Expanded Cinemah

Dimora della feccia del mondo



Sweeney Todd di Tim Burton



Se in Willy Wonka i titoli di testa inseguivano un torrentello di cioccolato che, denso e tartufato, scivolava lungo il nastro trasportatore della fabbrica dolciaria per andarsi a depositare nelle formine che l'avrebbero trasformato in confezione degna dell'acquolina in bocca ai bambini, in Sweeney Todd è invece un rivolo di sangue ad accompagnare l'apertura del sipario su una Londra dai cieli vittoriani, plumbea e nuvolosa, a tratti persino dickensiana... La sottile linea rossa serpeggia tra i denti di un ingranaggio, un enorme tritacarne, poi scende a precipizio attraverso le fogne per finire la sua corsa nelle acque grigiastre del Tamigi.
Il rosso risulta subito fasullo ("Non è sangue, è rosso", Godard), troppo carico di carminio per essere percepito come autentico liquido ematico, e in questo suo irrorare le viscere della città per prenderne radice contamina la messa in scena facendo intuire allo spettatore che stavolta Tim Burton si è divertito a trasferire in immagini quello che nei suoi precedenti film di animazione (The Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere) affidava invece al disegno: la carica stilistica è la medesima, solo che adesso le sue diaboliche creature non sono scheletrini di carta, ma attori in carne e ossa, seppur cadaverici e un po' revenant provenienti da stampe vittoriane o fumetti gothic, sensibili a farsi allucinare dalla vista del sangue come dal filo radente di una lama, pronta a tagliare gole!

Le peripezie della storia si dipanano al ritmo di un musical strampalato (lontano dal genere classico di stampo hollywoodiano), che non aggiunge sostrati macabri all'azione, perché si limita a narrare fatti, stabilire raccordi, esprimere emozioni, oppure a sognare un destino altro, da novelli sposi qualsiasi in riva al mare, deviando così in un inedito slittamento progressivo verso una luminosità bucolica quel che le visioni precedenti avevano gradualmente spinto verso uno splatter a tinte fosche, grottescamente inscenato in questa ultima opera orrorifera di Burton.
Nel porto di questa Londra, capace di "trasformare la bellezza in sozzura", giunge una nave dei dannati: nella foschia si intravedono luci e ombre degne di abitare l'universo herzoghiano di Nosferatu, mentre due persone si accingono a lasciare il vascello. Si tratta di Sweeney Todd, il barbiere dalle mani affilate, e di un giovane, reso edotto dalla cantata di quel che il pover'uomo ha dovuto subire nel corso della sua esistenza precedente in quella città. Uno splendido e luciferino Johnny Depp interpreta la parte del barbiere: la sua chioma alla Beethoven, attraversata in fronte da un curioso ciuffo bianco, anticipa il carisma dello sguardo grazie alle pupille illuminate dalla lama argentea della vendetta; le sue mani sono pronte a prolungarsi, per essere completate non da un paio di forbici (come capitava al se stesso Edward di qualche film fa), ma da un rasoio, il cui serramanico sta per scattare come un meccanismo di orologeria attivato a sgozzare i malcapitati nella sua bottega. Tornato a Londra dalle colonie penali australiane dove era stato imprigionato ingiustamente dal giudice Timothy Spall, che si era invaghito della sua graziosa sposa, il barbiere scopre che la sua donna è "scomparsa" e anche sua figlia, pupilla del magistrato, viene tenuta a sua volta segregata, in attesa di diventare il nuovo oggetto di trastullo erotico per quel "bigotto avvoltoio della legge" (e non Ć casuale che il cattivo sia un giudice per l'autore degli spregiudicati Big Fish e Mars Attack).

