Editoriale

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26/11/2002
In difesa della Nouvelle Vague

Claude ChabrolSabato 23 novembre, Fnac Milano. Si presenta un libro curato da persone insospettabili (fra cui Piera Detassis e Alberto Farassino), e la stampa italiana comincia a pascersi dei funerali per la Nouvelle Vague e l’idea di cinema che le circolò attorno. Il libro (La Nouvelle Vague 45 anni dopo, ed. Il Castoro) dovrebbe essere interessante, gli autori citati qui sopra sono un classico esegeta godardiano e l’autrice di altri interessanti contributi sulla NV. Ne deduco, senza ancora avere visto il testo, che i nostri giornali stanno forzando la mano, ansiosi come sono di decretare la restaurazione anche a proposito dei giovani autori rivoltosi della fine anni 50. Preceduti – i nostri giornali – dai dibattiti intorno a «France cinéma» di Firenze, e supportati da un’intervista a Chabrol che dubita che vi sia mai stata una Nouvelle Vague.

Quello che dice Chabrol è vero: la definizione non veniva certo da loro, da lui o da Rohmer, Truffaut o Godard, Rivette o Varda o Resnais, o Demy e quant’altri. Così anche il loro ruolo non fu mai codificato dall’ideologia. Ideologie ne avevano caso mai nell’atto di fare critica, ed erano ideologie pronte anche a essere sconfessate o rivedute e corrette. Non si esce dal dilemma che pongono, capziosi, i «restauratori», fra i quali spicca per coerenza e chiarezza di idee almeno, Tavernier che da sempre ha detto di ritrovarsi in altre concezioni del cinema, un cinema più classico, se si vuole vecchio ma non fiacco. Non si esce da questa falsa alternativa: se quegli autori avessero voluto darsi delle regole fisse (un po’ come Dogma 95) sarebbe stati degli ideologici – di sicuro, anche marxisti – dalle vedute ristrette dai loro stessi paraocchi (non è stato così, infatti hanno preso ben presto strade diverse e con gli anni hanno radicalizzato, chi in una direzione chi in un’altra, il proprio percorso, e anzi addirittura all’interno dell’opera dei singoli autori si notano vene e ispirazioni ben diverse le une dalle altre: il Truffaut del ciclo «Antoine Doinel» non è lo stesso Truffaut hitchcockiano dell’amore disperato, quello di Jules et Jim, Le deux anglaises, La chambre verte, Adèle H., e – massime – de La femme d’à coté).

Ma ecco che a questi baldanzosi giovani autori viene bene di rimproverare anche l’opposto, così non ci si sbaglia: non sono stati, in fondo, un movimento unitario, erano gente diversa che voleva praticare diversi modelli di cinema.

Allora forse proprio qui sta il carattere che ne fece un’«onda»: nel fatto che «prima», fatte salve le meravigliose eccezioni – che so, Melville piuttosto che Astruc, e non parliamo di Bresson e Tati – c’era un cinema classicheggiante –  Quello che fu bollato come cinéma de papa –, troppo fondato sulla prevalenza della sceneggiatura (Aurenche – Bost), che fu svecchiato, travolto. Non rigettato per sempre. Non finì lì, quel cinema. Anzi, ne fu forse rinvigorito, perché allora si capì che «quel» tipo di cinema, che era tradizionale, aveva la sua dignità a condizione che non pretendesse di essere l’«unico» tipo di cinema.

E neppure la Nouvelle Vague, per i motivi detti prima, pensò di essere «unica alternativa» al cinema precedente, proprio perché essa stessa di alternative al precedente ne prevedeva molte: l’introspezione, la cinefilia, la «rive gauche» di derivazione documentarista (Resnais, Varda, Marker, in parte Duras), il lavoro sul linguaggio, la revisione «trasversale» un po’ di tutti i generi cinematografici da parte di Malle.

Godard - Belmondo - A bout de souffle

L’anarchia e il ribellismo erano a due livelli: nei confronti della vita – e credo che questo non si possa rimproverare a nessuno (gli squallidi cinquantenni che vedono la degenerazione dell’attuale società come dovuta al permissivismo del 68 forse non si ricordano che se hanno passato alcuni lustri a scopacchiare a destra e manca era proprio grazie a quel che è rimasto di buono di quegli anni, e inzuppare ha fatto bene a progressisti e conservatori), e poi nelle modalità, nelle prassi realizzative. Forse le innovazioni linguistiche furono proprio questo.
Ma forse è proprio tipico dei movimenti innovatori arrivare a una certa distanza dalla propria nascita, a un momento critico di bilancio, quando tutti si sono disuniti, ognuno per la sua strada. Ripeto, forse è proprio qui il carattere rivoluzionario di quell’esperienza, che comunque ha messo in luce infinite potenzialità del mezzo cinema. A mio avviso, ne hanno guadagnato tutti, anche i più conservatori.

Alberto Corsani