CENTRE CULTUREL FRANÇAIS DE TURIN GOETHE-INSTITUT TURIN Mercoledì 26 ottobre, ore 20.30, Cinema Massimo Crossing the Bridge. The Sound of Istanbul (Attraverso il ponte. I suoni di Istanbul) di Fatih Akin (Germania/Turchia, 2005, 90 min) (versione originale in tedesco e turco con sottotitoli italiani) Anteprima nazionale in contemporanea a Torino e Roma, per gentile concessione della Fandango Film che distribirà prossimamente il film nelle sale italiane. Introducono il film Alexander Hacke e Baba Zula. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti in sala. Ultimo film del regista tedesco Fatih Akin, nato ad Amburgo ma di origini turche, vincitore lo scorso anno dell'Orso d'Oro al Festival del Cinema di Berlino (un premio che da diciotto anni non andava ad un film tedesco) con La sposa turca, anche premiato come miglior film europeo dell'anno. Crossign the Bridge è un caleidoscopico ritratto della metropoli turca e dei suoi diciotto milioni di abitanti. E una dichiarazione d'amore del regista alla città dove da bambino trascorreva le vacanze estive e dove terminano tutti i suoi film, dei quali questa manifestazione include una retrospettiva completa. Proprio nel luogo dove avveniva l'ultimo incontro di Cahit e Sibel, gli amanti de La sposa turca, al Grand Hotel de Londres di Istanbul, fanno base il regista e il musicista berlinese Alexander Hacke (bassista del celebre gruppo Einstürzende Neubauten) per esplorare la città attraverso la sua innovativa scena musicale, dove interagiscono oggi artisti appartenenti a generazioni e generi musicali apparentemente così distanti. Il film inizia con una suggestiva immagine del Golden Horn, il ponte sullo stretto del Bosforo, simbolo della città di Istanbul come punto d’incontro fra Oriente e Occidente. Un incontro che affonda le sue radici nella storia millenaria di una città dove si sono susseguite e mescolate la civiltà greca (che nell’800 a.C. fondò la città col nome di Bisanzio), poi quella romana, che la ribattezzò Costantinopoli nel 96 d.C., quella bizantina, poi ancora quella islamica, con la quale prese il nome di Istanbul e divenne capitale dell’impero ottomano nel 1453. Infine la storia della Turchia del XX secolo, attraversata da processi di modernizzazione e occidentalizzazione che proprio nella musica sono leggibili in tutte le sue contraddizioni e sintesi creative, si pensi alla proibizione della musica ottomana, con le sue influenze arabe e indiane, negli anni Trenta e Quranta, proibizioni da cui nacque il popolare genere “arabesque”, alla base di gran parte dell’ evoluzione dei tanti stili musicali, sia popolari che “alternativi”, che sono documentati in questo film. I primi musicisti che incontriamo sono Baba Zula, uno dei gruppi che con la sua "psychobelly dance music" meglio esprime la sintesi di tradizione e futuro di Istanbul, e che si esibiscono su una barca sulle acque del Bosforo, a sottolineare il proprio collocarsi sul confine che separa la parte europea da quella asiatica dellà città e la fludità stessa dei confini fra “Oriente” e “Occidente”. Nel quartiere beyoglu, dove si trovano i club più alternativi, si assiste alle esibizioni di Mercan Dede, virtuoso del ney, tradizionale flauto di bambù, rinomata star internazionale che unisce tradizione sufi e ritmi techno. O ancora il gruppo Orient Expression, due DJ, un virtuoso del saz, tipico strumento a corde, e un sassofonista americano che fondono melodie anatoliche e lounge-jazz. Il quartiere Kadiköy, nella parte "asiatica" della città, è il regno della scena hip hop, con gruppi come Ceza ("multa" in turco), caratterizzata da testi fortemente politicizzati e una buona presenza femminile. Assieme al clarinettista rom Selim Sesler (già autore di parte delle musiche di La sposa turca assieme ad Hacke) ci si trasferisce nel vicino villaggio di Kesan, abitanto per due terzi da rom, dove assistiamo ad un “fasil”, una tipica session musicale in un bar per soli uomini dove la musica è accompagnata da grandi bevute e gli avventori usano baciare in fronte i musicisti per esprimere la propria gratitudine. Sempre a Kesan assistiamo ad una tipica festa di matrimonio, poi si torna a Istanbul, nel quartiere rom di Tarlabase. La cupola di un hamam deserto del diciottesimo secolo è la suggestiva ambientazione della struggente esibizione della cantante curda Aynur (una musica soggetta a una proibizione particolarmente severa durante il regime militare degli anni Ottanta, poi permessa a partire dai primi anni Novanta, anche se il regista ha dovuto lottare contro le pressioni delle autorità locali che non gradivano questa scena). Al rock con influenze grunge di Duman, influenzato da un lungo soggiorno a Seattle del cantante del gruppo, e a quello con commistioni più orientali di Erkin Koray, il primo “rocker” turco negli anni Sessanta, che racconta delle sue iniziali difficoltà, fa da contrappunto la tradizione “arabesque” di Ohran Gencebay, star popolare del cinema turco degli anni Sessanta e autore di dischi che hanno venduto milioni di copie, o Müzeyyen Senar, ottantaseienne Grande Dame della vita mondana che negli anni Trenta animava il "quartiere francese" della città e frequentava l'artefice della moderna Turchia, il celebre Ataturk, o Sezen Aksu, dagli anni Settanta considerata "la voce" di Istanbul e adorata da ogni strato sociale e generazione di turchi, in patria come in Germania. Il viaggio termina con un altro brano di Baba Zula sulle acque del Bosforo, interpretato assieme a Brenna MacCrimmon, cantante canadese che ha dato in questi ultimi anni un contributo fondamentale alla riscoperta della musica tradizionale turca. Il film, già uscito nelle sale con successo sia in Germania che in Turchia, nato dalla collaborazione fra un emigrato di "seconda generazione" di Amburgo e un "autentico" berlinese, è una delle migliori dimostrazioni di quanto il cinema e la cultura possano contribuire al dialogo non solo fra comunità di immigrati e paese ospite, ma anche fra diversi paesi, allontanando il tanto paventato spettro dello "scontro di civiltà". Ulteriori informazioni e materiale iconografico: http://www.crossingthebridge.de/