Le strade di questa Londra "mondo abitato dalla feccia del mondo", perlustrate dalla sua soggettiva accelerata (un espediente tecnico già visto in Un tocco di zenzero a presentare una Istanbul altrettanto cinematograficamente irreale), ci fanno capire che il suo occhio ha perso ormai ogni peculiarità percettiva umana per trasformarsi in un automatismo di ricerca affannosa: uno sguardo accecato dalla vendetta e dalla pazzia generata dal dolore si muove velocemente e finisce per depositarsi su un piatto di carne, destinato a diventare il ripieno di un pasticcio che le mani di Helena Bonham Carter, pur giocherellando con un mattarello che stende la pasta, sono pronte a realizzare all'interno di una cucina che pare un antro mefistofelico! La padrona di casa, Mrs Lovett, da sempre innamorata di Sweeney, ne accoglie il fantasma con la medesima smorfia esibita da Jack Nicholson quando inseguiva la moglie nel labirinto dell'Overlook Hotel di Shining: la passione anima il suo volto cadaverico e dai suoi occhi sprizza il desiderio malsano di unirsi in complicità con i propositi omicidi del suo amato, improvvisamente fuoriuscito dal regno delle ombre. Il belletto tragicamente diafano si prolunga naturalmente nell'incarnato pallido e privo di vita del suo, seppur prosperoso, décolleté.
Mrs Lovett ha custodito gli attrezzi del mestiere del barbiere e smania dalla voglia di vederli all'opera anche per trarne profitto per le attività culinarie della sua locanda: la carne comincia a scarseggiare in questa Londra che ha ormai smarrito qualsiasi interesse per la civiltà, trasformandosi in un'apocalisse degna del giudizio universale; e quelle armi del mestiere sono destinate a fare la loro comparsa attraverso un arcano non tanto simbolico quanto evocativo: una scatola che è un topos, un oggetto tipicamente cinematografico che nel momento in cui compare si trascina dietro un'evoluzione della storia destinale. Il precipitare degli eventi è già tutto racchiuso lì dentro.

Sweeney apre la scatola, estrae un rasoio, ne contempla la lucentezza della lama affilata alla luce di un plenilunio crepuscolare, poi si accinge a completare il rito, trasformando l'oggetto in una sorta di orrenda protesi, mentre la sua voce canta la melodia del "finalmente il mio braccio è nuovamente intero": un pezzo di poesia degna solo del visionario universo abitato da Burton, siglata dal sorrisetto di scherno di Depp che rende ancora più magnetico il suo vestire i panni di colui che presto si trasformerà nel peggiore boia giustiziere, tra zampilli di emoglobine e corpi rovesciati in una botola, che sembra uscita da uno dei disegni delle macchine leonardesche. La furia è indiscriminata, e questo può apparire semplice ferocia, ma ci sono indizi che spiegano come quella società marcia (specchio fedele nei suoi stereotipi della nostra) si merita di venire flagellata da un giustiziere che non discrimina e commina a tutti lo stesso verdetto.


Nel frattempo il giovane, che era insieme a lui sulla nave e che era diventato il depositario dell'intera storia, trova il tempo, girovagando per la città, di udire il canto di un uccellino, alza gli occhi per scoprire la fonte di quel gorgheggio, e incontra quelli di un'angelica fanciulla: la figlia del barbiere messa in gabbia (ripresa attraverso una finestra che riprende la struttura della gabbia accanto a lei), come l'allodola canterina, dal perfido giudice. Subito scatta in lui l'impulso di farla volare fuori dalle sbarre di quella prigione, ma il suo proposito viene bruscamente interrotto dalla comparsa del magistrato, che prima lo minaccia e poi lo fa anche pestare a sangue dal balivo infido, personaggio dickensiano quant'altri mai). Il ragazzo corre a raccontare l'accaduto al barbiere, che, reso ancor più cieco dalla rabbia, trova il modo di consorziarsi con la diabolica signora Lovett. In attesa che il giudice venga a provare i suoi arnesi di tosatura alla bottega, la coppia trova il modo di pianificare la vendetta, scegliendo le vittime sacrificali.


