da un lato vengono messi alla berlina - quelli più distanti, in quanto appannaggio dei genitori, e meno rivitalizzati dalla evoluzione in fieri che si ha solo nei luoghi in cui la cultura di riferimento è radicata, mentre altrove non può che ripetersi asfittica, senza produrre nuove istanze e senza volersi contaminare (il vero errore delle comunità, tutte le comunità migranti) - e dall'altro sono esaltati nelle loro espressioni più pervicacemente nazionaliste. A quel punto la liberazione dalle imposizioni familiari (patite da tutti i teen-agers del mondo e non solo dai figli di immigrati) passa attraverso l'adesione totale ai miti della Nazione ospite, appiattiti totalmente nella ricerca di un'integrazione che è adesione assoluta e acritica ai riti britannici (football, tifo) e abiura dei propri anche nel momento in cui apparentemente si ripropongono in una falsa mediazione, che non può che svantaggiare la cultura proposta solo nelle sue espressioni coreografiche e vuote, a confronto con quelle appassionate dello scontro sportivo: il fidanzamento indiano è emblematico in questo senso - anche nell'esplicito rimando al film di Mira Nair, che insisteva molto a sottolineare la falsificazione della riproposta del matrimonio tradizionale ripreso nei modi e nei ritmi occidentali - poiché ripercorre i clichés della tipica rappresentazione antropologica (e in quanto tale occidentale): infatti è qui che si concentrano le battute sedicenti comiche, tanto che ci vorrebbe una doppia tuta antivaccate: una per la cerimonia - magari un sari antivaccate - e una per la dozzinalità greve delle battute, che fotograferà anche una situazione reale - e la regista Gurinder Chadha lo testimonia svelando che le comparse del matrimonio erano in gran parte sue parenti che interpretavano il proprio personaggio -, ma lo fa con un giudizio a priori di totale rifiuto che non si avverte invece per i valori del football; che già nel titolo sono riassunti in quell'allusione al campione famoso (nonché dalla presenza di una nota cantautrice come protagonista), utile per attirare le folle becere che infatti hanno affollato le sale.

Non si è voluto nemmeno alludere in questa sede alla totale assenza dei motivi più conflittuali, del soffocante razzismo che si respira nei suburbs, al fatto che i costumi inglesi appaiono lassisti alla madre perché diversi in totale mancanza della considerazione che si tratta dell'altra faccia della medaglia, fatta di quotidiana diffidenza per l'Altro, che fa apparire ridicoli quelli asiatici. Comunque che la convivenza tra culture diverse sul suolo britannico non sia così "pacifica" è testimoniato da altri approcci cinematografici meno famosi, ma più efficaci, prima è però opportuno che il lavoro preventivo della tuta si occupi dell'altro approccio alla coesistenza di riferimenti culturali diversi.
Il filo che unisce le due emblematiche pellicole di forzati dell'integrazione, nonostante la differenza di registro, è duplicato dal machismo di cui soffrirebbero solo le impostazioni familiari dei migranti, mentre le società ospiti apparirebbero come isole beate e accoglienti di pari opportunità, dove i maschietti sono partner e parenti ideali, forse non hanno mai partecipato alle sontuose cerimonie dei matrimoni italiani.

Di fronte a Samia il compito della tuta sarebbe ancora più gravoso e destinato a un insuccesso sicuro. Infatti come non parteggiare per le istanze di liberazione delle ragazze: picchiate, recluse, vessate in ogni modo dal fratello padrone, invasato dalla religione? E come non individuare una possibile rivalsa nella convivenza improntata alla libertà dell'individuo che consente la metropoli francese palpitante tentazioni fuori da quel microcosmo algerino trapiantato in territorio transalpino, un alloggio di nefandezze e discriminazioni, improntate alla segregazione sessuale, con la netta divisione di spazi e diritti, di mansioni e sudditanze. Urla vendetta da ogni fotogramma... e non è possibile negare che il Gia - soprannome non casuale per l'aguzzino - abbia ottenuto di produrre molti mostri di questo tipo? Inoltre il rigore militante del regista marocchino non concede nulla allo spettacolo, stringendo d'appresso con campi stretti i singoli protagonisti (in particolare la bella Samia), seguendo passo passo la quotidianità della famiglia senza indulgere a narrazioni particolarmente accattivanti, premurandosi di riprendere situazioni palesemente credibili, anzi, colte in maniera quasi realista, con disposizione di corpi e oggetti probabilmente negli spazi e con le modalità proprie di quelle situazioni... e allora che cosa ha fatto scattare l'allarme della tuta al punto che ritiene letale il proprio uso in un ambiente così contaminato, uso che finirebbe con l'avvallare l'approccio degli autori?

