L´esistenzialismo offre una spiegazione della tradizionale copertura degli specchi transilvani, insostenibili alla vista dei demoni: perché ricordano loro l´inesistenza dell´Essere, rispecchiando il vuoto ai loro occhi disincantati e non più ingannabili dalla mondanità o dal cinema. Come per una sorta di anti-agostiniana predestinazione, tutti quelli coinvolti, compresi gli spettatori, sperimentano la mancanza di libero arbitrio, che si fa dapprima risalire all´impossibilità di provare un senso di colpa autentico e che ci condanna ad appartenere ad una schiera di eletti, consapevoli e perciò destinati alla dannazione eterna senza remissione: la dipendenza dal Male. Di poi si riconosce la propensione a propagare il male, una coazione a ripetere che viene fatta risalire dalla mancanza dell´argine costruito da Santayana (¨Le società prive di memoria sono destinate a ripetere gli orrori della storia¨), confutato nella prassi jüngeriana che riduce la Storia a esperienza estetica e nel film dall´asserzione che ¨la storia non esiste¨ e quindi ciò che si dovrebbe potere evitare è inconoscibile, qualora anche non si fosse infitti in una realtà marcescente, che produce conati di partecipazione anche tra gli spettatori più sensibili di fronte alla dettagliata documentazione dell´uso di siringhe e della ¨violenza della volontà¨. Ma che la quiete sia irraggiungibile ci viene comunicato attraverso Dante: la definitiva condanna è nell´impossibilità di raggiungere il settimo girone dei suicidi, quando la lentezza con cui scende la luce del sole dalla veneziana ci faceva sperare che potesse trovare una fine attraverso quella ghigliottina luminosa, ma quando ¨ci esponiamo alla luce la nostra vera natura viene evidenziata¨.