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Egoli di Karen Kelly, 1989
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Espressionista nella fattura, ancora più selvaggio nella dirompente denuncia dello sfruttamento dei minatori sudafricani.
Descrive precisamente l'angoscia del lavoro sottoterra, attraverso una ruota che si distingue chiaramente nella sua forma tenebrosa e soprattutto nel suo inesorabile movimento visto in soggettiva. Ma non è un disegno naturalistico: tutto scaturisce da una gestualità violenta come le vite che trascorrono tra autorità ostile fatta di documenti, miseria, miniera township, di cui i reticolati sono un segno tra i più poderosi del film, che probabilmente ha in Otto Dix uno dei riferimenti contaminati dai colori terrigni del Sudafrica. Una rivolta nei ghetti è scolpita con precisione dalle pennellate rabbiose, che trovano nell'animazione dei colori una moltiplicazione esponenziale del furore insito nell'espressionismo: ondate di ira urgono infrangendosi contro i bordi dello schermo penetrato da un fiotto di colore che è quanto rimane di gesti di ribellione, che aprono brecce, dividono lo spazio, squarciandolo per passare ad altre tenebrose azioni repentine, che montano dall'ombra e si rivelano in un turbinio di rossi e gialli, densamente materiche rivelazioni della fisicità della sostanza di cui è fatto il colore. Massa che diventa disegno senza perdere le proprie caratteristiche travolgenti.
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