Probabilmente la reazione di disagio alla inopinata fine del film -che avviene in modo frettoloso - e l'accanimento che fa diventare macchietta il protagonista negativo, o forse la volontà di attribuire la capacità di affrancarsi alle ragazze capaci di trovare la forza di ribellarsi (una sorella fugge di casa, l'altra si rifiuta di sottoporsi all'umiliazione del controllo di verginità), ma ciò che stride con l'ordito che si vuole assolutamente plausibile è l'intercessione finale della madre che senza un adeguato percorso di presa di coscienza, anzi sempre presentata come succube esecutrice dei precetti maschili, si erge a difesa della giovane ribelle. A partire da lì si può ridiscutere l'intera ricostruzione, considerandola poco convincente nel suo intento quasi documentaristico, a partire dalle sequenze in quella casa ridotta a prigione, da quella cameretta simile a una cella, che era apparsa tanto realistica durante gli scontri con il fratello o mentre si facevano pulizie esclusivamente femminili, o quando ci si annoiava sui divani sognando la libertà (esattamente come in quell'altra reclusione rappresentata dalla stanza costellata di poster di Beckham). Inoltre è poco chiaro come possano aver sviluppata questa sensibilità le nuove generazioni, se non attribuendola al condizionamento della scuola e dunque di nuovo associando alla cultura occidentale pericolosi valori positivi in contrasto con quelli - tutti assolutamente negativi - della civiltà originaria, da rifiutare in blocco.

In queste opere forse ciò che è fastidioso è proprio questo radicalismo del rifiuto, che finisce con il coinvolgere ogni espressione dell'individuo proteso a diventare francese (un po' come i bagni nell'acqua minerale di Michael Jackson), qualsiasi legame con se stessi per annullarsi nella totale francesità, qualunque momento della vita viene categorizzato come conferma dell'inadeguatezza della propria cultura di appartenenza (innegabile in un contesto che esula dal contesto in cui sorge, e anche spesso in quello originario) con la conseguente acritica accettazione dell'unica alternativa che si propone. Manca totalmente una critica di entrambe. Ci si limita a uno strabismo che acceca e generalizza, esaspera e idealizza: una sorta di integralismo au contraire che distrugge ogni possibile salvaguardia di ogni aspetto di una cultura a vantaggio di quella dominante, un'abdicazione globale.
Di fronte a questo la tuta non possiede gli anticorpi necessari per evitare di schierarsi emotivamente con le ragazze contro il bruto e la tradizione da lui incarnata, ma possiede ancora il lattice necessario per comprendere che bisogna difendere la capacità di pensare che la salvezza non è rappresentata solo dall'abbraccio letale del modello occidentale.

E allora, di fronte a questa invasione di schermi che impongono visioni rassicuranti, dove è sufficiente estirpare il tarlo machista, sottraendo le donne alla tutela della arretratezza culturale data per scontata persino dai giovani di seconda generazione di quella stessa tradizione, o che giungono a mettere alla berlina un'intera comunità (vorremmo vedere Tremaglia cosa direbbe se al posto dei greci in Il mio grosso e grasso matrimonio greco - che la tuta invita a boicottare preventivamente senza averlo nemmeno visto - ci fosse una famiglia italiana emigrata oltreoceano o se si mettesse in scena lo squallore di un italico matrimonio come - giustamente - avviene in entrambi - sintomatico il luogo comune - i film analizzati, sia le vesti e l'affronto di Samia al matrimonio algerino, dove lei smette le vesti per poter uscire di soppiatto; sia i sari di quello indiano), la tuta si arrende e magari si riconverte.

E la riconversione assume l'aspetto di una tuta progettata non per difendere dalle vaccate della pellicola o dall'incompetenza degli autori, ma per difendere lo spettatore dalla tempesta di proprie reazioni che può procurare la visione ad esempio di Skin Deep, opera crudele e senza infingimenti che non lascia indifferenti. Reazioni scomposte comunque, che si propenda per metodi trevigiani alla razza piave di Gentilini, o che invece si sia fervidi militanti di «comitati migranti»: il ragazzo pakistano diviso è struggente e contemporaneamente odioso, pavido e sperduto, violento e indifeso, alla ricerca costante di un ruolo e di qualcuno che lo consideri. Alla spasmodica ricerca di una vita sociale normale, rapporti con altri che non lo considerino "altro", anche a costo di rinnegare se stesso, addirittura arrivando a odiarsi perché pakistano, a picchiare un altro pakistano perché pakistano e in quel modo convincersi e affermare la propria britannicità.


In questo quarto d'ora di macerante incubo ci sono alcune inquadrature che creano quel climax che conduce all'epilogo tanto simile ai sei minuti di The Big Shave di Scorsese: il giovane allo specchio, che non vuole riconoscere la propria immagine sanguina come lo scarnificato giovane che continua a farsi la barba nello specchio del Vietnam, senza opporsi alla violenza, anzi, nel caso di Ali Khan infliggendosela.

