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Festival del Cinema Esteuropeo di Cottbus 2008

L'unica cosa assurda è l'Assurdità
18° Festival del Cinema Esteuropeo di Cottbus.

Film recensiti:

  • Plennyi
  • Mucha
  • Děti Noci
  • Delta
  • Trishtimi i Zonjes Schnadjer
  • Adep Achlak

PlennyjHa senso parlare del Festival del Cinema Esteuropeo di Cottbus al momento del suo diciottesimo compleanno, perché non ha fatto che ingrandirsi, con l'irruenza di una valanga disordinata, nel mentre che il grande pubblico a valle rimaneva colpevolmente ignaro. Per cui, perlomeno, dargli il giusto peso in occasione della maggiore età, cosa che ad es. ha già fatto Variety, che lo ha incluso nel novero dei 50 Festival Cinematografici Imperdibili; ciò significando Cottbus e Berlinale su di una stessa pagina, voci della medesima lista, fermo restando quel che ci frega di Variety.

Innanzitutto quindi sapere di che si tratta: di un Festival che è il caravanserraglio per elezione in cui la cinematografia esteuropea contemporanea comunica e scambia con quella occidentale, presentando merci e ritraendo universi. Posizionatosi come erede necessario dello spirito del Festival di Oberhausen pre-1989, che per Hilmar Hoffman è stato più volte Weg zum Nachbarn, una "strada verso i Vicini", il Festival di Cottbus ha esordito a ridosso della caduta del Muro, con intenti pionieristici (si chiamava "Festival delle Nuove Leve e del Cinema Sperimentale Esteuropeo") ed ambizioni studentescoidi. Dopodichè, nel corso degli anni, ha cambiato due volte nome, passando da "Festival dei Giovani Film Esteuropei" a ciò che è oggi.  Tra questi pochi ed elementari snodi c'è però una crescita rocambolesca, i motivi principali della quale sono l'unicità dell'evento, che per tipologia e collocazione non ha concorrenti degni di nota; gli interessi politici in gioco, da leggersi di anno in anno nelle cospicue sponsorship e nel massivo coinvolgimento delle autorità locali e governative; e l'indiscutibile fascino della manifestazione, il quale è multiforme e riguarda tanto la selezione (oramai risaputamente ottima) quanto le condizioni contingenti e trasversali ovvero l'atmosfera di contesto.

Se si vuole rifare il conto, un Festival del Cinema Esteuropeo unico nel suo genere, ufficiale per pianificazione ed artisticamente significativo. In merito all'unicità, ci si può chiedere se ciò significhi ancora qualcosa, oggi che ogni idraulico è polacco, ogni muratore rumeno ed ogni seconda moglie ucraina, essendo stato per giunta da poco scientificamente dimostrato che il centro del continente cade niente meno che in Lituania. Alla domanda si risponde allora senz'altro "certo che sì", perché è proprio con questa Europa qui a 27, secondo le direttrici diagonali disegnate da tot leggi di Murphy accavallate, che di ciò che accade cinematograficamente parlando in Romania o in Estonia, piuttosto che in Azerbaijan o addirittura Russia, per giunta in fremente e scalciante risveglio filmico, perlopiù trascurato; che di ciò che vi accade, diciamo, se ne sa poco più che niente. E per adoperare un paio di es. a caso, è solo grazie allo smistamento di Cottbus che i nomi di Radu Mihaileanu o György Pálfi ci dicono qualcosa. A tal proposito, sarebbe stato magnifico poterli vedere in faccia, il Ministro degli Esteri piuttosto che quello del Brandeburgo quando a suo tempo, per tenersi buoni i propri corrispettivi oltreconfine orientale, inghiottirono di dover benedire la manifestazione che proiettava in prima serata Taxidermia. 

Guardarli dritto negli occhi per cercarvi dentro una definizione postmoderna di ragion di Stato o chissà  cos'altro.

