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Psycho Beach Party
Anno: 2000
Regista: Robert Lee King;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Usa;
Data inserimento nel database: 20-04-2001


Psycho Beach Party

Km.0

Visto all'16° festival internazionale di film con tematiche omosessuali - Torino




 



Regia:  Robert Lee King
Sceneggiatura:  Charles Busch
Fotografia:  Arturo Smith
Montaqgio:  Suzanne Hines
Musica:  Joan Bibiloni

CAST

Lauren Ambrose ....Florence Forrest/Ann Bownen,
Thomas Gibson .... Kanaka,
Nicholas Brendon .... Stracat,
Kimberley Davies .... Bettina Barnes,
Charles Bausch .... Captain Monica Stark.

Produzione: Strand Releasing
Durata: 95'
Anno: 2000
Nazione: Usa
Distribuzione: Cinama Vault

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"C'è qualcuno che ha problemi con i diversi".

Il continuo cambio di registro, inseguendo l'ultima allucinazione lisergica della plurima personalità di Florence-Ann Bownen, percepito da subito come dislocazione in serie di altrove perseguiti inserendo il riferimento drop out già all'interno di una inquadratura chiamata ad alludere sempre a un'altra suggestione estranea alla situazione in via di descrizione; l'immaginario camp fatto di surf, pop, drive-in, fumetti creepy che spalanca le porte all'afflusso di marginalità e diversità, vittima predestinata e attrazione, anche da baraccone, come nella primissima sequenza dello Z-movie proiettato (ma noi ne scopriamo dopo la caratteristica di testo nel testo) in cui si prova ribrezzo per una ragazza con tre teste, prototipo di tutte le diversità perseguite dall'assassino nel proseguio della visione; il citazionismo nomadico, che si avventura in tutti i generi in grado di scaturire da quello schermo all'aperto con cui s'inizia e si finisce lasciandosi andare come su un'onda dell'oceano, ispiratrice ultima di quel geniale movimento che, anziché racchiudere nell'ambito dello spettacolo le meraviglie mostrate con colori esagerati, apre le soglie della percezione, ammettendo il dubbio su quale sia il vero livello di realtà che viene proiettato. Sono i tre ambiti sorprendenti che esaltano il ritmo di una pellicola capace di recuperare la vitalità di quella gioventù post-bellica senza il graffitismo nostalgico, rifuggendo da operazioni meramente filologiche e producendo un pastiche mirabolante, dove l'unica componente realmente filologica è l'individuazione di un obiettivo da distruggere in qualsiasi componente "sovversiva" in quanto non allineata ai valori borghesi da parte di qualunque esibizione di potere, particolarmente incattivita in seguito al rifiuto dei teen-agers 50s delle convenzioni.

Quale delle situazioni rappresentate è il livello di proiezione immediatamente precedente a quella a cui stiamo assistendo? Diventa la domanda finale che ci lascia uscire dal cinema con la sensazione di essere in piena confusione e di far parte di quella schiera di ragazzi coinvolti nell'occupazione del proprio immaginario da parte di vestitini a pois e raccolte di barbabietole, mentre per l'intera durata della pellicola abbiamo avuto l'impressione di avere, grazie ai molti riferimenti, ben chiaro lo sviluppo possibile, quello stesso che ci viene negato come plausibile dalla vertiginosa panoramica a scoprire nuovi giovani al drive-in che si dicono delusi: "Ma allora era solo un sogno!", moto che fa eco al disvelamento-trappola che già era di Das Kabinett des Dr. Caligari. L'atteggiamento deciso di Ann Bownen è troppo trasgressivo perché sia accettabile e il suo mondo di sogno, degno di Fear and Loathing in Las Vegas prima della degenerazione della delusione, deve essere incanalato in più rassicuranti immagini dettate dall'elettrochoc; tuttavia rimane quella frase urlata dai ragazzi nel drive-in, che è come dire: "non accettiamo che venga ridotto tutto all'incubo di un individuo sottoposto a elettrochoc": continuiamo a ribellarci. E questa continuazione nel tempo serpeggia nella commistione di riferimenti al cinema psicologico degli anni 50 in particolare il personaggio di Starcat, che soffre della maledizione del 'golden boy', perfetto, al contrario delle vittime mescolato ai beach-movies dei Sixties (non parodiati come nel personaggio di Peter Fonda in Escape from L.A. di Carpenter, ma a tal punto amati per la carica eversiva da renderli fulcro del film), fino allo splatter del decennio successivo. Una parabola che definisce l'evoluzione dello scontro tra le istanze giovanilistiche dal loro primo timido apparire ai successivi interventi censori di quel ritorno all'ordine a cui ora stiamo assistendo: dapprima il rifiuto delle convenzioni (Rebel without a cause), poi l'allontanamento dei due mondi paralleli (The trip è a monte di quelle cadute nell'incoscienza scatenate dai vortici pop) ed infine l'horror, visto sia come affermazione di diversità, sia come rigetto di un mondo popolato da mostri "normali" come Lars, lo studente scandinavo proveniente da un passato torbido, che seleziona i diversi, uccidendo chiunque abbia menomazioni, dalle più innocue (la psoriasi) a quelle più evidenti (la ragazza acidissima in carrozzina), comunque ridicole (un unico testicolo); macabramente uccisi applicando il contrappasso, come nelle serie alla Dottor Phibes.

L'altra componente epocale, che qui assume un ruolo particolare è l'esistenzialismo, esplosivo nella comunione con la 'freakness'. Quando Kanaka, il capo-surfer, con tono ispirato, appoggiato alla sua asse per le evoluzioni sulle onde dice: "Some people was born to die" non c'è solo allusione alle pose del periodo (in fondo il biker che nella prima inquadratura raggiunge la ragazza con tre teste è ricalcato su Il Selvaggio, altra icona gay), ma un chiaro giudizio sul mondo "adulto". che è lettura del fenomeno proto-beat, più radicale della ricostruzione di Pleasantville, coinvolgendo senza reticenze pure gli aspetti che caratterizzano una maggiore liberazione sessuale: Florence intrattiene un rapporto esclusivo con l'amichetta del cuore, prototipo lesbo-intellettuale, la diversità di due ragazzi del gruppo di surfisti (YoYo e Provaloney) si esprime in un'attrazione negata dalla consueta lotta fisica che li vede contrapposti, la coppia di sbirri è composta da due travestiti (supremo sberleffo) e il capitano Monica dice esplicitamente che non gli piacciono i teen-agers (li considera un pericolo), salvo poi uscire di scena in braccio a Kanaka.

È impossibile dare conto di tutte le invenzioni e le battute inventate ("Se fossimo in guerra con l'Urss non ti farei entrare nella mia trincea" riesce a evocare un'isteria davvero epocale), le allusioni e le parodie (Gattine sexy nello spazio è il titolo proposto alla star degli Z-movies di culto), gli stilemi adottati (le ipotesi di indagine rappresentate con un mascherino circolare che incornicia come in un fumetto il sospettato), la contemporaneità delle tensioni autentiche nascoste dalla patina di divertimento: il lancio dalla altalena del fratellino, trauma infantile che darebbe una prima spiegazione fallace? della schizofrenia di Florence-Ann, quanta parentela possiede con Erika e Omar?