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Da Sodoma a Hollywood
Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali
13a edizione, Torino 16-22 aprile 1998
Prosegue la storia di questo festival, molto importante nel panorama italiano, sia per la sua unicità, sia (soprattutto) per la qualità delle proposte, prese singolarmente e inserite in un contesto, un percorso, come quello che sta esplorando gli oggetti del desiderio della storia del cinema, o quello che viaggia alla ricerca di tendenze attente al "diverso" nel cinema delle origini. Seguite questo link e vi troverete calati nella storia e nel presente del festival, con l'archivio relativo alle precedenti edizioni e con una lunga conversazione con Giovanni Minerba, uno dei fondatori della manifestazione.
Aggiornamento!
Ecco i premi dell'edizione 1998Lungometraggi
Bent, di Sean Mathias, UK, 1997
(menzione a Ang lalaki sa buhay ni selya (L'uomo della sua vita) di Carlos Siguion-Reina, Filippine, 1997)Documentari
Paul Monette: the brink of summer's end, di Monte Bramer, USA, 1997
(menzioni a The Brandon Teena story di Susan Muska e Greta Olafsdottir, USA, 1997; Out of the past di Jeff Dupre, USA, 1997 )Cortometraggi
A kiss in the snow, di Frank Mosvold, Norvegia, 1997
Cercare un percorso all'interno del Festival Internazionale di Film con tematiche omosessuali di Torino è sempre al contempo facile e complicato. Facile perché ci si lascia guidare da sensazioni, ipotesi, suggestioni cinefile nella speranza di trovare soddisfazione alla propria pulsione visiva; si seguono i pareri di illustri critici che hanno avuto occasione di vedere alcuni dei film in questione nei vari festival sparsi per il mondo, sperando che l'idea di cinema di questi professionisti del giudizio collimi almeno in linea di massima con la propria. Complicato, invece, per un motivo essenzialmente speculare, ossia il pericolo che pellicole afferenti una tematica particolare e determinatamente circoscrivibile possano esasperare motivi e modalità espressive a scapito di una libera concezione cinematografica, assolutamente non condizionata dall'esagerata volontà di stupire attraverso ridondanze di tipo effettistico-contenutistiche.
E da questo autentico calderone che il Festival diretto da Giovanni Minerba ha proposto anche quest'anno (più di 150 i film presentati), tenendo presente la premessa precedente, è possibile estrapolare alcune pellicole che hanno il grosso merito di avere uno spessore che esula dalla definizione (ghettizzante e quindi non positiva) di film omosessuale per accedere invece nel novero delle opere cinematografiche tout court, vale a dire quei film più interessati al risultato artistico che allo sforzo di apparire membri di una più ampia comunità. E, sia chiaro, il discorso non è valido solo in questo caso, ma in tutte le occasioni in cui si cerca di allinearsi a qualcosa di più vasto ed inglobante, da un movimento politico ad un semplice genere cinematografico.
Ed allora si avanza per flash, per animi suggestionati da improvvisi bagliori artistici, per convinzioni estetiche emerse a posteriori.
Un lampo, Bent.À toute vitesse di Gael Morel.
A River made to Drown in, ultima fatica del trentunenne regista di culto (un po' avventato, ma la cultualità è di natura virale, spesso non offre giustificazioni nel suo manifestarsi) James Merendino.
Dakan di Mohamed Camara, primo film omosessuale nella storia del cinema africano.
Slaves to the Underground, di Kristine Peterson.
The Man in Her Life, film filippino di Carlos Siguion-Reyna.
The Castro, documentario sulla storia del Castro District di San Francisco, unanimemente riconosciuto come la principale patria gay del mondo
Merita una citazione anche un documentario su uno degli attori che hanno caratterizzato il cinema di Van Sant, quel River Phoenix morto per overdose sull'asfalto del Sunset Boulevard nel 1994. Il titolo è This Road Will Never End, frase presa in prestito dalla sequenza finale di My Own Private Idaho, un'interpretazione che valse a Phoenix la Coppa Volpi come miglior attore al festival di Venezia del 1992.
Omaggi ed icone
Strano a dirsi, ma gli omaggi della XIII edizione del Festival erano tutti dedicati ad artisti scomparsi prematuramente ed in modo tragico. Due per incidente stradale (Murnau e James Dean), il terzo annegato nella piscina della propria villa hollywoodiana (James Whale, per il quale "prematuramente" va inteso in senso etimologico, prima del suo tempo). Due erano registi dichiaratamente omosessuali, l'altro ha finito per diventare un'icona gay, indipendentemente dal suo orientamento sessuale mai definito con precisione, a causa del suo vivere sempre ai limiti delle situazioni, per la sua concezione on the edge dell'esistenza. Tutti e tre hanno contribuito a creare opere considerate pietre miliari della Storia del cinema, i due registi come demiurghi che porgono immagini, l'attore come esempio e mito da seguire per milioni di giovani di ogni tempo. Film come Il gigante, La valle dell'Eden o Gioventù bruciata per James Dean, Nosferatu, L'ultima risata e Tabu per Murnau, Frankenstein, La moglie di Frankenstein, L'uomo invisibile, La maschera di ferro (non quella con Di Caprio, of course) per Whale, sono pellicole di cui tutti parlano o hanno sentito parlare. L'occasione di recuperare una spettacolare visione su grande schermo è stato lo stesso ugualmente ghiotta ed inebriante. Vedere Max Schreck comparire laido e minaccioso tra le brume dei Carpazi o sul ponte della nave, essere testimoni del calvario esistenziale di Emil Jannings a cui viene negata la possibilità di mostrare con orgoglio la propria divisa di uomo mediocre tra i mediocri, notare il volto di Claude Rains solo nel momento della morte o la fisionomia triste di un Boris Karloff sottratto al suo sonno eterno a causa dell'ambizione umana, oppure ancora sentire il rumore dei palchetti travolti da un James Dean baffuto e completamente ubriaco o commuoversi per la mancanza di comprensione di un padre puritano che gli preferisce il fratello, sono immagini stampate indelebilmente nell'immaginario di qualunque amante del cinema. Ma mentre per Murnau e Whale l'omaggio comprendeva solo una piccola parte della loro vasta produzione, una pura testimonianza di grandezza del loro operato, nel caso di James Dean l'occasione è stata di quelle da non farsi sfuggire: oltre agli unici tre lungometraggi girati in vita, il Festival ha offerto anche immagini inedite (36 minuti) di Gioventù bruciata, telefilm americani precedenti il suo successo (uno, The Big Story, diretto da Stuart Rosenberg regista in seguito di Nick mano fredda) e tre documentari sul suo personaggio, tra cui James Dean Story di Robert Altman, commissionato dalla Warner Bros. nel '57 per ricordare ed eternare la sua star scomparsa.
Giampiero Frasca
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