È che poi è davvero un po' qui e un po' lì onnipresente, nelle giornate di rassegna, questa peculiare ambivalenza tra dignità diplomatica e pressappochismo ossi, oppure tra compostezza e grottesco, oppure ancora tra le cd. luci della ribalta e le ombre lunari della cittadina brandeburghese, che non si ribalta mai, che quando ci arrivi non è cosa che dici reale, lì presente ma non del tutto, muta e  sferzata da venti grigi. Da un lato, la Stadthalle illuminata a giorno con tanto di guida rossa; dall'altro, un reticolo di esile vernice blu, a simboleggiare una pellicola che corre sui marciapiedi e connette le altre location del Festival, aiutando i visitatori forestieri ad orientarsi spazialmente tra i vasti incroci similsovietici e la segnaletica in doppia lingua tedesca/sorba. Nel mezzo, i cinema Weltspiegel, il più antico della Germania, sedili in legno e barra continua per poggiare le birre, e l'Obenkino, lett: "cinema di sopra", saletta d'essay per l'appunto situata su di un secondo piano. Dentro, programmazioni che conoscono l'incantesimo del non annoiare, interpuntate di dibattiti e sceneggiatori slavi o ancora più di quello, giovani attori che si prendono troppo sul serio e promesse della regia annichilite da traduttori noncuranti che confondono senza problemi la Polonia con la Repubblica Ceca, travisando contenuti ed ostentando tedio. 

Caratteristiche e connotazioni toposociologiche di un sentire dignitosamente pressappochista o di una serietà monca, incompleta non colpevole che cerca di ovviar-si, do it yourself, affascinanti sedimenti della visione del mondo tardo comunista che si riorganizza oggi freneticamente da sé, senza aiuto alcuno: vale a dire, tutto sommato, nient'altro che la cifra - ma no, l'idioma stilistico comune alla maggior parte dei film in rassegna, proprio quello lì. Ciò che più di ogni altra cosa fa di un'iniziativa provinciale e frontaliera l'evento annuale che è. 

FILM IN COMPETIZIONE 

Il vincitore assoluto Plennyi, coproduzione russo-bulgara diretta da Alexej Uchitel, rimesta a modo suo in una faccenda particolarmente scottante come quella cecena, cosa comunque non estemporanea ed anzi per certi versi in voga, si pensi ad esempio ad Alexandra di Sokurov, uscito appena l'anno scorso. Lo fa però in maniera serena o meglio rasserenata, concentrando l'attenzione sulle aderenze più che sugli attriti, registrando discretamente toni sommessi e complicità sopravvenute, da dietro la porta aperta come nel caso dell'amplesso tra il soldato e la contadina, oppure a tre quarti, come contemplando il russo che si ciba pacifico dallo scodellone offerto dalla casa. In questo ordinario contesto rurale ed umano, tra la polvere di un paesello ceceno occupato dalle milizie russe, viene organizzata una spedizione di recupero dispersi alla quale prendono parte due soldati ed un giovane Plennyj ossia "prigioniero" ceceno, che ha dimestichezza con le montagne e dovrà fungere da guida. Lungi dall'evolversi in un normale divisa & boscaglia movie, ed anzi decisamente carente in termini d'azione, il film si crogiola con lentezza nel proprio scontato rilievo storico, fattore quest'ultimo si suppone determinante al momento in cui sono state tirate le somme della premiazione, a conferma di quanto già detto in merito alle implicazioni politiche che allignano tra i vari snodi della rassegna. 

Mucha

Tale constatazione assume anche più rilievo al cospetto di Mucha, premio per il migliore debutto ed anch'esso targato Russia, un film entusiasmante ed indiscutibilmente superiore all'appena citato connazionale in concorso. Ciò che vi accade è che Fydor, corpulento camionista con maglia alla marinara e vizio delle donne, scopre rocambolescamente di avere una figlia adolescente, venuta fuori da un'avventura da tempo dimenticata, ed è costretto da polizia e politici a prendersene cura. Al fine di far ciò, baratta il suo nomadismo con un'ipotesi di vita stanziale nell'inenarrabile paesino della provincia ex sovietica in cui Mucha e la sua defunta madre hanno per molti anni vissuto. Sennonchè, Mucha è un enfant terrible senza riscatto: non si cura della scuola, ha decine di questioni sospese con le autorità e trascorre il suo tempo libero a tirare di boxe. Nonostante i suoi strenui tentativi di calciare via il padre dalla propria vita, Fydor si inserisce lo stesso con determinazione prima nello sbrindellato tessuto sociale locale, divenendo l'idolo di tutte le single del Paese (molte tali per via dell'Esercito), poi di lei cuore, salvo decidersi in extremis ad abbandonarla nuovamente. Ma il destino ha ancora qualcosa da dire. L'opera prima del 35enne Wladimir Kott colpisce per il distacco isterico ed amorale e per la sollecitazione visiva, i colori pieni e l'eleganza del sudiciume, terra e catrame, olio, fango, che sono le costanti del film. Nel mentre che una ex superpotenza sguazza nei rimasugli delle proprie vestigia ridendosi in faccia allo specchio, risata questa peraltro formidabilmente registrata in un costante ghigno lungo tutta la pellicola, le anime che vi tirano avanti sono vuote e teatrali nel loro esserlo, confuse ed indegne di esser comprese. Però di osservarle, da vicino, primi piani e carrellate, pare ne valga davvero la pena. 

