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Clando
Anno: 1996
Regista: Jean Marie Teno;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Camerun;
Data inserimento nel database: 24-06-2000


Clando

Sopi, sta scritto sui muri di Dakar ancora oggi a tre mesi dalle elezioni che hanno visto la cacciata del ventennale potere di Diouf sul Senegal. Livio Quagliata su il manifesto del 20 giugno 2000 riporta di un clima nuovo con tanti giovani che si occupano di politica, perché "avevano capito che questo era il momento: ora o mai più". E segnalavano i casi di brogli.

CLANDO

 

Regia e sceneggiatura: Jean Marie Teno Fotografia: Nurith Aviv Montaggio: Aurélie Ricard Musica: Ben's Belings Interpreti: Paulin Fodouop, Caroline Redl, Henriette Fenda, Avs Bodule Moukilo, Guillaume Nana, Camerun, 1996, 94. Distribuzione: COE

 

Teno proviene invece dal Camerun e nel 1995 in Clando il protagonista, che assume su di sé l'identità dell'autore si strugge nell'enigma se il cambiamento a lungo atteso senza operare in tal senso sia l'anticamera della rassegnazione e dunque se sia lecito agire anche in modo violento, come viene proposto crudamente all'inizio - evitando immediate spiegazioni o giudizi affrettati sulla rimossa questione tipicamente moderna della resistenza armata -, riprendendo il tema alla fine in terra (non a caso) tedesca; il risultato è una figura travagliata nelle remore denunciate da un film singolarmente militante per l'Africa e che nell'episodio di eliminazione dell'infame in Camerun non risparmia dubbi etici (subito dopo deciderà di lasciare l'Africa), però la riemersione delle perplessità sulla bontà della lotta armata in quel contesto rivisitato a distanza, in Europa, nel paese che più è stato dilaniato dalle strategie militariste dell'intransigenza sovversiva, sembra propendere per un'adesione, non foss'altro per ribellarsi agli orrori del potere a cui abbiamo assistito durante la proiezione, perpetuando tuttavia l'ambiguità nel gesto che ferma il braccio incatenato del ragazzo il quale tiene sotto tiro la guardia alla guida. Torture e carcere, la frustrazione di essere clandestino pure in patria (Clando è il termine usato per definire i taxisti non in regola in Camerun, ma Dougbi lo è per ragioni politiche), l'impressione di "non essere libero, di trovarsi ancora in carcere" (alludendo alla prigione-Camerun dei presidenti Ahmadou Ahidjo e Paul Biya) e sulla disperazione di essere lontano, in esilio: la voice over, che ci accompagna quasi fosse una nuova forma di griot moderno, si conclude sulla dissolvenza al buio nell'incubo ricorrente del furgone guidato da un poliziotto lanciato con un ghigno demente su una stradina sterrata, inserito senza spiegazione nei momenti topici del film, affinché rimanga scolpito nella memoria: un ragazzo ha una pistola e la punta al conducente folle e non sa decidersi se "Tiré ou ne pas tiré". Tuttavia Teno non resiste alla tentazione di esplicitare tutto, svelando il suo intento didattico nei confronti della sua gente e spesso introduce delle figure capaci di creare quegli anelli in grado di raccordare la storia, che alla fine si ricostruisce da sola collocando tutti i tasselli al loro posto: sia la giovane tedesca impegnata in una cooperativa che agisce sul sociale, sia l'emigrato, come anche il seguace di Nkrumah incontrato in carcere sono tutte allegorie molto realistiche delle tappe successive di una consapevolezza politica e culturale nuova, in grado di vedere Africa ovunque e di nominare, con un po' di retorica, ma adeguatamente, il progressivo denudamento del continente, che culmina con l'integrazione degli africani: "A forza di aspettare vi fate cambiare dal sistema", dice la ragazza renana riprendendo il concetto più volte accennato (quando viene liberato, dovrebbe attendere le guardie all'incrocio, assurdamente).

