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Alle 5.00 del mattino alcune specie di nazi fanno irruzione in casa di un uomo che sta dormendo sul divano. Questi viene percosso, insultato, fatto cambiare alla veloce e portato in una stanza per essere interrogato senza sapere il perché.

L'uomo non si chiama Josef K. e il film non è Das Schloss di Kafka/Haneke. L'uomo si chiama Eddie Fleming e, come veniamo a scoprire durante questo lungo interrogatorio, è sospettato del furto di una macchina.

Ma è possibile che il sergente John Steele e il maggiore Wayne Prior ce l'abbiano così tanto con lui solo per il furto di un auto?

No. Perché in effetti il signor Fleming potrebbe essere un serial kiler che ha già ucciso (ufficialmente sono solo scomparsi) almeno cinque persone. In un crescendo di tensione la storia va via via complicandosi quando scopriamo che anche il sergente Steele è sorvegliato dagli affari interni per i suoi metodi no proprio all'acqua di rose.

Con un montaggio alternato, alle luci che segmentano il quadro in diagonali quasi espressioniste (si veda quando "l'imputato si alza dalla sedia e si dirige verso l'angolo della stanza dal quale viene come risucchiato, sottratto all'occhio della telecamera nascosta).

I protagonisti sono eccellenti: il sergente con la sua faccia da topo e i dettagli che il regista fa delle sue mani, che di volta in volta giocano con una sigaretta o con un proiettile (mentre le gambe dell'imputato denunciano la tensione sotto il tavolo), il buon vicino-pluri omicida in cui possiamo riconoscere Hugo Weaving, indimenticabile in Priscilla, la regina del deserto.

Se all'inizio abbiamo pensato al Processo, nel finale, se il protagonista, smettendo di zoppicare salisse su una jaguar guidata dall'avvocato Kobayashi, penseremmo a Kaiser Soze già, ma lui si chiama Eddie fleming.

"Perché uccidere? Non serve un movente Basta avere l'occasione giusta".

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The Interview
Anno: 1998
Regista: Craig Monahan;
Autore Recensione: Fulvio Faggiani
Provenienza: Australia;
Data inserimento nel database: 26-11-1998


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