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Il colore della menzogna - Au coeur du mensonge
Anno: 1999
Regista: Claude Chabrol;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Francia;
Data inserimento nel database: 30-05-1999


Il Colore della Menzogna
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Il Colore della Menzogna


Regia: Claude Chabrol
Soggetto: Odile Barski
Produzione: MK2 , FR 3
Distribuzione: BiM
Formato: 35 mm.
Provenienza: Francia
Anno: 1999
Durata: 113'
Sandrine Bonnaire ... Viviane
Jacques Gamblin  ... René
Valeria Bruni Tedeschi...Commissario Lesage
Antoine de Caunes...Desmot
Bulle Ogier...Yveline Bordier
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Come spesso accade nei film transalpini, si viene accompagnati in un universo ben conosciuto, fatto di clichés consolidati, a tal punto che di primo acchito risultano poco credibili e frutto dell'accumulo di risemantizzazioni della stessa provincia bretone soggetta ai medesimi sotterfugi di innumerevoli pellicole, innescati da meccanismi palesati con evidenza dalla carezzevole regia, che blandisce e gioca con lo spettatore, enunciando nel dettaglio, esplicitando e depistando nel più classico dei modi, già presenti nei formalismi dei rapporti borghesi di Les Biches, Poulet au Vinaigre o nel Inspecteur Lavardin; in fondo il plot rievoca quello di La Femme infidèle e Les Noces Rouge di trent'anni fa ed i personaggi sembrano un catalogo dei precedenti film di Chabrol, addirittura il presentatore televisivo era già il protagonista di Masque e l'odio obliquo verso la tv traspariva nel più morboso La Cérémonie ('95), sempre con Sandrine Bonnaire. Tutto déjà vu, dunque.
Apparentemente.

Infatti il tema è la menzogna, una categoria dello spirito già stigmatizzata da Carax e che percorre l'intera società francese: si direbbe che l'urgenza più sentita al momento sia proprio oltrepassare la cappa di bugie da cui è avvolta la provincia francese. In Pola X si risolve con la fuga di Pierre, sollecitato dalla comparsa della sorella, scatenando pulsioni autodistruttive, esplose nella metropoli, invece nel raffinato film di Chabrol le tensioni nascono, s'innescano, collidono e si sopiscono implodendo all'interno del microcosmo di Saint Malo, dove la menzogna assume i tratti della malattia contagiosa.
Più volte durante il film si ribadisce che tutti conoscono ogni affare di ciascuno, però c'è un illuminante scambio di battute tra la commissario parigina (versione femminile di Lavardin) ed il vecchio poliziotto (simile allo sceriffo di Altman, che crede nell'innocenza dell'amico afroamericano di Cookie, perché compagno di pesca): "Qui ci si conosce tutti" dice l'ispettore Loudun e lei di rimando: "Non so fino a che punto sia un bene o un male", ma "Cest une petite ville, les gens parlent, il suffit découter." Rispetto al solito Chabrol dapprima sembra meno caustico e che conceda una qualche indulgenza di sguardo alla cittadina, ma alla fine ci si chiede se si è capitati "nel regno dei morti" e questo grazie proprio ai dialoghi che è sufficiente ascoltare.
Apparentemente.

Infatti il tema è la menzogna anche sotto forma di sospetto e quindi ognuno recita una parte, un percorso di redenzione e palingenesi: il lavoro originale è il trattamento delle parole, che apporta spessore ai dialoghi, nonostante gli stereotipi, perché più o meno esagerate appaiono tutte le figure maschili. Ognuna ricondotta a cliché stantii, volutamente con l'intento di confonderli: il pittore che sembra il ritratto di un laconico pointilliste, fino alla ridicola frenesia creativa innescata dalla percezione che "É l'ora buona", salvo poi essere rintuzzata dalla riconversione al ritrattismo: "I volti tradiscono meno: non cambiano ogni due minuti come la luce", introducendo un altro aspetto dell'ingannevolezza della menzogna fedifraga; in questo personaggio di René si indovina una carica di rabbia repressa, ben recitata da Jacques Gamblin, nascondendola dietro la maschera che i sgretola soltanto nel finale per una palingenesi che superi la bugia. Ma proprio la infedeltà bugiarda è ciò che interessa Desmot, il vacuo giornalista televisivo, descritto come viscido tombeur de femmes, dedito alla citazione rilasciata senza citare le fonti, ma soprattutto privo di apporti di significato in ogni sua espressione; egli ricopre il ruolo più odioso, perché diventa occasione per stroncare il mondo televisivo, mostrando con garbo quasi senza farsi accorgere il vuoto siderale di cui è latore: l'abisso di ignoranza nonostante lo sfoggio di cultura da cioccolatino. Perciò la tardiva ripugnanza di Viviane ("Sono contenta di non essermi fatta scopare") significa operare un traslato dal personaggio a ciò che rappresenta: la televisione ed il suo mondo di Alberti Castagna. "Mi interessa la menzogna" egli dice, a cui il pittore contrappone retoricamente la verità, per sentirsi rispondere dal faceto sputasentenze: "Perché è fuori portata".
Da questa sussiegosa apoditticità traspare l'odio del regista per i meccanismi televisivi, bollata benissimo da Anne: "Puzza di carta" concentra l'artificiosità del sussiegoso personaggio che si appropria massime di La Rochelle, anche vagamente reazionarie ("La disciplina dello sport è la sola libertà che mi si addice"). Al suo atteggiamento fané si contrappone l'inseguimento sofferto fino al disturbo psichico, della verità anche attraverso l'alterazione della realtà, vista tra le deformazioni di un vetro, indicate come possibili spiegazioni delle intuizioni divisioniste (occasione per creare un'inquadratura alla Seurat). La funzione metaforica dei personaggi con lo scopo di contrapporre concezioni opposte della percezione della vita (Televisione versus Pittura) falsa un po' la fruizione, perché per non scoprire troppo il gioco delle parti si tende ad esasperare lo stereotipo, in modo da equilibrare l'allegorismo dei caratteri, mentre risulta deliziosamente calibrata l'ambiguità affidata ai dialoghi. A questo proposito bellissimo è il rientro di René: "Non so che mi è preso", riferendosi all'alterco con Desmot, ma rispondendo alla richiesta di spiegazioni per la caduta nel fango. L'equivoco è palesato subito agli spettatori.
Apparentemente.

