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Sib - La Mela
Anno: 1998
Regista: Samira Makhmalbaf;
Autore Recensione: Adriano boano
Provenienza: Iran;
Data inserimento nel database: 27-11-1998


Sib - La Mela - Le Pomme
Visto al

      Sib

Regia: Samira Makhmalbaf
Sceneggiatura: Mohsen e Samira Makhmalbaf
Fotografia: Ebrahim Ghafori, Mohamad Ahmadi
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf
Suono: Behroz Shamat
Musica: Tradizionale iranaiana
Interpreti: Massoumeh Naderi, Zahra Naderi, Ghdrbanali Naderi, Azizeh Mohamadi, Zahra Saghrisaz
Produzione: Makhmalbaf Productions, 1 avenue 45 Shahrak Dolotabad, Tehran, Iran, tel. 98-21-3745773
Distribuzione: Lucky Red
Formato: 35 mm.
Provenienza: Iran-Francia
Durata: 85'
Anno: 1998


Chi conoscendo i fatti da cui muove il film pensasse al Kaspar Hauser di Herzog, si disilluda: qui siamo nei pressi del più vieto neorealismo di un istant movie (la bellissima diciottenne figlia d'arte dice di aver preparato lo script nei tre giorni successivi alla diffusione della notizia della denuncia fatta dai vicini di una famiglia le cui figlie erano state tenute recluse per tutti i loro dodici anni e di aver concluso le riprese già due settimane dopo) che tradisce l'originalità del cinema iraniano: dove esso interpreta la vetusta idea neorealista mantenendosi a cavallo tra fiction e metalinguaggio palesato, dove la maniera dei padri (Naderi, Kiarostami, Makhmalbaf, Panahi) prevede un equilibrismo delicato tra la manifestazione delle strutture della forma cinema e l'esibizione di una realtà poco o nulla esibita (Close Up di Kiarostami o Salaam Cinema di Makhmalbaf sono illustri precedenti in cui l'evento autentico intrinseco al cinema, tuttavia allude ad altro ed in questo modo trae linfa dalla propria falsificazione), qui invece si opera in modo risaputo e noioso su un fatto di cronaca, sviscerato in ogni aspetto come un Lizzani qualunque, mirando a far emergere la coralità del quartiere in contrapposizione con il cortile-gabbia, senza riuscire a fare altro che inanellare episodi tratti dal repertorio ormai lunghissimo dei bambini iraniani.

Possibile che Mohsen non sia intervenuto e abbia lasciato offendere lo sguardo gonfiando a 35 mm. un video malfatto per introdurci nel cortile del misfatto usando i mezzi televisivi che avevano sollecitato la fantasia di Samira per la realizzazione di questo film, già mostrato in sessanta festival mondiali.

Sensibilità ed echi della filmografia iraniana permangono: il vaso irrorato dall'acqua con il bicchiere piccolo (metafora della condizione di aridità delle due ragazze?) è cifra dell'universo di riferimento dell'immaginario mediorientale; lo specchio è una delle metafore abusate dal più illustre padre ("È difficile ricomporre i pezzi dei uno specchio"); il deambulare (preferibilmente su rotaie come in Il Corridore di Naderi) dei ragazzini è un tropo della consapevole formazione dei bambini iraniani, che in questo modo pare rilevino le regole elementari della società civile: la perdita dello sguardo innocente diventa superamento dell'inebetimento rispettando le regole del cinema iraniano. Però manca un guizzo che risvegli l'attenzione dopo la tristezza per lo stato in cui versano le ragazze in condizioni di indigenza mentale; e quello della mela è un semplice espediente, interessante perché media l'idea che il risvolto didattico sia possibile a partire da un desiderio forte (però c'era già stato il gelato sulla stessa lunghezza d'onda e corredato anche di una battuta esilarante e non peregrina come: "Sei stata rinchiusa undici anni? Non è un buon motivo per non pagare"), che quando viene ripetuto ai danni della madre diventa ridondante e poco significativo: un episodio tra i tanti anche un po' slegati tra loro e che si succedono con questa repentina rieducazione a cui assistiamo, fondata soprattutto sulla centralità del denaro (come già in Il palloncino bianco di Panahi)

