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La chatte à deux tête
Anno: 2002
Regista: Jacques Nolot;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Francia;
Data inserimento nel database: 26-04-2003


La chatte à deux tête: Jacques Nolot

Jacques Nolot

La chatte à deux tête

Visto all'18° festival internazionale di film con tematiche omosessuali - Torino



 



Regia:  Jacques Nolot
Sceneggiatura:  Jacques Nolot
Fotografia:  Germain Desmoulins
Montaqgio:  Sophie Reine
Scenografia:  Patrick Durand

CAST

Jacques Nolot, Vittoria Scognamiglio, Sébastien Viala, Frédéric Longbois, Lionel Goldstein, Olivier Torres.

Produzione: Elia Films, 9 rue de Ganneran, 75018 Paris - Francia tel. 33 1 45 227515 fax 33 1 45 227561, eliafilms@wanadoo.fr
distribuzione: Gemini Films, 34, Boulevard Sebastopol, 75000 Paris France
Durata: 90'
Anno: 2002
Nazione: Francia

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Potevamo sperare solo in Edoardo Bruno. Probabilmente è stato messo in minoranza dal resto della giuria, non delle meglio rappresentative. Questa edizione ha visto premiare il film pù fastidioso, quello dove i luoghi comuni sui gay (tutti rappresentati) si sposano con lo squallore delle sale a luci rosse, insistendo sull'atmosfera sordida dove gli "etero" vanno per farsi i culi en travesti. Dimostrazione di quella che è la sensibilità di giurati borghesi, che ammantano la loro presunta cinefilia di molta mondanità e superficiale accademia: hanno scaricato in quella scelta il loro modo di vedere il mondo gay, relegandolo una volta di più nel ghetto, impedendogli di uscire, di entrare a far parte finalmente del mondo. Infatti il finale vede avviarsi tristemente a sala spenta i tre eroi verso un'altra serata uguale ad altre, di emarginazione autoconsolatoria tra loro in quartieri già periferici, elemosinando un po' d'amore l'uno dall'altro: la giuria ha optato per la claustrofobia di un film ripetitivo, noioso, morboso, sgradevole, in cui almeno si ha la certezza che gli "altri" troveranno le conferme che vanno cercando sul mondo delle checche.
Una pellicola - volutamente? - insopportabile, che vorrebbe essere provocatoria forse, ma in realtà giustappone l'unica figura non relegata nel macchiettismo (la cassiera etero) su tutti quegli infelici che faticosamente "lavorano" là sotto - e la sensazione è proprio quella dell'impegno da travet del sesso isolati in qualche scantinato - nella sala a soddisfare l'assenza di fantasia erotica dei convenuti. Un mondo di corpi sgradevoli... brutti e tristi: non c'è un moto di spirito, una risata, un sorriso, un guizzo di intesa che non sia mirato al mercimonio.
Rimane una cappa di totale incomunicabilità, nel buio della sala a cui fa da contraltare la cassa in cima alle scale, dove si scambiano due parole il proiezionista e la cassiera e poi il più distinto dei clienti, il regista stesso, che si ritaglia la parte di scrittore per dotarsi di un fascino ineffabile, mentre la cassiera narra di prostituzione ed emigrazione d'altri tempi; dall'Italia.
La banalità di quegli sguardi spenti negli specchi dei cessi dove i lavoratori del sesso si cambiano, la simbologia delle scale percorse in discesa per accedere a una sorta di mondo a parte, appunto un ghetto, dove il regista si crogiola, aspirando testosterone e scambiandolo per libertà gay. Scontate le storielline che ci ammanniscono di sopra, come in un intervallo di chiacchiere: quello che interessa è "là sotto", quel mondo incapace di trarre piacere, che si mette in fila per fottere il travestito tra un tempo e l'altro, senza gioia. Una comunità sempre uguale, tutti si conoscono e sanno quali sono le esternazione dei singoli. Un mondo a parte, compiaciuto di esserlo eppure infitto in una profonda tristezza da cui non si esce nemmeno a riveder le stelle dalle parti della cassiera.
Ma la giuria non ha solo sfoderato con questa scelta le sue certezze di apartheid omofobo ammantato di tolleranza a distanza, c'è anche il gusto pseudo-cinefilo: il bianco/nero neorealista messicano, sintomo di grandi studi all'Unam su Pasolini e Antonioni, di Mil nubes de paz cercan el cielo o gli eleganti 17 quadri (indistinguibili nell'elaborazione luttuosa di Beatrice Dalle di 17 fois Cécil Cassard) sarebbero stati troppo smaccatamente - e correttamene - cinefili; Yossi & Jagger poco corretto politicamente e Valentín un impianto troppo teatrale e costruito con grazia, ma con il "vizio" nascosto dietro il sipario shakespeariano. Invece questa scelta innocua poteva essere difesa rifugiandosi nel giochino pseudo-intellettuale (appunto accademico) dello spettatore voyeur che viene trascinato ad assistere ai maneggi, mentre del film proiettato si intravvedono castigatissimi fotogrammi che non arraperebbero nessuno: infatti il sistema di eccitamento è autocentrato e chiuso nel microcosmo descritto con insistenza; però l'interesse è così scarso che voyeur sarà il regista eventualmente, non certo l'annoiato malcapitato che nonviene coinvolto dallo sguardo piatto delle inquadrature sempre uguali, per il quale non scatta il transfert con i presunti alter ego con la patta slacciata in quella sala.
E allora: il film fa schifo, ma è allusivo al proprio mondo - inteso come quello di celluloide - parlando di un altro mondo (quello dei marchettari da cinematografo), altrettanto inarrivabile e tanto basta per premiarlo, da parte di Barbara Alberti, Giulia Carluccio, Aurelio Grimaldi, Luca Guadagnino e speriamo non Edoardo Bruno.