Infatti il tema è la menzogna anche come falsità e dunque la commissario Lesage ha buon gioco a far rilevare che il sospettato esegue azioni al contrario rispetto alle situazioni in cui opera, mentre fino a quel punto le figure tratteggiate esulando dai modelli standard sono proprio le due donne, schegge impazzite che spostano i canoni narrativi e della tradizionale immagine bretone, al di là dello scoperto doppio senso dei testi, proposti così per solleticare gli spettatori che godono nel cogliere le sfumature ironiche (in barca: "Cosa stiamo attraversando?" "Un momento difficile, ma passerà"). Non a caso è proprio la presenza delle donne a conferire spessore e credibilità ai personaggi maschili: sono loro che godono di una certa autonomia rispetto ai ruoli assegnati dalla finzione sperimentata da decenni di noir; il nuovo personaggio della galleria di stranite confezionata da Valeria Bruni Tedeschi dopo La Balia e la medico di Sandrine Bonnaire che corre tutto il giorno da un paziente all'altro restituiscono agli uomini bidimensionali (di carta appunto) con cui interagiscono una credibilità a tutto tondo perduta nelle infinite scatole cinesi della finzione: "Quando tu non ci sei, non so più chi sono. Tutto è buio", dice il pittore che lavora in lotta con la luce. Ma anche il "quarantenne mediatico", come lo definisce l'ovviamente cinico medico legale, sugge da Vivenne un'esistenza che diventa impacciata virtualità, quando declina l'interesse di lei per il sopravalutato fenomeno televisivo, al punto da incidere sulla sua percezione prossemica e trasformare la sua sicumera in inadeguatezza tale da ferirsi, colpendo al buio una mensola, la cui realtà è celata da un insidioso tromp l'il, a sua volta nascosto da un improvviso blackout. Il colmo dell'occultamento.
Apparentemente.

Infatti il tema è la menzogna e nel senso dell'inganno essa è posta in risalto paradossalmente proprio dagli imbrogli per gli occhi, dietro uno dei quali (dipinto proprio da René) spariscono a metà concerto i due amanti: d'altronde i tromp l'il costellano l'intero film, come gli indizi fuorvianti (uno per tutti l'insistenza sui guanti da giardino, indossati da Viviane potrebbero far dubitare anche di lei) e le prolessi ("Corre troppo, poi fa male al cuore"), di cui la maggiormente carica di significati è il vestito azzurro che con la sua evidenza rappresenta nel quadro il colore del tradimento meglio di quanto possa essere avvenuto nella scena dell'adulterio mancato a cui assistiamo veramente.
O apparentemente?

Infatti i colori sono diversi a seconda della luce, quindi il cinema, che è luce, è menzogna, a maggior ragione quando finge di ricostruire un delitto ed in realtà con quella scusa dischiude infiniti altri misteri quotidiani, sviandoci dall'indagine iniziale, quella su un volto di bambina disegnata mentre è intenta a disegnare su un foglio che assicurerà la soluzione del caso. D'altra parte "Eloise mi ha fatto venire voglia di ornare al ritratto", cioè alla vita, alla verità dei volti dopo la discesa nel mondo dei morti, alla menzogna: "La getti sulla bara una volta che l'hanno calata giù" è la summa sotto forma di rosa candida dell'ipocrisia del borghese, latente pervertito, eppure sul momento la frase rimane soltanto un fastidioso disturbo sonoro ad un teleobiettivo confuso, tormentone che copre il verminaio, fino alla soluzione finale.
La verità è composta di "belle frasi fuori contesto" che spiccano nude nell'ottundente basso continuo della menzogna, che è di schiena e non conta, ammantata di azzurro, fintamente rassicurante e seducente.