Rimasi senz´altra compagnia che una vecchia, a cui facevo visita sulla costa occidentale dell´Isola Van der Meuele, all´entrata del Canale di Messier. La donna non sapeva lo spagnolo, e nemmeno il danese, non sapeva nessuna lingua. Si limitava a canticchiare in Ona quando dimenticava la mia presenza, e appena si accorgeva che le ero davanti, taceva. Passavamo così intere giornate. Anche lei non aveva un nome.
In quel periodo, le parlo del 1942, vivevo in una capanna - costruita da mio padre - che ancora resiste ai venti della costa nordorientale dell´Isola Serrano, separata dalla Van der Meule dal miglio e mezzo del Canale di Messier. Non ero un naufrago, ma ero solo. Ero l´unico abitante dell´isola Serrano, e non mento quando dico che preferivo parlare coi delfini piuttosto che con la vecchia Ona dell´isola davanti. Per lo meno i delfini mi rispondevano, invece quella povera nonnina soffocava le sue parole in una paura più fitta della nebbia della Terra del Fuoco. Ma ogni volta che il tempo lo permetteva, attraversavo il canale su una piccola barca a vela, scafo e fiocco, nient´altro, per vederla e stare con lei.
Un giorno non la trovai. Le ceneri del suo fuoco erano ancora fresche e nei dintorni scoprii impronte di cacciatori di foche. Se ne era andata trascinando i suoi anni e le sue paure. Capii che non l´avrei più rivista e che niente mi legava a quelle rote.
Molti anni dopo venni a sapere come era morta e che era stata l´ultima ona. La fine di una razza di navigatori dei mari più ostili del mondo. Ricordo che lo lessi su un giornale di Punta Arenas. Degli esploratori francesi l´avevano trovata che navigava alla deriva davanti all´isola Desolación, all´uscita nel Pacifico dallo stretto di Magellano. Si erano rotti i remi della sua piccola imbarcazione che resisteva miracolosamente alle onde senza rovesciarsi. I francesi la fecero salire sulla loro barca, la esaminarono, calcolarono che avesse una novantina d´anni, e la dichiararono pazza perché non appena si distraevano tentava di saltare fuori bordo per tornare di nuovo sulla sua barchetta. Per calmarla le iniettarono un sedativo, e quella fu la sua fine. non era pazza. Gli déi ona vivono nel mare, e lei li aveva cercati fino all´arrivo degli intrusi.
(Mundo del fin del mundo,
di Luis Sepúlveda, 1989,
trad.it. di Ilide Carmignani, Il mondo alla fine del mondo
Guanda, Parma 1997, pag.83) |
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