La prima immagine lo connota come vigliacco e rinnegato: incrociando i propri amici non vuole essere confuso con la sorellina più evidentemente connotabile come immigrata: è un'umiliazione lo sguardo che gli viene lanciato dagli autoctoni razzisti, ma è molto peggio la sua adesione a quello sguardo d'odio. Sensata è poi la sequenza che lo inserisce in un contesto di officina, rispettato dai colleghi coi quali sorseggia il beverone, contribuisce a comprendere il personaggio ben di più dei lungometraggi: quasi che si arrivi a legittimare la scelta di Romo di essere inglese.

Lo stadio successivo è la paura che il sospetto nei suoi confronti lo ricacci tra i suoi simili, dirompenti le immagini in soggettiva che cominciano a insinuare l'incubo (ed è qui che la tuta deve intervenire per evitare l'immedesimazione, un uso necessario anche per lo splendido Spider), che dopo l'aggressione si fa pressante rimorso, fino all'assenza di soluzione dell'epilogo allo specchio.


Altro che integrazione! Eppure questa integrazione è uguale, solo più brutalmente rappresentata, a quella a cui si inneggia in Sognando Beckham o che si immagina con speranza in Samia quando la madre difende la sua scelta di non sottoporsi all'ispezione vaginale: non c'è differenza, a parte l'ipocrisia, la voglia di mostrare che tutto va nella direzione giusta con la sopraffazione di un modello soffocato dall'altro, è identica l'umiliazione di rinunciare a se stessi e diventare un modello diverso, prefabbricato dalla società che ci ostiniamo a chiamare ospite e dovremmo definire cannibale, ma nel caso di questi ragazzi è a tutti gli effetti quella dove sono cresciuti, per le giovani algerine è addirittura l'unica forma di liberazione da una sopraffazione ancora maggiore scatenata anche dalla assenza di moderatori sociali - che nei paesi d'origine esisterebbero sicuramente- . Significa che ci hanno imposto il concetto fascista di Patria, prevalente sullo Scambio di elementi culturali in un crogiuolo di costumi, se non rimane nulla - nemmeno la lingua (pensiamo alla lotta kurda per preservarla) - della civiltà di origine soffocata dalla presenza capillare pervasiva di quella in cui si è immersi dalla nascita e che solo una tuta non ancora progettata può difenderci dalla contaminazione dell'omologazione.

Bend it like beckham
Uk, 2002, 112 min.
regia: Gurinder Chadha; sceneggiatura: Gurinder Chadha, Paul Mayeda Berges; fotografia: Jong Lin; scenografia: Nick Ellis; Costumi: Sara Hassan, Ralph Holes; musica: Craig Pruess; suono: Bryan Bowen, Bryan Pennington; montaggio: Justin Krish. Cast: Parminder Nagra, Keira Knightley, Jonathan Ryhs Meyers, Anupma Kher, Archie Panjabi, Shaheen Khan, Shaznay Lewis, Juliet Stevensono. Produzione: Deepak Nayar, Gurinder Chadha per Kingtop Pictures/Bend It Films/Rocv Media/Road Movies; distribuzione Lucky red.

Samia
Francia, 2000, 73 min.
regia: Philippe Faucon; scneggiatura: Philippe Faucon, Soraya Nini, tratta da Ils disent que je suis une beurette si Soraya Nini, fotografia: Jacques Loiseleux; scenografia, costumi: Françoise Clavel; musica: Rachid Taha; suono: Laurent Lafran, Nathalie Vidal; montaggio: Philipe Faucon, Nasser Amri, Sophie Mandonnet. Cast: Lynda Benahouda, Mohamed Chaouch, Kheira Oualhaci, Nadia El Koutei, Yamina Amri, Lakhdar Smati, Farida Abdallah Hadj, Naïma Abelhamid, Amel Sahnoune. Produzione: Humbert Balsan per Centre National de la Cinématographie/Le Studio Canal Plus/Arte France Cinema/Ognon Pictures; vendita Flach Pyramide International, 5 Rue du Chevalier de Saint Georges, 75008 Paris, tel. 31 1 42960220

Skin Deep
Uk, 2002, 14. min
regia, soggetto e sceneggiatura: Yousaf Ali Khan; fotografia: David Katznelson; musica: Andy Cowton; scenografia: Tom Wright; costumi: Samantha F. Crockett; montaggio: Nick Fenton; suono: Matt Rogers. Cast: Darren Sheppard, Scarlett Leibenhals, Mary Sheen, John Hudson, George Russo, Sydney Golder. Produzione e vendita: Andy Porter per APT Films, 225¡ Brecknock Road, London, N19 5AA, Uk, tel. 44 20 72841659, e-mail admin@aptfilms.coom