Le coste occidentali della Terra del Fuoco si sgranano in numerose isole, tra le quali serpeggiano canali misteriosi che vanno a perdersi laggiù, alla fine del mondo, nella «Tomba del Diavolo».
I marinai d'ogni latitudine assicurano che là, a un miglio da quel tragico promontorio, testimone dell'incessante duello tra i due più vasti oceani del mondo a Capo Horn, il Diavolo è rimasto ancorato a un paio di tonnellate di catene, che lui trascina facendo gemere i ceppi sul fondo del mare nelle orride notti di tempesta, quando le acque e le ombre oscure dal cielo sembrano salire e scendere su quegli abissi.
Fino a pochi anni fa, in quelle regioni si avventuravano soltanto audaci cacciatori di lontre e foche, genti di razze diverse, uomini rudi che avevano il cuore chiuso e stretto come i loro pugni.
Alcuni sono rimasti incatenati a quelle isole per tutta la vita. Altri, spinti dalla frusta della fame che sembra farli vagare da oriente a occidente, arrivano ogni tanto in quelle terre inospitali, dove ben presto il vento e la neve scolpiscono la loro anima a colpi d'ascia, lasciandola dura e affilata come una stalattite di ghiaccio.
Dove finiscono i canali esiste un luogo dalla fama sinistra: il Penitenziario di Ushuaia. In seguito a sanguinose evasioni, in alcuni casi si sono sparpagliati sulle isole, tra gli indios, uomini che hanno riconquistato la libertà a suon di pallottole e che non potranno più mettere piede ovunque vi sia la presenza della legge.
(Cabo de Hornos,
di Francisco Coloane Cárdenas, 1941,
trad.it. di Pino Cacucci, Capo Horn
Guanda, Parma 1997, pag.9)