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Regia: Penelope Spheeris
Fotografia: Jaime Thompson
Montaggio: Ann Trulove
Musica: Phil Suchomel
Interpreti: Squid, Eyeball, Spoon, Hamburger, Why-me
Produzione:Spheeris Film Inc., P.O. Box 1128, Studio City, CA 91604, USA, tel 1-818-5051300, e-mail penelopex@earthlink.net
Formato: 35 mm.
Provenienza: USA
Anno: 1998 Durata: 87'

Conflitto Finale sembra l'ironico sottotitolo di questo terzo capitolo di una personalissima immersione nel drop out targato punk a cadenze decennali, che non apporta grosse novità rispetto al primo; neanche il pubblico è variato, solo un pochino più attempato: qualche fila dietro di me c'è Paolone Aka Ferrari e di fianco si materializza il mio vecchio compagno di concerti di fine '70s, perso di vista da anni.
L'approccio di Penelope Spheeris sembra da entomologo con quella lampadina accesa sulla testa dei ragazzi per estrarne chissà quali confessioni, ottenendone invece quadri di tenera involontaria umanità, che però riduce i resti del movimento punk a sbandati per cause sociologicamente individuabili e non per meditata scelta antagonista.

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The Decline of Western Civilization: Part III
Anno: 1998
Regista: Penelope Spheeris;
Autore Recensione: Adriano Boano
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 23-11-1998


Penelope Spheeris
Visto al

      The Decline of Western Civilization: Part III

Si deve ammirare il b/n slavato da quella lampadina, alternato alle creste variopinte, provocazione ormai un po' datata, e alle interviste ai "normali": uno sbirro, che si sforza di far finta di comprendere il fenomeno, un proprietario di locale che ascolterebbe Sinatra, ma business is business. Intanto la mdp scaracolla e zooma senza nemmeno provocare conati di vomito e registrando banalità come: "più di tutto hanno in odio l'autorità sotto ogni forma". Grazie della rivelazione.
Ugly, angry sono solo più parole che fanno parte del folklore e su tutto si stende una patina di nostalgia, scossa soltanto dalla figura del vecchio tossico assiso su una poltrona, braccia in evidenza a mostrare le cicatrici, un sopravvissuto che contrasta con la realtà dei giovani che non sono falsi profeti quando pronunciano la non difficile previsione di essere morti entro i fatidici cinque anni che l'intervistatrice prospetta loro in barba al no future: il "vecchio" è l'unico momento di tensione emotiva, ma stremato non può più comunicare ribellismo, quanto triste sconfitta; dimesso, chiamato a fare confronti improbabili, dà solo una sensazione di indicibile stanchezza: "Vorrei non aver sprecato tempo con le droghe".

Una pubblicità progresso che non tocca le nuove generazioni, le quali invece cominciano a bere alle sei del mattino, quando aprono gli smerci per smettere solo alle due di notte, alla chiusura; per delirare, vaneggiando una comune della birra, realizzata sotto forma di ghetto nel "campo di bevute" (un cortile tra recinzioni in cui si può bere "liberamente"). Seguono immagini di concerti e domande volte a dare un'immagine completa di quello che rimane della esistenza dei punk di L.A., degna dei più reconditi sogni di un qualunque giornalista canavesano in fregola di descrivere i desideri dei famigerati squatters locali ("non sei triste per tutto il male che hai subìto?"). Di tutte le pleonastiche informazioni registriamo quella meno banale: "Sono razzista o finocchio, se così pensi tu: per te lo sono. Quello che mi dà fastidio è solo quella telecamera". La parte più interessante è quella finale, che accomuna le due sponde dell'Atlantico, perché la regista non è capace di replicare nulla di più originale di "Ma è il mio lavoro", il resto fa parte della tradizione.

Naked Aggression sono la band più seguita, anche nell'intimità. Dove si scoprono imprevisti studi classici; tutti lavorano e sono integrati. Persino impegnati in battaglie contro gli squallidi movimenti anti-abortisti o in concerti benefit per pagare l'affitto a vecchi ed emarginati. Poi passando attraverso la casa della madre di Gizmo dei Resistance, che sono davvero più vicini al punk di strada, tanto che a volte non riescono a trovarsi per le prove non sapendo in quale vicolo dormono il giorno dopo, si arriva alle tragedie della catarsi finale, alle quali si demanda il compito di assegnare senso al film, dedicato a Squid, morto randellato post film da un'altra delle intervistate; informazioni che ci vengono consegnate dal classico cartello oltre i titoli di coda, come un american graffiti altrettanto edulcorato, sebbene manifesti un disagio, che consente di asserire che il declino è irreversibile e quindi la società non può che esplodere. Speriamo.

Unica profonda verità del film ampiamente condivisibile: "Non ti pagano per un lavoro che ti piace, ma perché non ti piace".