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Laisse un peu d'amour
Anno: 1998
Regista: Zaida Ghorab-Volta;
Autore Recensione: Adriano Boano
Provenienza: Francia;
Data inserimento nel database: 11-03-1999


Laisse un peu d'amour

Regia: Zaïda Ghorab-Volta
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Gilles Volta
Scenografia: Philippe Jacob
Suono: François Maurel
Interpreti: Andrée Damant, Aurélia Petit, Lise Payen, Michèle Ernou, Louise Vincent, Gilles Garnier, Zahra Benaïssa
Produzione: Agat Films & Cie, 52 rue Jean-Pierre Timbaud, 75011 Paris, France, Tél. : (33) 1 53 36 32 32 Fax : (33) 1 43 57 00 22 - La Sept/Arte
Distribuzione:Agat Films & Cie
Formato: 35 mm.
Provenienza: Francia
Anno: 1998
Durata: 94'


Laisse
un peu d'amour

Dove comincia e finisce La vie rêvée des anges di Zonca prende le mosse questo affresco di banlieu par igina meno retorica della marsigliese di Guediguian e ben lontana dalle ville s nouvelles delle periferie di Rohmer: si vede Monique, la protagonista iniz iale, che è l'anziana madre di due ragazze, operaia come le giovani prota goniste del film di Zonca, ma alle soglie della pensione. Un momento di estromis sione vissuto con tristezza, perché il rapporto con le figlie non è ; in grado di riempire il vuoto lasciato da una concezione del lavoro che lo pro pone come un valore nobilitante in sé e capace di giustificare l'esistenz a in funzione dell'alienazione da fabbrica: praticamente il completamento dell'o mologazione suggerita nell'epilogo di Zonca trova rappresentazione nello sguardo smarrito della cinquantasettenne accompagnata alla pensione (ma non eravamo gli unici in Europa a pretendere, sfaticati, la pensione di anzianità? Non è che per scipparci il diritto al riposo ci stanno propinando dati contraffatti? Piuttosto le entità degli assegni di pensione sono deludenti: Fr.1750) con una canzone di sottofondo che recita: "Confidiamo negli africani", che ci paghino le pensioni: una condizione espressa perfettamente dall'abbandono su una sedia nello spogliatoio di una vita svuotata come l'armadietto in fabbrica abbandonato con il pensionamento. Poca soddisfazione l'attende visto che Gisèle, la figlia attrice (quasi un pegno da pagare agli sceneggiatori transalpini con ambizioni metalinguistiche lo scorcio di palcoscenico da inserire nel contesto totalmente alieno da pratiche teatrali: "non c'è bisogno di spiegare - dice il regista dello spettacolo - le cose a teatro si vedono"), è in casa, stravaccata ad ascoltare musica e non risponde ai canoni della risoluta operaia separata che ha sempre lavorato, l'altra figlia è in ospedale per disintossicarsi, irrequieta e insofferente anche alla compagnia degli amici e del suo compagno insensibile ed egoista come molti energumeni, che corrispondono ai ruoli riservati ai maschi nel cinema francese, dove si assiste a uomini sciovinisti incapaci di comunicare e comprendere le donne che usano, oppure, come in L'ennui di Cedric Kahn, ossessionati dal loro univoco rapporto con le donne, oggetti incomprensibili. Il vuoto delle relazioni sentimentali è esagerato dall'episodio risaputo della scorribanda al mare, che tenta di chiudersi con una sequenza in stile rohmeriano, ma il campo di grano non ha la stessa grazia del regista di Comte d'Autumne e rimane solo l'imbarazzo della citazione e la bella inquadratura sulla barca che solca le acque allontanandosi nella palude (metaforica dello stato mentale di Sandra, la seconda figlia di Monique?).

Invece si comprendono perfettamente le due sorelle dopo un primo momento di tensione, dovuto alla vicendevole difesa degli spazi e alla differenza d'indole: il risultato è la riedizione di un nuovo sodalizio tra ragazze, che subentrano alla figura della madre come protagoniste, che culmina nel sincronismo del ballo preparato per la festa di compleanno della madre, un rapporto che si evolve dalla sfiducia iniziale espressa dopo le parole della collega algerina che soffre di saudade, alla quale Monique risponde depressa: "Anch'io penso alla mia famiglia, ma non è lo stesso". Sandra e Gisèle tuttavia si propongono come fulcro del finale del film soltanto dopo che sarà definito il loro ruolo nei confronti della madre ("Non riesco a dire cose gentili: mi è impossibile dirle che le voglio bene"); questo meccanismo si scatena dal momento in cui, unica concessione all'intervento sulle strutture spazio-temporali del film, Sandra viene riaccolta in casa con due schiaffoni, mentre ci eravamo illusi che l'abbraccio inserito con un'esitazione di montaggio, voluta per esprimere l'operazione registica esterna al plot, fosse autentico: come viene proposta la sequenza non si può individuare il frutto del desiderio di quale personaggio sia l'abbraccio apocrifo, subito sostituito con una sorta di riavvolgimento (tipo Funny Games, ma meno plateale) dai reali ceffoni della madre.

Poi tutto tende verso una rappacificazione globale e Monique si può dire serena durante l'inciso di balli e scherzi presso i due anziani pieni di vita e buonumore. Potrebbe indicare che l'intento del regista fosse quello di indagare i meccanismi messi in atto da momenti topici che segnano il passaggio ad un'altra età della vita, analizzando soprattutto il coinvolgimento di tutti di fronte al caso della messa a riposo di un anziano. É davvero uno spaccato di vita quotidiana senza grossi eventi apparenti, ma la perlustrazione dei volti inseguiti con camera a mano negli angusti corridoi della casetta, la composizione ben calibrata degli affreschi domestici, soffermandosi a cogliere i moti più minimali per mediare emozioni a tratti commoventi di pietas filiale e di burbera maternità, rendono godibile il film.