La struttura è un altro aspetto interessante: si avvolge attorno ad alcuni accadimenti avvenuti a Douala, ma la maggior parte di questi sono agganciati narrativamente dalla rievocazione effettuata a Köln, eppure l'impianto è fatto in modo tale che alla fine non si possa decretare quale delle due situazioni sia quella di partenza, proprio perché il protagonista è clandestino ovunque e perché in Africa esperisce, ma in Europa elabora. Tuttavia la commistione è tale che i mezzi per prendere coscienza gli vengono da un emigrato di lunga data, senza più casa, che non può vedere i figli, affidati alla moglie teutonica ("Questa gente non ci accetta, qualsiasi cosa tu faccia rimani un negro") e non riesce ad accettare di essere chiamato a svolgere il ruolo di capovillaggio, come da parabola del cacciatore incapace di tornare dopo aver fallito, leggenda tradizionale che non si sa quanto ancora condizioni Rigobert, il quale ha cambiato persino nome. Il metissage inserisce anche altri momenti in cui i racconti tradizionali si confondono con l'esperienza extra-africana, come la velata minaccia del collega fedifrago nascosta dalla storiella del peperoncino, risposta reazionaria all'ingenuo invito a rifiutare i beni simbolo della supremazia occidentale. Persino la colonna musicale affidata ad uno strenuo jazz è un'evidente prova di dover rimanere a metà tra le due culture.
I temi si ripropongono sempre come allusione, metafora dapprima, quasi proletticamente, per poi ribadirli con i fatti: esibiti quasi che siano nell'ordine delle cose e questo sistema di introduzione destinale derivante dalla cultura di provenienza serve anche per ammantare la conferma data dai fatti del retaggio ancestrale con quella rassegnazione che è il vero obbiettivo del rifiuto di Teno di continuare ad "aspettare".
Inoltre si racconta senza seguire una cronologia, né spiegando ogni dettaglio, fidando sulla capacità dello spettatore di ricostruire (e pure sulle proprie di raccontare attraverso dettagli fatti risaltare) e soprattutto attraverso creazione di situazioni in cui il racconto orale ha ampio agio di sfociare in una rievocazione (le riunioni dell'associazione dei camerunesi all'estero), alternati a montaggi per attrazioni: treno, sguardo al finestrino pensieroso, binario rivolto al passato, incubo del furgone ambientato in Camerun, arrivo in stazione ritornando attraverso i binari al momento di partenza: sviluppo classico eppure efficace nel ricucire le tre situazioni create attorno ai due luoghi e a quello spazio dello spirito dove sono racchiuse le immagini che il regista centellina, procrastinando sempre il momento in cui mostrare finalmente pochi alla volta tutti gli elementi allusi e con maestria portati sullo schermo solo avendo avuto cura di innescare una nuova attesa: vediamo i piedi solo dopo che la ragazza di Colonia ne ha chiesto conto, introducendo la dimensione epica ("Mi piacciono le storie lunghe"), nulla di eclatante, eppure vediamo le piaghe solo dopo che abbiamo assistito alla tortura e quindi immaginiamo, non ci vengono mostrati finché non veniamo solleticati da una nuova curiosità: di vedersi compiere l'incontro con Rigobert Chamba, come in precedenza la reticenza sorniona riguardava il segreto mantenuto sulla permanenza in carcere. L'intero film si regge sullo spostamento in avanti di prolettiche introduzioni a immagini clou, in modo da riempire i vuoti con le immagini che interessano dal punto di vista didattico e ribadiscono lo stato di perenne attesa tanto sofferto dall'autore, che denuncia l'impotenza verso autorità vessatorie attraverso l'impotenza sessuale di Sobgui esperita solo con la moglie.

Sopi significa "Cambiare" e abbiamo assistito alla proiezione di Clando all'interno di una manifestazione organizzata all'aperto, la fruizione cinematografica tradizionalmente apprezzata in Africa; a fianco a noi una coppia pellenera ha continuamente commentato (senza disturbare) e si sono davvero divertiti a riconoscere le situazioni. Si sono zittiti soltanto di fronte alle torture - non raccapriccianti come riprese, ma violentissime psichicamente perché piombano sul fluire del racconto, restituendo efficacemente la sensazione che può capitare a chiunque una cosa del genere - e al momento drammatico in cui l'amica tedesca pone con un atteggiamento paternalista a Sobgui la questione della resistenza armata, lasciata in sospeso e solo allusa attraverso una foto appesa a una parete.