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Monsoon Wedding
Anno: 2000
Regista: Mira Nair;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: India;
Data inserimento nel database: 22-12-2001


Monsoon Wedding - Mira Nair

Monson Wedding

di Mira Nair

sceneggiatura: Sabrina Dhawan
fotografia: Declan Quinn
scenografia: Stephanie Carroll
montaggio: Allyson C. Johnson
suono: Magdaline Volaitis
musica: Mychael Danna
costumi: Arjun Bhasin

produzione: Mirabai Flms, IFC keyfilms, andora Films, Paradis Films
India, 2000; 114'
distribuzione: Lucky red


Naseeruddin Shah (Lalit Verma)
Shefali Shetty (Ria Verma)
Vijay Raaz (P.K. Dubey)
Tilotama Shome (Alice)
Lillete Dubey (Pimmi Verma)
Vasundhara Das (Aditi Verma)
Parvin Dabas (Hemant Rai)
Kulbhushan Kharbanda (C.L. Chada)
Roshan Seth (Mohan Rai)
Soni Razdan (Saroj Rai)
Neha Dubey (Ayesha Verma)

Si sa che Mira Nair vive in Usa e pertanto è difficile considerarla indiana come è invece profondamente Murali Nair; probabilmente anche lei si accorge di scivolare nel limbo dell'omologazione a una tradizione universalistica infarcita di spruzzate di ingredienti localisti e ha reagito mettendosi in scena. Il pregio del film si riscontra esattamente in questa sensazione di "osservazione attiva" di quella condizione di infinito passaggio dai condizionamenti della cultura di origine all'introiettamento di abitudini nuove. Il primo ad essere intaccato e trasformato è il linguaggio: ci si accorge di questo se si tenta di immortalare qualche fotogramma, catturandolo direttamente dallo schermo. Il montaggio è sincopato, le inquadrature cambiano con la frequenza dei film di John Woo; una caratteristica è quella dell'attacco sul movimento, usato frequentemente, ma con il curioso vezzo di proseguire quel movimento interrotto sullo stacco dell'immagine precedente, dando al raccordo una concitazione, una frenesia, impressionante, come se nella perlustrazione dell'ambiente altoborghese della villa del matrimonio si cercasse qualcosa di sfuggente nei vari e ampi ambienti, che è il vero senso del film: la sua ricerca.

Con intelligenza Nair mette in scena il proprio approccio alla glocalizzazione indiana e usa alcuni registri interessanti, perché nascondono dietro al codice linguistico adottato volta per volta significati reconditi: la festa di matrimonio, addobbata secondo il gusto indiano (quei colori ricorrenti e gai!) e criteri di una famiglia in vista ma in crisi (le partite a golf pretesti per chiedere prestiti sono stereotipi di cui la regista si appropria proponendoli come tali e significativi perché il pubblico, soprattutto indiano, li riconosca come cliché), però raccontata adottando i modi sincopati e il decostruzionismo (blandamente importato con un filtro asiatico) del Robert Coover di Gerald's Party (La festa di Gerald, Feltrinelli, Milano 1986); non rinuncia tuttavia a toccare con compiaciuta e affettuosa ironia tutte le corde bollywoodiane che maggiormente trapelano nell'ordito intessuto su molteplici caratteri, ciascuno bozzetto di una tipologia indiana, soprattutto nell'innamoramento tra l'allestitore della festa e la domestica: tutta costellata di incantamenti, momenti al rallentatore che contrastano con il piglio frenetico hollywoodiano dei ricchi più occidentalizzati, mentre l'anima indiana, fatta di fiori, struggimenti (mangiando garofani) e fascinazioni di colori pastello sgargianti rossi e ocra già evidenti nei titoli di testa a fare da sfondo a righe verticali celesti a dare forma a balletti di forme astratte alla Oskar Fischinger emerge nelle luci filtrate a intercettare in modo sublimemente kitsch gli sguardi languidi; in mezzo si colloca la storia della relazione tra la promessa sposa (matrimonio combinato con un giovane appena rientrato in India in una pausa di una lunga, forse definitiva, emigrazione) e l'annunciatore televisivo maritato: ha i toni del fotoromanzo, i ritmi e le pose del cinema indiano (il bacio rubato negli studi televisivi è commistione estrema dei due mondi), l'epilogo occidentale (la fuga in fuoristrada sotto la pioggia lasciando il fedifrago impegnato in spiegazioni al cellulare in mezzo agli sbirri) e la soluzione finale lieta per gli affezionati spettatori indiani: profusione di ballo, musica e feste.

Sono storie parallele che si intrecciano, creando quegli incroci utili per evidenziare le contraddizioni di questo passaggio epocale della società di Nuova Delhi, sintomatica è una battuta piccata della sorellastra, zitella, di cui evolve con maestria il racconto del trauma infantile specchiato nella bambina insidiata dallo zio-orco, che trova compimento e segno di fiducia nella possibilità di superare prassi incancrenite dando un senso a questa figura a tutto tondo ancora macerata dalle convenienze di una cultura asiatica pur essendo attratta dalla possibilità di studiare creative writing in Usa; la battuta proferita all'inizio del film e che rimane sospesa fino al rinfresco finale, visitato da un'inattesa pioggia (quella del titolo, che sottolinea la saggia previdenza degli organizzatori) è: "Perché, se parli tanto di passione, non ti sposi per amore?" Invece i personaggi più giovani appaiono imbevuti della superficialità americana assorbita attraverso la tv, ma il ragazzino in realtà tiene moltissimo al ballo tradizionale e la giovane bella, attratta dal cugino australiano, lo sedurrà con la stessa danza e gli unici momenti di rilassamento dell'inarrestabile movimento della macchina da presa si godono nel gineceo frequentato in sari e henné, profusioni di colori e di canti rituali, quasi un'oasi a cui attingere esotismo, in quanto ormai sta gradualmente diventando anche per loro tutto ascrivibile a quella categoria, per ritrovare serenità, quella che manca ai due promessi sposi che si incontrano per conoscersi e passeggiando arrivano a un tavolino, attorno al quale si realizza forse l'unico piano sequenza del film, da mal di mare "dogmatico" con la cinepresa impegnata in un ballo di san vito tra l'uno (L'India ti ha stancata?") e l'altra ("No, è che sono curiosa dell'America") che esprime perfettamente i tentennamenti, che vedono le prove del sanghit (il ballo tradizionale) eseguite in vesti occidentali.

Ciliegina finale in questo pastrocchio ben strutturato di forti radici e sradicamenti, di emigrazioni e fascinazioni per universi alieni è il ricordo di come la famiglia allargata si sia spostata e poi divisa in seguito alla scissione del Pakistan e non è certo casuale l'allusione alle etnie, quasi per caso inserite in un dialogo da party, ma che inchioda alle reciproche diffidenze le centinaia di milioni di indiani tamil, bengalesi, cingalesi: "Voi del Punjab siete cattivi", "Voi bengalesi siete presuntuosi". Nel bailamme di culture l'una contro l'altra armate, da sempre s'insinua l'imperialismo culturale, l'importante è esserne consapevoli, saperlo usare, regolarne la penetrazione e magari innescare le stesse difese che scattano contro le culture più vicine.