Dopo tutte queste carrellate credo non sia una totale idiozia affermare che gli ’80 hanno posto con i loro film il problema della comunicabilità delle esperienze (che è cosa diversa dalla comunicabilità/ incomunicabilità delle persone, vedi Bergman). Sensazioni e sentimenti, aspirazioni e rinunce svincolate dalla narrazione in immagini belle e costruite, perché non si possono dire in altri modi. Non quindi un problema esistenziale (questo avveniva nei ’60), e credo che per certi versi gli anni che viviamo oggi vedano il prolungarsi di questa situazione, anche se, fuori dal cinema, la narrazione sta riguadagnando molto terreno (non per caso: finite le ideologie, i punti di riferimento si trovano nelle persone, con il loro vissuto d’esperienze, la loro testimonianza, la loro credibilità. Così accade che, nel bene e nel male, il papa sia considerato credibile, don Ciotti anche, e in altri ambienti, per esempio Ciampi, o un Vittorio Foa, gente le cui idee possono piacere o no, ma che hanno speso un’esistenza in qualcosa di tangibile, magari in galera. Così proliferano i libri di autobiografia, i carteggi e gli epistolari, e anche Primo Levi aveva passato anni e anni a raccontare le sue vicende agli studenti).

Può darsi che gli autori degli ’80 abbiano realizzato i loro film avendo in mente e nel dna le parole d’ordine e gli stili di vita dei ’70, e può darsi che i loro film evidenzino la loro disillusione; o forse siamo stati noi, negli ’80, a cercare dei fratelli maggiori; sta di fatto che abbiamo guardato a tutte quelle storie di scacco individuale senza percepirle come sconfitte, ma facendole nostre come modo di esprimersi. C’è come una sfasatura tra chi faceva il film e chi lo vedeva, forse tra zio e nipote, o tra fratello maggiore e minore (quante storie di Paul Auster sono costruite proprio sullo stabilirsi di queste relazioni: paternità e fraternità "adottive", quanti suoi personaggi cercano di farsi padre o farsi fratello occasionale per altri più giovani, Smoke (più di un personaggio), Mr. Vertigo, La musica del caso, Moon Palace e la memoria autobiografica L’invenzione della solitudine.

 

Eroi, cavalieri solitari, selvaggi come Rusty James o Jake La Motta o Hammett (uno dei più sottovalutati film dei nostri anni) vedono bloccarsi il loro fare e lo ripensano, non sanno spiegarsi e allora mostrano pezzi di sé e dell’ambiente che li circonda (quando poi vogliono spiegarti il mondo a tutti i costi allora diventano predicatòri e pedanti: Fino alla fine del mondo, Così lontano così vicino). Non sanno vivere il reale, ma sono ben capaci e pronti a sprofondarvisi (se le mie non sono tutte cazzate, ne abbiamo visto ampi esempi). Da qui occorre muovere per interpretare la realtà di questi ’90, tenendo conto che la situazione si è complicata ancora. Ora che molti dei fratelli grandi sono morti (Tarkovskij, Truffaut) o si sono "trombonizzati" quasi tutti, sono anche cadute le mediazioni culturali; la distanza fra ciò che la persona è e ciò che riesce a comunicare non si allarga solo a livello dei singoli o dei gruppi rivali, ma si estende anche all’interno dei gruppi: lo si vede nel mondo del lavoro, che è sempre meno comunità, di nuovo a rischio di corporativismo; lo si vede nel lobbismo (dico anche quello pulito, in buona fede), nei compartimenti stagni del volontariato e dei movimenti di impegno prepolitico, bene analizzati da un libro di Luigi Manconi. Gli osservatori più acuti (Loach, magari, ma quello dei film "inglesi") svelano infatti una vita intrappolata nei gruppi (sociali, di classe, culturali) e l’ansia di valicare il confine, anche solo per un giorno, spostandosi provvisoriamente in un’altra fetta di società (con il vestito da prima comunione, Piovono pietre). La politica non l’ha ancora capito, anche se alcuni (Aldo Bonomi, Pietro Barcellona) avvertono che occorre ampliare l’arco delle proprie interrogazioni, perché nessun altro lo fa per noi. Se lo facciano i personaggi dei film anni ’90 è un altro discorso che magari potremmo fare.