Film risolutamente anticlericale, nel senso che addita tutte le contraddizioni del mito del demiurgo. Costanti sono i richiami, che i due attori più mefistofelici rendono beffardi in quel contesto teratologico e degradato, alla suddivisione tra angeli e diavoli, ridotto positivisticamente da Moreau ad un´accozzaglia di geni, usati nella fabbricazione di ibridi tesi alla perfezione, dato che nonostante le imperfezioni fisiche, la psiche è migliorata nella manipolazione. Ma come sempre avviene all´interno di qualunque Chiesa, non è colpevole il demiurgo che inscena un processo-farsa scandito sulle parole d´ordine di un regime, rango ridicolo a cui sono ridotti i comandamenti (o forse livello a cui appartengono da sempre al di fuori dalla cortina liturgica sollevata a coprire la distrazione di cui sono oggetto i precetti in quanto tali?). Infatti egli perdona salvifico, ma è il braccio secolare a giustiziare (con sacro rogo susseguente).

Tradizionale ed eucaristico è il deicidio: infatti si ripete che: "Lui non ci ha lasciati" e si accenna ad un´attesa di un segno da parte del suo spirito. Ma le allusioni beffarde costeggiano l´intero plot: "Avete tutti ucciso il padre, ora chi è Dio ?" si chiede Prendick, ingannando il malvagio, che si perderà biblicamente, chiedendo in eterno: "Perché padre ?".


THE ISLAND OF DR. MOREAU (1996)




Traduzione filmica violentemente polemica verso l´efficacia delle regole, fino a terminare un po´ retoricamente (ma con quanta dose di buon senso ?): "Dobbiamo essere quello che siamo" e la legge deve adattarsi a noi e non viceversa. Solo il dolore, e dunque la tortura connaturata alla repressione su cui si fonda qualsiasi governo (teocratico, dispotico, oligarchico, democratico), permette di mantenere sottomessi all´ordine costituito da una legge astratta e proveniente da esigenze estranee agli individui dei quali pretende senza esito di controllarne gli istinti: una volta che i sudditi sono certi dell'impunità, le leggi innaturali vengono dapprima spazzate e, dopo la totale distruzione del sistema, riadattate in senso fisiocratico : "Stare su due gambe è difficile. A quattro mani è più facile".

Opera dove la paura si fa palpabile quando si mettono in scena i propri istinti più soffocati e l´angoscia occupa l´intero schermo quando il singolo chiede prima di tutto a se stesso e poi al creatore di conoscersi realmente per quello che è, al di là di quello che è l´inibizione della cosiddetta civiltà, fino ad avvicinarsi al parossismo orrifico di "Il bacio della Pantera" nei momenti di presenza sullo schermo di un arcano, e seducente, richiamo animalesco. Quasi un urlo disperato è la domanda che Montgomery rivolge a Prendick: "Chi è l´animale ?", ripetuta all´eccesso, per preparare l´orda scatenata della distruzione inevitabile. Un sabba demoniaco si abbatte su tutto ciò che teneva imbrigliata la forza della natura, durante il quale emergono tutti gli istinti preparati nel cocktail primordiale di cellule e lampi. Ciò permette agli autori di scatenare il loro immaginario, coccolando il nichilismo che sottile si andava insinuando lungo tutto il film, a partire dalla barchetta nel Mar di Giava, fino alle parole del vecchio araldo, depositario delle leggi, che prende atto dell´errore insito in esse e le abiura, ma senza sollievo: con un misto di terrore e di impotente rassegnazione all´imperfezione mostruosa che si annida in noi.

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