Děti Noci

Con Děti Noci, Repubblica Ceca 2008, siamo da qualche parte auf der Kippe tra i margini delle cicatrici della Guerra Fredda, ma più precisamente proprio nella zona rinsaldatasi dopo l'89, la poetica del film essendo per molti versi copiosamente statunitense o perlomeno, comedire, import / export. Le vicende della protagonista Ofka, annichilata riedizione esteuropea della Rider di Reality Bites, me le sarei pertanto addirittura risparmiate, se avessi saputo con adeguato anticipo le cose che non c'è mai verso di sapere in anticipo. Lo script del film è severamente economico: c'è una ragazza ceca che si crogiola nella propria medietà, fatta di un offensivo lavoro al market 24h, delle false certezze della relazione con un ragazzo belloccio e rigido e del cinismo impaurito di chi non si fida a saltare in groppa alle proprie qualità per partire alla volta di Mondi. Quando il ragazzo la lascia per la sua amica, quando rimane vittima di una violenta e sospetta rapina notturna e quando la vita in famiglia si fa sempre più asfissiante, da che tutti sembrano accusarla di autoindulgenza e lassismo, Ofka vacilla ed è lì lì per crollare, trascinandosi dietro anche il suo miglior amico sempliciotto ed infatuato. Al momento in cui ci si attenderebbe il crack definitivo, però, la bizzarria degli eventi, con delicatezza graduale e sfiziosamente avara, porge la mano alla protagonista e sembra illuderla del fatto che domani sarà un po' meglio e dopodomani chissà – la risposta migliore risiede nel non fare la domanda. Il portamento della regia di Michaela Pavlàtovà, la quale peraltro mantiene agli atti una nomination all'Oscar nel lontano 1991 per il cortometraggio d'animazione Řeči Řeči Řeči, è femminile di quel particolare femminile che certe volte non ci piace, psicologicamente involuto ed avulso dalle cose stesse, più suggestionabile che suggestivo. La povertà dei personaggi di contorno, a sola eccezione del miglior amico Ubr, la cui interpretazione è a dire il vero l'unica vera forza del film, rende l'intreccio per così dire fantomatico ed inaffidabile, insussistente. Tanto che il momento ultimo dell'abbozzata rinascita della protagonista, dell'avvenuta transizione, vi si dissolve a propria volta dentro, lasciando l'opera priva di messaggi o risoluzione. 

