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Paragraph 175
Anno: 2000
Regista: Jeffrey Friedman; Rob Epstein;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 18-04-2000


Paragraph 175

Paragraph 175

di Rob Epstein, Jeffrey Friedman, USA, 2000, 20

15° Festival Film
a Tematiche Omosessuali
Torino 13/19 aprile 2000
regia di ..................... Rob Epstein, Jeffrey Friedman
testo di ..................... Sharon Wood
fotografia di ................ Bernd Meiners
suono di  .................... Pascal Capitolin
interpretato da .............. Gad Beck, Heinz Dörmer,
.............................. Pierre Seel, Albrecht Becker,
.............................. Heinz F. Annette Eick prodotto da .................. Rob Epstein, Jeffrey Friedman,
.............................. Michael Ehrenzweig, Janet Cole produzione ................... Telling Pictures provenienza................... USA anno ......................... 2000

Heinz Dörmer è uno dei cinque omosessuali sopravvissuti ai lager nazisti che accettano di raccontarsi; nei titoli di coda veniamo informati che due altri hanno declinato l'invito di rievocare quelle sofferenze, troppo dolorose, al punto che a Pierre Seel aprono ferite anche fisiche (urla la sua disperazione e la vergogna dell'intero popolo tedesco: "Il mio culo sanguina ancora, perché i tedeschi mi ci hanno infilato un palo di 25 centimetri") e accetta il confronto con la macchina da presa soltanto per mezza giornata. Heinz Dörmer era un capo scout - luogo topico delle prime consapevolezze gay a giudicare dalla ricorsività dei campeggi scout nell'edizione di quest'anno - e nello schema del film, girato in digitale riversato su pellicola e montato con una perizia intelligente, completa il discorso iniziale sull'improvviso cambiamento prodotto dall'avvento del nazismo sulla dorata epoca davvero liberata della Berlino di Weimar. Heinz Dörmer ora sembra un oracolo, Omero che canta la battaglia persa con le squadracce della Hitlerjügend, con gli occhi persi in immagini che solo lui riesce a vedere dietro agli occhi acquosi e blu dei vecchi.

Pierre Seel parla in francese per tutta l'intervista; affrontato per strada, appare subito il più recalcitrante, astioso nei confronti di chi lo importunava - e subito con maestria gli autori premettono che la loro intrusione nelle vite di anziani che per mezzo secolo hanno subito una rimozione, diventa una nuova violenza nel momento in cui si chiede invece di ricordare -, capace di esprimere (e chi potrebbe biasimarlo!) lo stesso odio che i nostri genitori, testimoni di rastrellamenti e uccisioni, hanno rinfocolato per decenni nei confronti dell'intero popolo germanico ("Avevo giurato che non avrei mai più stretto la mano a un tedesco"). Proprio nel montaggio, che distoglie sapientemente per un attimo la camera dal volto indignato di Pierre Seel, gli autori infilano il primo dei cinque commenti che si riservano: schede e indirizzamenti all'attenzione del pubblico, che in questo caso riassumono il motivo di partenza del film: "Per tutta la vita si sono sentiti dire che non si voleva sapere, che erano fatti del passato, finiti. Ed ora noi gli chiedevano invece di ricordare i lager"; ed infatti uno di loro ha strappato alcune foto dell'album, accettando di relegare tutto nel passato. Ma poi riemerge l'indicibile.

Pierre Seel, alsaziano, si riserva alla fine di scagliarsi in tedesco, la lingua aborrita ed evitata fino a quel punto; poi finalmente sbotta: "Eppure è un'onta, vergognatevi!" e il suo sfogo s'inserisce dopo la frase di Albrecht Becker, sollecitato a valutare se si sapesse o meno dell'esistenza dei lager e della presenza di omosessuali in essi: "La gente diventa indifferente a lungo andare" è la sua triste risposta. E lui, Albrecht Becker (classe 1906), che a diciotto anni aveva incontrato un uomo di quarantacinque con cui visse, è il personaggio con più luci e ombre, connotato come esponente di quella Germania profonda, figlio di un panettiere e incastonato tra immagini in bianco e nero di un villaggio - riproposte due volte all'inizio della sua intervista e nell'epilogo straziante e sorprendente - per sottolineare una continuità che non poteva più esserci tra la sua esperienza di internato e la sua scelta ambigua di arruolarsi volontario perché nel paese c'erano soltanto più donne e lui "voleva stare con gli uomini". La scelta di proporre uno sproposito di immagini di repertorio, recuperare fotografie - alcune famose, altre meno, sporadiche preziose testimonianze che commentano direttamente il racconto che si va dipanando - consente di unire il materiale: le schede che rinfrescano la memoria sui fatti storici, visti attraverso il filtro omosessuale sempre censurato (la storia di Röhm, il fondatore gay delle SA e la conseguente Notte dei lunghi coltelli), le cifre spaventose, la storia orale splendidamente registrata, cogliendo le espressioni più significative: "una cultura si costruisce di ricordi" cita una frase degli autori posta all'inizio, quasi a voler convincere non solo i vecchi a parlare, ma anche gli spettatori ad ascoltare. Ascoltare anche Albrecht Becker che piange a dirotto, perché non aveva mai avuto nessuno fino ad allora per condividere il suo segreto, per scaricare la mente degli orrori patiti come un novello Kien di Canetti. E allora gli si perdona anche la scelta di arruolarsi e lo si vorrebbe confortare, ma il fermo di fotogramma congela il suo volto solcato da rughe.