Il duetto, nel valzer cannibalistico intitolato A Little Priest, passa in rassegna quali individui sia meglio sgozzare per primi, giudicandone la qualità della carne in termini di maggiore o minore prelibatezza. Questo è un quadretto davvero esilarante e disperato, ma anche con il cinismo vendicativo e con la coscienza di classe dell'Opera da tre soldi, i cui echi brechtiani si trovano nelle melodie. Depp e Bonham Carter spiano dietro le vetrate della locanda l'umanitÓ che li circonda e che popola le strade: c'è il piccolo prete, ma forse è meglio iniziare dal vescovo che ha la carne meno secca; c'è un marinaio, che di certo è pulito, ma conserva gli aromi di tutti i posti dove è stato; c'è l'avvocato costoso e il verduriere troppo verde; c'è un sarto decisamente pallido e un impiegato; ci sono un giocatore di borsa giunto all'apice della carriera, un attore assai compatto, un cassiere e persino un generale, con o senza i suoi attendenti, ma manca nel menu ancora il giudice che il barbiere sta aspettando. Nonostante questo la coppia si accinge a concludere il motivetto, decidendo di "servire chiunque a chiunque" (un homo homini lupus che fa emergere l'analisi dell'autore di quella che è la gretta comunità sotto i suoi occhi), così il gioco è fatto e cominciano gli sgozzamenti in serie. I diversi soggetti che abitano la società immaginata dalla coppia sono stereotipati, come i "tipaz" illustrati in pagine letterarie del romanzo d'appendice ottocentesco, eppure appaiono tutti destinati a morire: a nessuno di loro verrà infatti concesso il diritto di salvarsi, con una determinazione che vira verso una barocca coazione a ripetere quello che finora era un gothic incorniciato in una Londra vittoriana lugubremente ricostruita.

La spirale di morte prende curiosamente l'avvio proprio tramite uno scontro tra colleghi: il barbiere pseudoitaliano Pirelli, imbroglione di mestiere ed ex assistente di Sweeney, cerca di turlupinare gli avventori del mercato, vendendo loro un miracoloso elisir, che in realtà è semplice piscio imbottigliato. La gara tra i due titani del cuoio capelluto sancirà la vittoria di Sweeney, perché "ci vuole il cuore per radere" e non è sufficiente possedere soltanto l'eleganza e l'arte del mestiere. Caduta la prima testa (e collocato il corpo in una cassapanca che ricorda The Rope [Nodo alla gola] di Hitchcock), altre si avvicenderanno all'interno dell'impresa omicida messa in piedi da Todd e Mrs Lovett. Zampilli di sangue, note musicali ritmate dal taglio dell'amata lama, concludono la melodia con un tonfo di corpi esanimi che, catapultati da una botola meccanica, precipitano in cantina, dove la locandiera li trasformerà in torte di carne per le quali va pazza questa Londra infernale! Non verrà risparmiata neanche la donna priva di senno che da tempo si aggira scarmigliata intorno alla bottega: intercettando tutto quel fumo fuoriuscito dal camino che cuoce i prelibati pasticci di carne umana, va urlando che la città è in fiamme e che il male si è impossessato delle sue viscere.


Finalmente la parabola si completa con l'uccisione del giudice, ma il povero barbiere, reso sempre più disumano e spietato nel suo sodalizio con la locandiera, finirà per uccidere anche proprio coloro che voleva vendicare, risolvendosi in una dolente e sincretica Pietà che coinvolge lui stesso nella messa in scena sanguinosa! Una beffa del destino... poi la lama amica potrà trovare l'eterno riposo, dormendo il sonno sereno degli angeli!
Come ogni favola gotica non si pretendeva certo il lieto fine, infatti nessuno si salva, il sipario si chiude e il sangue continua a colare ricoprendo le fondamenta di questa orribile realtà - come nei titoli di apertura e azzerando l'intento delle Pietà scultoree che fissano il momento di pacificazione private di sangue: qui invece la sostanza organica continua a pervadere la scena non trovando pace neanche nella pietà stessa, irrorandola e rendendola materica e non spirituale: una pietà che non smette di grondare sangue e disperazione.

Si tratta di uno dei film pi¨ pessimisti di Tim Burton, in genere già nerissimo e incapace di prevedere vie di scampo per l'umanitÓ che descrive, stavolta si è fatto aiutare dal libro di Hugh Wheeler, adattato da Christopher Bond e musicato da Stephen Sondheim: Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street.


paola tarino
adriano boano





 Expanded Cinemah