Delta

Delta di premi ha vinto solo questo poco chiaro Don Quijote. Bene però, se non altro, che vi sia stato un riconoscimento, dal momento che si trattava del lungometraggio più denso, vivido e visionario di questa edizione. Si ha dunque un silenzioso giovane, marcatamente Edward Scissorhands, che torna dopo lunga assenza al proprio Paese natio, situato per l'appunto sul delta che il Danubio crea incontrando il Mar Nero. La madre lo accoglie con moderata freddezza, il padre acquisito senza alcun entusiasmo e la sorella con irrefrenabile curiosità; tanto da mettersi quasi immediatamente al suo seguito, nell'implicita e vana speranza di poter comprendere ciò che gli passa per la testa. Il giovane la lascia fare, interessato quasi unicamente al whisky ed al suo personale piano: costruirsi una casa di faggio nel bel mezzo del fiume. Col passare del tempo i giovani si trovano a cooperare in vista del risultato definitivo, volendo la giovane ragazza abbandonare la casa di famiglia (cosa che le costa anche uno stupro, particolarmente sordo e toccante, da parte del padre) ed iniziare una nuova vita sulle palafitte, sotto lo stesso tetto del parente ritrovato che, assai intuitivamente, ci mette poco a diventare il suo amante. In questo preciso istante o snodo, unico vero obiettivo letterario del film, il punto su cui ogni altro avvenimento precedente o successivo è ponderato, la pellicola sembra esplodere in una violenta dolcissima saturazione cromatica ed essenziale: i paesaggi inenarrabili, fiammeggianti e sospesi, diventano i due protagonisti in un morfismo bilaterale mandando psiche in tripudio e techne affanculo; la sorella si alza in punta di piedi per baciare il fratello, che la copre con la sua sagoma e divide in due parti l'inquadratura, altrimenti invasa dalle acque; dopodichè la camera stacca, riflette e torna sul volto del risveglio di lui, a cielo aperto, onde seguire il suo sguardo che muove alla ricerca della sua nuova ragione e la trova mentre si sta alzando su di un pontile, terra malferma, nuda nel sole dell'alba di un mondo completamente artefatto e talmente poco credibile da essere l'unica realtà rimasta. I due giovani consumano poi la loro condizione para- deus- ica invitando i concittadini a festeggiare l'imminente inaugurazione della casa. Nel corso dell'unica notte significativa del film, offrono ai loro invitati assai letteralmente pani e pesci, cosa che attesta un'urgenza comunicativa per l'appunto evangelica e ormai apertamente misticista, per poi dover scontare tutta la loro felicità in chiusura, quando si scopre che l'intero paese trama contro di loro e medita di punire l'incesto con la condanna a morte. Il film si conclude dunque di nuovo sulle acque, inseguendo il gilet del giovane che, privo del proprio contenuto, vaga in senso contrario alla corrente (verosimilmente telecomandato) appartenendo oramai alla storia naturale di un posto che esiste solo per se stesso ed intende rimanere incontaminato. Il regista di questo lavoro ha 33 anni, si chiama Kornèl Mundruczò ed è ungherese; non è nuovo a Cottbus e vi ha anzi addirittura già vinto un premio, specificamente per il migliore corto nell'anno 2001. I suoi film, che sono già 8, sono stati a più riprese glorificati in patria. Di per noi, aspettiamo di poterli ricevere e vedere ciò che accade, dilagando sul pensiero che c'è cinema e Cinema e quello più alto è propriamente un restringimento o contrazione, concentrazione come per ogni cima, per ciò stesso dannatamente sfuggente allo sguardo. 

SPEKTRUM

Essendo il Focus dell'edizione 2008 di Cottbus "Il nuovo cinema dal Baltico", la sezione Spektrum ne ha ripreso per i capelli l'orientamento proponendo tre pellicole perfettamente in tema. Ciò non toglie che le altre tre delle sei in sezione fossero di provenienza random e nella media di molto sopra alle altre, senz'altro per puro caso. 

C'è quindi l'es. di Trishtimi i Zonjes Schnadjer (come lingua è albanese, però la produzione ed il recitato sono cechi), presentato in sala niente popò etc che da Arta Dobroshi, incantevole attrice già ampliamente sospirata ai tempi del suo esordio con Le silence de Lorna, nonché uno degli esempi di cui molto sopra, quando si diceva dei giovini che si prendono troppo sul serio. L'intreccio è sfizioso, perché ci sono tre rampolli dell'arcinota FAMU di Praga che vogliono girare il proprio lavoro di laurea in un piccolo borgo dell'incantevole campagna Boema. In tal luogo, oltre che il personaggio marginale del conte interpretato da un Michele Placido a verosimile corto d'ingaggi, risiede un'umanità socialista di semplici ed aggraziate parvenze, un idilliaco ritratto di quando accade che gli assestamenti istituzionali contano quello che contano se il buono lo fanno le persone. Di questi tre giovini, pieni di verve ottimismo e speranze per il futuro, il più belloccio è però albanese, esattamente come il regista – trattandosi dunque di un film autobiografico, e destinato ad imminente e forzato rimpatrio per via della rottura tra i "revisionisti" delle Democrazie Popolari ed i duri e puri della rivoluzione culturale albanese del '66-'67. Felice della sua vita e delle sue amanti, il giovane si gode le ultime gioie cecoslovacche in terra boema e fa in tempo a portare a termine, sebbene con ripetute grane, il suo girato di laurea; ma al momento di lasciare definitivamente la Cecoslovacchia giungono anche per lui le classiche lacrime tornatoriane con tanto di treno che sbuffa vapore tra gli alberi verde smeraldo e non è il caso di spoilerare più di così. Piro Milkani, il regista / autore, è stato addirittura ambasciatore d'Albania in Repubblica Ceca dal 1998 al 2002 - per cui qui è dove il discorso della politicizzazione di Cottbus salta e si ripiega su se stesso al cubo, dibattendosi. Però c'è dell'altro: un'archeologia visiva di portata focolare, che stipa immagini come fossero collezioni, volta a fare di un film un album di fotografie animate. Di queste, le più incantevoli sono una scena di sesso notturna, dall'alto con le lucciole che volano tutto attorno; la testa fulva di Aňa Geislerova che si ribalta scherzosa tra certe scadenti lenzuola bianche; il ballo di gruppo nell'osteria, che strilla che anche a quei tempi lì si viveva felici come matti, che ti credi / che ci crediamo? Per film del genere il tedesco adopera assai propriamente l'aggettivo herzerfrischend, qualcosa come "molto rinfrescante" nel senso d'esser capace di alleggerire ed allargare le scapole, sospiro di serenità recuperata, il sentire delle lacrime della signora Schnadjer, per l'appunto tra Tornatore ed il Peter Weir di Dead Poets Society ma con la farfallosità che si consente chi ha capito da tempo com'è che funziona. 

