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riflessioni teoriche sull'immagine e il cinema
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Filmare le idee #4
Alcune riflessioni a partire dalla distruzione di una pellicola e del suo cineoperatore.

Proseguendo nella riflessione sulla filmabilità delle idee, riprendo il discorso della morte al lavoro... 24 volte al secondo. Questa volta fisicamente accanendosi sul singolo fotogramma per l'intera durata dell'esposizione.

Sergej sepolto, Sergej eroe. Sergej annichilito dopo poche settimane. Sergej trapanato dalle radiazioni all'interno del mostro. Sergej che da Chernobyl ha tratto sequenze irripetibili, trasmissibili soltanto a condizione di duplicare la pellicola e riversarla in video, perché la pellicola stessa è stata alterata, come forse anche il corpo di lui, bombardato da una miriade di siluri, sparsi come dal becco di un annaffiatoio.

Sergej sospeso nel tempo; un tempo sospeso. Le istruzioni indicavano poche decine di secondi come limite massimo di esposizione giornaliera, per i cineoperatori. Ma Sergej si soffermava più a lungo, per attimi che diventano eternità. Fra i due estremi, la volontà disperata di annientarsi e la militanza eroica di un figlio del popolo che sente il dovere di testimoniare, ci sarà una terza spiegazione, mediana. L'incanto, l'orribile, il terrificante che suscita meraviglia e che ti tiene avvinto; un tempo sospeso che Sergej disse essere tale, senza saperlo spiegare.
Lo spiegano le immagini. Un "effetto neve" a grana più grossa del normale. Una coincidenza a questo punto ontologica fra il fenomeno da filmare e le sue conseguenze sul supporto stesso che deve accogliere l'immagine. E quindi sull'immagine stessa. Alterata non per il tempo trascorso né per l'incuria della conservazione - né per l'effetto provocatorio, scherzoso di Zelig, la cui pellicola, si favoleggia, fu passata sotto lo scalpiccio dei piedi per fornire un effetto da documentario dei tempi andati.

Sono pochi secondi, per due volte, due inserti in un bel TG2 dossier (ottobre 2003): I dimenticati di Chernobyl, premiato alla memoria di Ilaria Alpi. Secondi che sconvolgono le coordinate espressive, anche per la loro durata; per il fatto che richiedono un commento. La pellicola alterata è al tempo stesso fortissima per il proprio contenuto (la coincidenza ontologica) e debole perché uno stesso effetto potrebbe essere dovuto ad altre cause. Richiede una spiegazione. Presuppone un contesto. E il contesto prepara l'effetto drammatico, lo innesca, alza il cane in attesa che qualcuno prema il grilletto, rivoltata verso di sé la canna della tragedia televisata.

Le idee le mettiamo noi o le mette il curatore del servizio? Oppure: la madre di tutte le idee non sta piuttosto nella pellicola oltraggiata e proprio per questo parlante? Il circolo vizioso tra un momento forte e lo scorrere del discorso rende poco informativo il commento, ma forse qualcuno lo capirebbe lo stesso. L'autodistruzione di alcune migliaia di: tecnici, medici, bonificatori, liquidatori, muratori, giornalisti e cineoperatori, geometri e agrimensori ha evitato quella di altri. Sergej è stato terminato, si è, in un certo senso, terminato. Qualcuno dovrebbe filmare - a tempo ridotto, per poi rivedere a passo normale l'effetto che fa - il venir meno progressivo della sua pellicola, aggiungendo all'effetto delle radiazioni anche quello del tempo che passa - che poi, i due concidono e si sovrappongono.

Alberto Corsani