É noiosa la ricorsività dei dialoghi attorno ad un'unica considerazione: l'impossibilità di portare i genitori a riconoscere l'errore pedagogico di fondo, che accomuna il disoccupato mentecatto, reso cieco da una fede subita, e la madre non vedente per sovrappeso metaforico, come se non bastasse la cappa dello chador

Straziante, ma esasperata l'esposizione del ritardo cognitivo, comunicativo e persino deambulatorio delle due ragazze, vittime di un antico testo che aveva convinto il padre (sessantacinquenne) che le figlie sono come i fiori: appassiscono al sole dello sguardo dei maschi. Eppure non si avverte troppa recrudescenza, quasi una pietà anche per lo squallore dell'esistenza di un uomo che in un frangente sembra si renda conto (confessa di desiderare la morte, ma è poco convinto lui e poco convincente anche la preghiera), poca indulgenza invece verso la madre, considerando forse più colpevole la donna ancorata ancora più pervicacemente alle credenze inculcatele dal fanatismo e dalla miseria. Quindi rimane come una gradita sorpresa la sequenza in cui si ribalta la condizione dei protagonisti e l'assistente sociale (attrice? Si direbbe la stessa del video, che se non è autentico, va rifatto ex novo per la sua qualità pessima) costringe l'uomo a segare lui stesso le sbarre del cancello dietro il quale lo ha rinchiuso, sostituendolo alle due gemelle, che dapprima non fanno altro che tornare alla loro prigione, perché prive di stimoli e alternative; però anche questo viene esplicitato troppo chiaramente.

In alcuni momenti si ha il dubbio che la censura abbia imposto di tentare di presentare anche le ragioni dei due vecchi mentecatti, ma nell'immaginario occidentale si spera che dire "L'ho fatto per Dio" non possa che scatenare risentimento ben più sdegnato della risposta dell'assistente sociale: "Né Dio, né il profeta potranno perdonarvi"; come se il biasimo dei vicini e degli spettatori non contasse nulla o come se la sovraesposizione della gogna fosse una punizione di uno stato confessionale ai danni del carceriere-padre.

Un momento pregevole di buon cinema è rappresentato dalla rivendicazione di un'esistenza negata (comune a tutte le donne musulmane), inscenata dalle ragazze, ancora totalmente dementi, attraverso l'imposizione delle proprie impronte sul muro e sbattendo i cucchiai come nelle rivolte carcerarie, ma con più serena spensieratezza. E dall'altro lato l'espressione davvero preoccupata del padre di fronte al giornale, che ne ritrae le nefandezze: un retaggio che accomuna tutte le province del mondo è proprio il terrore di uscire dall'anonimato e finire sui giornali. Il monito "finirai sul giornale" come minaccia di ludibrio pubblico e messa al bando dal consesso si attaglia alla situazione, benché già la famiglia sia ai margini, nonostante i molti aiuti che provengono dall'esterno, ma a livello di elemosina: infatti al momento di intervenire si preferisce inviare alle autorità la lettera con cui s'inizia il film; salvo poi appartati chiedere individualmente conto all'assistente sociale delle sue decisioni.

Insostenibile invece l'incontro con la querula ragazzina che gioca alla settimana: è troppo evidente l'intento didascalico per spronare alla comunicazione e ancora più insopportabile è l'insistenza sulle manifestazioni di minima violenza come mezzo per comunicare, che sembrano un bignami di psicologia elementare.

Se dall'educazione impartita da un minus habens come il padre delle due gemelle è plausibile aspettarsi due impiastri come quelli descritti, ci si può attendere che dal DNA di Mohsen Makhmalbaf (che a diciassette anni era già in galera per sovversione contro la dittatura dello Scià) scaturisse una figlia magari meno ossequiosa ai dettami della maniera lanciata dai padri, ma più propositiva e innovatrice; in caso contrario non è vero che l'abilità nel cinema è un fatto di cromosomi e quindi si devono cacciare dai set tutti quei rampolli (e in Italia sono troppi) che stanno occupando i nostri schermi.