E c'è ancora, il meglio per ultimo, l'es. di Adep Achlak, perla assoluta della Volljährigkeit di Cottbus. Internazionalmente tradotto con Absurd und Absurdität, è un frantumato inconcepibile e sconcertante lungometraggio kyrgico che gira ancora una volta intorno alla vita di tre ragazzi, amici da tempo immemore, disorientati inermi succubi dell'evoluzione socioculturale spontaneista del proprio Paese, allo sbando totale. Il più maturo dei tre, nella prima parte del film, subisce le conseguenze di una scappatella con una vicina, per poi accogliere, nella seconda parte, il ben più oneroso castigo della visita dello zio di campagna, corpulento alcolista in canottiera giunto in "città" (parola che qui fa ridere via gli occhi) per comperare un'automobile. Gli altri due, più giovani, si barcamenano tra suicidi sistematicamente falliti e quotidiane feste d'addio, in vista di un agognato espatrio alla volta della Germania che però non riesce mai, causa mancato ottenimento di un kafkiano visto. Di contorno ai protagonisti ci sono edilizia dai colori lividi, luoghi di aggregazione sfuggenti, planimetrie irrazionali, urbanistiche marziane; interazioni incredule, esasperanti, un intontimento radicale che pervade anche gli oggetti; barboni che si avvicinano a floride giovincelle dormienti ed indecisi se toccar loro o meno le tette, optano piuttosto per rubar loro la vodka, trattandosi poi alla fine sempre di quello, di bere. Alcool e vicende umane che fanno a tempo ad iniziare ma non a finire, alla terza bottiglia. Ed un elegantissimo collage di cocci di prismi, la realtà percepita come sfaldamento speculare, ogni pezzo che cade a specchiarsi nell'altro per poi riflettere il risultato su di un terzo che a propria volta scompone, moltiplicando le direzioni con risultati ingestibili e grotteschi. Oppure anche esilaranti. Soltanto che qui si vuole invece chiudere con le labbra all'ingiù, accennando ad es. a come la prima sorpresa di chi scrive sia stata realizzare che in Kyrgystan hanno tratti marcatamente orientali – per cui figurarsi quanto e quanto dopo è dovuta arrivare quell'altra, di sorpresa, cioè scoprire che l'architetto di quest'opera d'ingegno, rispondente al nome di Marat Alykulow, sono già otto anni che lavora per una casa di produzione (Djebe). 

Nel senso di chissà in tutto questo tempo quanta roba ci siamo persi, se il tenore è quello, anche perché quando si è trattato di promuovere il diciottesimo compleanno del Festival del Cinema Esteuropeo, questa volta come detto incentrato su Mar Baltico ed incidentalmente Russia, c'è stato tutto un gran riempirsi la bocca del caso idealtipo di come i tedeschi chiamino "Mare dell'Est" ciò che gli Estoni chiamano "Mare dell'Ovest", dovendo ciò dimostrare quanto immensamente assurdo sia di volta in volta assumere come unico punto di vista valido un unico punto di vista, constatazione che ovviamente allude all'auspicabilità di un saggio e continuativo confronto anche artistico con l'Est ed il suo passato ancora tutto da scoprire ed il suo presente tutto da studiare, comprendere, relativizzare, quando invece è comunque dimostrabile che l'unica cosa davvero assurda è l'Assurdità. 

Giordano Simoncini