Il film era iniziato 75 minuti prima sulla Porta di Brandeburgo come si vede oggi nella stessa ripresa che la sostituisce in bianco e nero tornando agli anni del nazismo, una trasfigurazione che gioca su allusioni e iconografie che sono patrimonio comune della memoria collettiva, fatta di treni - che si trasformano in quelli verso Auschwitz per tornare a viaggiare sulle rotaie odierne, arrivando nella moderna stazione di Berlino - e bombe ("quando venivano giù era ovvio che si facesse all'amore"), le cui rovine si confondono con i cantieri del Ku'damm attuale, svuotato del suo monito: il popolo tedesco ha svoltato pagina. Anche se le innumerevoli didascalie finali dopo averci aggiornato sulle vite dei protagonisti, più credibili di The Last Days, avvertono che il paragraph 175 del codice penale tedesco, datato 1870 e peggiorato dai nazisti, relativo ai "reati" di omosessualità e zoofilia, fu abrogato soltanto nel 1968 dalla DDR e un anno più tardi nella civilissima Bundes Republik. "Sono ricordi scomodi" e questo è uno dei compiti del documentarismo: parlandone all'uscita con Daniele Gaglianone si rilevava apprezzando la fattura, l'aspetto innovativo del film e lo specifico sviscerato che è parte di un rimosso generale. A partire dalla fortunata epoca di Hirschfeld, omaggiato anche da Rosa von Prunheim, rendendo la pellicola una summa di percorsi che uniscono i film sulla Shoah a quelli più legati a tematiche omosessuali: infatti Heinz F., uno dei cinque testimoni (classe 1905), inizia il suo contributo dai club che animavano Berlino su una carrellata di foto del citato Tanzen-Club Schwannenbourg, spezzoni d'epoca significativi, colmi di echi espressionisti, preziosi ma insufficienti: "Oggi è difficile immaginare quanto fosse bizzarro quel periodo. Tutto era sottosopra nell'epoca successiva alla prima guerra mondiale".

"Si era liberi", ribadisce Annette Eick, lesbica fuggita in modo rocambolesco in Inghilterra, mentre il volto di Marlene e le note di "Ich bin Lebenvoll" accreditano le sue parole di ragazzina sognante dei primi anni trenta, ammaliata dai locali saffici. La sua storia è utile all'economia del racconto perché fornisce un apporto epico, narrando l'incredibile fuga fatta di coincidenze, incontri provvidenziali. Quando il racconto rischia di non trovare legami tra le sequenze sapientemente il testo di Sharon Wood viene in soccorso, facendo il punto con rapide schede su singoli aspetti essenziali per annodare i ricordi. Grazie a questo si può facilmente passare dalla Storia dei cinegiornali e delle avventurose fughe alla storia quotidiana. Heinz F. è un relitto, ma si illumina quando accompagna la cinecamera nel suo stanzino del 1922, ormai uno sgabuzzino di oggetti ammassati, ma per lui un luogo di ineffabili estasi, "dove succedeva di tutto" e aggiunge un significativo sorrisetto libidinoso.

É con un repentino cambio di argomento che il racconto si trova catapultato nei lager, esperiti da tutti i testimoni e corredati da profusioni di foto, triangolini rosa e numeri di matricola. Pianti irrefrenabili eppure sommessi esplodono al ricordo dei compagni di prigionia uccisi o al ricordo di stupri e violenze subite, toccante la rievocazione del compagno di Pierre fatto sbranare dai cani tedeschi al cospetto dei trecento detenuti. La scelta di convogliare al termine del film i momenti di maggiore commozione risulta vincente perché delinea un climax, fatto di dati puntuali, graduali conoscenze dei protagonisti, vicende storiche menzionate con documenti, terminando con la congiunzione degli episodi personali con l'ecatombe europea. Gad Beck sintetizza l'entità distruttiva del risultato della ascesa di un essere improponibile come Hitler e della sua ideologia intollerante e razzista: mostra una fotografia che ritrae i ventiquattro componenti della sua famiglia e punta l'indice su due. Solo quelli sono sopravvissuti. Poi rilascia un avvincente racconto, simbolico dell'atmosfera del film, perché ritrae un duplice gesto di eroismo che non solo per Gas Beck fa da confine tra epoche diverse: dopo che il suo amico arrestato viene liberato da lui, travestito da SS, e sceglie di tornare a farsi deportare perché "non avrebbe potuto più essere libero se avesse abbandonato la sua famiglia in mano ai nazisti".

Poi il ritornello finale ci riporta all'inizio: "Mi sarebbe piaciuto parlarne con qualcuno, ma nessuno mai vuole sentire: tutti dicono che sono cose passate e finite. Anche per me è tutto passato".