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Il settimo sigillo - Det sjunde inseglet
Anno: 1956
Regista: Ingmar Bergman;
Autore Recensione: Mario Bucci
Provenienza: Svezia;
Data inserimento nel database: 02-12-2004


La grande guerra

Il settimo sigillo. Ingmar Bergman. 1956. SVEZIA.

Attori: Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Gunnel Lindblom, Bengt Ekerot, Bibi Andersson, Nils Poppe

Durata: 96’

Titolo originale: Det Sjunde inseglet

 

 

Un falco solca il cielo. “Quando l’agnello aperse il settimo sigillo nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe…”. Due uomini, il cavaliere Antonius Block ed il suo scudiero, sono con i loro cavalli in riva al mare. Al fianco di uno è impostata una scacchiera. Sopraggiunge una strana figura che dice di essere la Morte. Antonius accetta di giocare la partita con lei. All’alba il cavaliere ed il suo scudiero possono ripartire. Un saltimbanco assiste all’apparizione di una donna con un bambino ma quando prova a raccontarlo ai suoi compagni non gli credono. Antonius e il suo scudiero arrivano in un paese colpito dalla peste. La Morte continua a seguire Antonius con l’intento di convincerlo. Un giorno anche la famiglia di saltimbanchi giunge in paese ed a loro si uniscono Antonius ed il suo scudiero. Il gruppo si allontana e sul loro cammino assistono all’esecuzione di una donna accusata di stregoneria. Afuggiti ad una tempesta, dopo aver passato altri imprevisti, giungono finalmente nel castello dove ad attendere Antonius c’è la sua donna, l’unica a non essere fuggita dalla peste. Al mattino solo la famiglia di saltimbanchi può scorgere il sole.

Il settimo sigillo, tra le più conosciute opere del regista svedese, è una grande riflessione sul senso della vita e sul significato della morte, messe entrambe sullo stesso tavolo, una di fronte all’altra, in una metaforica partita a scacchi dove ad ogni mossa corrisponde una scelta. Religiosissimo, il film si aggrappa proprio all’idea della morte (la partita a scacchi, il saltimbanco che la imita, la peste, i dipinti con teschi, la condanna) come unica certezza e sicurezza in grado di dare senso all’intera vita. Il terrore per il vuoto (che la morte rappresenta) avvicina sempre di più l’uomo a Dio in una sorta di cieco riconoscimento di una speranza, rappresentata dalla vita stessa (e nel film dalle figure dei saltimbanchi). Il finale, in una sorta di rinascita, un Eden medievale dove due saltimbanchi rappresentano in un certo senso Adamo ed Eva, due esseri umani che guardano la morte portar via anche gli ultimi uomini. È forse il sacrificio del cavaliere a salvare la vita della coppia? In questo senso allora, un cavaliere che ha perso la fede (come Cristo in croce che domanda al Padre il motivo dell’abbandono) è come un messia sulla terra che torna a ribadire l’importanza dell’uomo di fonte alla morte ed alla responsabilità della vita. Il contesto medievale poi, carico di simboli e figure che si rifanno alla pittura ed alla letteratura, è anche il pretesto per parlare degli anni in cui il film venne realizzato, una sorta di caos post bellico ad un passo (si credeva all’epoca) da un conflitto ancora maggiore e più devastante (la peste come flagello atomico). Allegorico, a volte didascalico ma sempre profondo, il film è una pietra miliare del cinema d’autore, fatto di inquadrature dal forte senso narrativo e da dialoghi che nascondono, dietro ogni singola battuta, una riflessione tanto profonda quanto personale. Non a caso il regista, parlando di questo lavoro, affermò che si trattava di una delle ultime espressioni di fede, delle idee che aveva ereditato dal padre e che portava con se fin dall'infanzia [i].          

 

 

Bucci Mario

videodrome76@hotmail.com



[i] Morando Morandini. Dizionario dei film 2003. Zanichelli.