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11/09/2004
Siamo in carenza di Eresia (e incazzati come puma) #4.
7 febbraio 2005: inaccettabile revisionismo e deformazione della Storia
mentre si moltiplicano episodi di neosquadrismo nazifascista in Italia

Sulla parete della Rai di Trieste stanno scorrendo immagini... Lo riporta Radio Popolare, ascolto in stream: sono quelle di un documentario censurato dalla azienda stessa e che se non arrivano a spiegare - e tantomeno a giustificare - le foibe dei titini, certo dànno una bella mano a scardinare l'ignobile revisionismo fazioso di Il cuore nel pozzo, infarcito di stereotipi gasparriani e sconciato dalla manipolazione manichea delle figure dei personaggi e dei loro simboli, ripresi in modo da restituire il giudizio su intere categorie di uomini e donne che mai si erano potute tradire così, finché i fascisti erano ricacciati nelle loro fogne. Questo è la dimostrazione che si sentono abbastanza potenti da poter affrontare il maquillage storico, nascondendo persino i loro storici, come il fascistissimo Giorgio Alberto Chiurco, che vantarono le gesta ignobili degli squadristi durante il ventennio nelle zone istriane, documentando (autodenunciando inconsapevolmente) l'italianizzazione di nomi degli «allogeni», il confino, l'incendio di camere del lavoro, i processi del tribunale speciale fascista.
Era ovvio che succedesse: quando poi i cosidetti leader della sinistra fanno a gara per stracciarsi le vesti e dimostrare quanto la nostra storia sia costellata da azioni infami, permettendo così ai fascisti di appropriarsi di drammi personali e vendette collettive (Sergio Luzzatto scrive nel bel libro einaudiano, La crisi dell'antifascismo, "offrono speciosi argomenti a una destra politica sempre a corto di spessore culturale", p. 33), brandendole come schermo per mascherare tutto il sangue che sta a monte e che è invece patrimonio loro, del loro dna violento che ha ripreso il vizio antico dello squadrismo in questi mesi di sicura impunità da parte di un governo loro amico e ispiratore, al punto che tra Brescia e Milano ci sono stati ormai talmente tanti casi di aggressione che si è organizzata una manifestazione di protesta.
Meno ovvio era che un comitato antifascista prendesse l'iniziativa di proiettare su quel muro, di contro alle infamità rappresentate da Negrin (il responsabile di quell'altra vaccata filonazista di Perlasca), il film di Kirby che denunciava invece i responsabili delle stragi fasciste italiane. Ma questo può ancora avvenire perché qualcuno è tuttora in grado di distinguere tra partigiani e republichini e decretare che i nostri morti non sono uguali ai loro, i nostri hanno scelto la parte giusta ed erano giovani come quegli altri, che non possono essere perdonati, mai. Esattamente come i vivi che non sono indistinti gli uni dagli altri: questo è il principio che "impedisce" di condividere alcunché e che contemporaneamente "consente" di non condividere alcunché; persino la passeggiata di Pavese tra gli orrori che potevano con la morte far apparire uguali gli appartenenti alle due fazioni non può arrivare ad accettare che si possa comporre tutto, non si possano smussare le divisioni in omaggio agli aspetti - la pietà - condivisi. Proprio quella pietà è la ragione per cui la parola foibe, fossa comune, fa inorridire Giovanni De Luna nel bell'articolo apparso su «Tuttolibri» il 5 febbraio 2005: l'anonimato, l'assenza di tomba, la negazione della dignità: tutte prassi innanzitutto fasciste, che non si dovevano replicare dopo la loro sconfitta; non possiamo accettare di rinunciare alla memoria, perché i fascisti ripeterebbero (e ripeteranno) esattamente le loro infamità, non aspettano altro che si rinunci alla Resistenza, alla sua memoria, per ricominciare con nuovi Gobetti, Matteotti... Perché non hanno cultura storica, tanto che ci sono infoibati di serie A e di serie B

Sempre Luzzatto, che nella sua trasmissione di qualche anno fa aveva proposto proprio Fascist Legacy, riuscendo là dove la Rai non aveva neppure voluto cimentarsi, nel suo libro dice: "si può condividere una storia - e si può condividere una nazione, o addirittura una patria - senza per questo dover condividere delle memorie". Ecco, noi ci teniamo le nostre, i nostri giovani che andarono in montagna, i nostri operai gappisti che sfidarono il regime, i nostri compagni uccisi a Sezze Romano dai loro Saccucci armati, Fausto e Iaio e i morti trucidati dagli sgherri di Tambroni, tutte le stragi perpetrate dai loro repubblichini e questi nipotini di Bottai si tengano i testi emendati dal vuoto siderale della loro cultura di fucili moschetti elmi (di Scipio o meno), dio-patria-famiglia (più o meno benedetta), slogan e rituali... se riescono ancora a raccontarlseli senza vergognarsi o senza che gli scappi da ridere o piangere... o vomitare.
In realtà noi crediamo che non si possa condividere non solo la memoria che è raccontata ovviamente secondo ricordi divergenti, ma nemmeno una storia unica, perché gli episodi hanno tagli diversi (non è un caso che rialzino la testa proprio quando i testimoni che li possono sbugiardare in prima persona stanno venendo meno: su questo contano per raccontare storie false ai giovani). Noi qui rivendichiamo il dovere di rifiutare di riconoscere il diritto ai fascisti e ai loro eredi di fabbricarsi una loro storia spacciandola come comune. Non ci sono state rimozioni delle foibe, al limite di fronte alle enormità compiute dai nazifascisti si è dato il giusto rilievo ad altri episodi; la rimozione semmai sta negli attuali revisionisti che si sono dimenticati di parlare degli infoibati... sì, quelli che stavano già nelle buche naturali, scaraventatici dai fascisti prima della liberazione («il manifesto», 4 febbraio 2005, p. 20 ha pubblicato un articolo eloquente, documentato e puntuale, uno stralcio del quale è iluminante: «Riportiamo qui, dal quotidiano triestino "Il Piccolo" del 5 novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.
"Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro 'coatto', in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d'Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 - poi sono stato trasferito a Verteneglio - ha dell'incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l'italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c'erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d'Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finchè vivrò (...). Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la corriera di linea - che da Trieste era diretta a Pisino e Pola - in un burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito letale per tutti. (...) Ho lavorato fra Santa Domenica d'Albona, Cherso, Verteneglio sino all'agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e italiani (quelli non fascisti). L'accordo e l'amicizia era grande e l'aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un tanto per la verità, che io posso testimoniare".)
Certo i fascisti si sono dimenticati - e continuano pervicacemente a obliare questo fatto - di spiegare quello che gli italiani brava gente avevano fatto in tutti i paesi occupati, soprattutto nei confronti delle genti balcaniche - come spiega Spartaco Capogreco nei suoi libri o Wu Ming nella sua partecipata recensione di questo obbrobrio- per il dna razzista che non è mai mancato alla destra italiana; ma questo lavoro di denuncia dei nostri orrori lo ha dovuto fare un inglese della bbc, Negrin era impegnato a blandire il potere fascista attualmente al governo, dimenticando i film citati da Grmek Germani su «il manifesto» di sabato 5 febbraio 2005, o la denuncia dei rancori razzisti rinfocolati dai fascisti compresa nell'articolo di Claudio Magris sul «Corsera» del 1° febbraio 2005.
Fortunatamente non tutti gli spettatori di sinistra sono inebetiti dal cupio dissolvi della loro memoria e in indymedia è apparso questo pezzo che vogliamo riprendere:

Lunedì 7 febbraio, ore 23:06. Si è da poco conclusa la seconda ed ultima puntata della fiction Il cuore nel pozzo. Beh, che dire? Scendere a livelli ancora più bassi di quelli mostrati ieri sera sarebbe stata veramente un'impresa difficile. Infatti uno sceneggiato così privo di carattere non poteva che dare un piatto e inerte bis della parte introduttiva. Solo una nota: sarà sfuggito al talentuoso ma distratto regista di questa prodezza cinematografica quanto afferma Novak di fronte a Walter sul luogo delle esecuzioni. Incredibile ma vero, esce dalla sua bocca la parola «fascista». Miracolo!
«Quando i fascisti ci schiavizzavano voi civili italiani che facevate? Avete mai mosso un dito? Fin dove arriverà questo esercito l'Italia non esisterà più [...] Vogliamo pareggiare i conti e manca ancora un bel po'». Non solo l'anno zero viene smentito, ma compare persino un riferimento alle vittime degli italiani. Sarà solo un delirio dettato dalla fantasia del malvagio...
Ma l'intervallo dura poco. Ecco ricominciare i rastrellamenti, le botte, gli insulti, le sevizie, gli stupri, gli eccidi contro i miserabili escrementi di razza italiana. Cuor di Gesù, ecco chi ha insegnato alle SS...
Ma non è finita: tra i (pochi) sopravvissuti ecco che c'è anche chi si spinge al suicidio. La mamma di Carlo si butta nella foiba pur di non darsi al crudele capo comunista e Anja arriva sull'orlo di un precipizio in preda alla disperazione per essere la rappresentante di una razza criminale. Per fortuna che “Rambo” Ettore la salva promettendole che la sua dignità è salvata dall'avere un uomo italiano. Meno male: tutto è bene quel che finisce bene, meglio essere storti per metà che per intero.
Imperdibile la battaglia nella rocca: insieme ad alcuni militari italiani con le divise dalla tinta un po' troppo nerastra, Rambo fa la festa a mezzo esercito jugoslavo. Naturalmente è il solo sopravvissuto. Tra i suoi. Tra gli altri, invece? Più scontato di così si muore: Novak! Il buono e il cattivo faccia a faccia!
Meno scontato è il gesto ultraumano di Don Ettore che, per evitare che l'eroico bambino Francesco si macchi del peccato di avere ucciso, fa scudo a Novak con il corpo e ci rimane lui. La tragedia è così apocalittica che la morte di Novak, freddato con un guizzo felino da Ettore, passa quasi inosservata.
Perlomeno ci hanno risparmiato di mostrarci Trieste e Gorizia ridotte come Varsavia. Da come la fiction era partita, ci si poteva aspettare anche questo. Ma era immancabile la scena invecchiata ad arte con tanto di bianco e nero che mostra l'interminabile serpentone di ebrei (pardon, di italiani ma c'è poca differenza) che lasciano la Terra Promessa. Fa piangere, sì. Per la condizione culturale a cui siamo giunti. Sono d'accordo: il 10 febbraio ricordiamo con dolore un tragico esodo.
L'esodo degli italiani dalla democrazia.

Noi avevamo recensito il documentario di Kirby, Fascist Legacy nel 2002, ci sembra inevitabile riproporvelo come ulteriore bisogno di eresia, perché quello che ci terrorizza è che queste storie, anzi questa Storia, ora sta diventando eresia.