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Documentary in Europe
Bardonecchia, 9-12 luglio 2003

Intervista a Stefano TEALDI

Coordinatore di DOCUMENTARY IN EUROPE

Il Palazzo delle Feste di Bardonecchia ospita dal 9 al 12 luglio 2003 la settima edizione di Documentary in Europe, incontro internazionale dedicato al cinema documentario. Il Workshop internazionale organizzato da Documentary in Europe e da EDN-European Documentary Network, con il sostegno del programma MEDIA dell'Unione Europea, è finalizzato a favorire l'incontro tra tutti i professionisti che operano a vario titolo nella realizzazione, produzione e diffusione del cinema documentario: produttori, registi, autori, studenti universitari, distributori cinematografici, responsabili della programmazione delle reti televisive. Nato nel 1997, Documentary in Europe è diventato nel corso degli anni "un laboratorio per lo scambio di idee", un insostituibile momento di incontro tra documentaristi italiani ed europei. Durante quattro giorni si alternano proiezioni di documentari, dibattiti con registi e produttori, case studies, tavole rotonde e momenti di aggiornamento. Da sempre un momento importante della manifestazione è la presentazione dei nuovi progetti. Durante il Pitching Forum i produttori europei presentano ai commissioning editors delle televisioni nuovi progetti di documentari, mentre durante il Match-Making sono i giovani autori e registi a presentare ai produttori le loro idee. Se il Workshop è essenzialmente un appuntamento rivolto agli addetti ai lavori, Documentary in Europe propone anche quest'anno la Settimana Europa del Documentario (5-12 luglio) ovvero una serie di proiezioni pomeridiane e serali aperte al pubblico. Il cartellone della rassegna propone numerosi documentari e incontri con i registi con l'obiettivo di appassionare il grande pubblico alla visione del cinema documentario (www.docineurope.org). Stefano Tealdi è il coordinatore di Documentary in Europe.

Come possiamo definire questa manifestazione che in sette anni è diventata uno degli appuntamenti più importanti a livello europeo?

Documentary in Europe non è né un festival, né una rassegna di documentari, ma un "workshop", o, meglio, un luogo di incontro, a livello europeo, tra chi fa documentari a tutti i livelli, ossia tra chi li realizza (i cineasti), chi vi investe (i produttori) e chi li manda in onda (i rappresentanti delle televisioni europee). Documentary in Europe vuole essere il luogo dove tutte queste persone si incontrano e discutono dei loro problemi. In questi ultimi anni abbiamo avuto in media tra i 250 e i 300 partecipanti ai nostri workshop. Non solo, Documentary in Europe vuole anche e soprattutto diventare il luogo dove i professionisti del settore incontrano i nuovi talenti, cioè i giovani registi portatori di nuove idee, dando così a questi ultimi la possibilità di trasformare queste idee in progetti. Un'occasione per riflettere sul documentario, un luogo di incontro tra i professionisti del documentario, nonché un'occasione per aiutare i giovani talenti a diventare essi stessi dei professionisti. Forse la definizione migliore per questa manifestazione è quella di "laboratorio di idee".

Documentary in Europe è anche un'occasione per far conoscere il cinema documentario ai non addetti ai lavori...

Il cinema documentario è purtroppo un genere non molto conosciuto in Italia dal grande pubblico, direi un genere "dimenticato" dalla programmazione televisiva e cinematografica, a differenza di quanto accade in Europa dove il documentario è un genere considerato molto importante. Documentary in Europe si distingue dai festival proprio per il fatto che non ha il carattere di "rassegna", ma ciò non significa che all'interno dei laboratori non si facciano vedere dei documentari, solo che la visione non è fine a se stessa, ma vuole essere da stimolo alla discussione. Non si vede un film, ma si coglie l'idea che cosa sia un film. Per esempio proporremo Surplus, il documentario di un giovane regista italo-svedese, Erik Gandini, sul tema del consumismo globale; oppure il tedesco Missing Allen di Christina Bauer dove il regista (anche produttore del film) va negli Stati Uniti a cercare un amico cameraman di cui si sono perse le tracce, e un film irlandese su Hugo Chavez e il Venezuela (Chavez – Inside The Coup). Tutti i registi verranno a Bardonecchia per presentare i loro lavori. Senza dimenticare che anche quest'anno Documentary in Europe è preceduto e accompagnato dalla Settimana Europea del Documentario, cioè proiezioni aperte al pubblico. Abbiamo pensato a una rassegna di documentari italiani, lavori molto diversi tra loro, ma che presentano tutti un particolare appeal. Per esempio, faremo vedere un documentario sul mondo del cabaret milanese, per capire come è nato il successo di Zelig; oppure faremo vedere un documentario su come Charlie Chaplin ha realizzato il suo film Il dittatore. Speriamo in questo modo di poter far comprendere alle persone quanto il documentario può essere divertente. Non solo uno strumento per informare, ma anche per emozionare.

Quindi un'occasione per comprendere lo stato di salute del cinema documentario?

Direi proprio di sì. Documentary in Europe si pone come un appuntamento importante soprattutto per gli italiani, perché permette di capire quello che sta succedendo in Europa. Sappiamo come in Italia lo stato di salute del cinema documentario sia pessimo. Non siamo abituati a vederlo, non lo conosciamo. Continuiamo a pensare al documentario come a un programma educativo, didattico, quindi "noioso". Ma è una visione del tutto superata. Non esiste più questo tipo di documentario. Oggi in Europa e nel mondo il documentario riscuote ovunque un grande successo sia a livello televisivo sia a livello cinematografico. In Italia, invece, le televisioni non investono in produzioni di documentari e i circuiti delle sale cinematografiche non credono nel documentario. A Documentary in Europe verranno rappresentanti della BBC, della ZDF/Arte tedesca, della YLE finlandese. Ci sarà Rudy Buttignol della tv dell'Ontario (Canada). Ci sarà la tv della Catalogna. In Italia, invece, la televisione pubblica ha abbandonato il documentario quarant'anni fa e da allora il pubblico non ha più seguito l'evoluzione di questo cinema. Quest'anno a Bardonecchia rifletteremo soprattutto sulla questione della distribuzione delle sale. Recentemente abbiamo avuto due grandi successi, Bwoling a Columbine di Michael Moore e Essere e Avere di Nicolas Philibert. Rappresentano un segnale di una possibile inversione di tendenza e dimostrano come il pubblico italiano non sia più spaventato dalla parola "documentario".

E superare una volta per tutte l'errore di pensare che il documentario sia altro rispetto al cinema...

Non bisogna stancarsi di dire che il documentario è cinema a tutti gli effetti. E' cinema nel senso che racconta storie, nel senso che emoziona, nel senso che fa entrare lo spettatore all'interno di una realtà e di una narrazione esattamente come fa il cinema di fiction. Certamente c'è una differenza tra l'idea di cinema così come siamo abituati a vederlo nelle nostre sale e il cinema documentario, ma questa differenza secondo me è proprio ciò che rende interessante il documentario. Il documentario, infatti, si basa sempre sulla realtà, mentre il cinema di finzione spesso va oltre il principio di realtà. Spesso sono gli effetti speciali quelli che vincono nelle sale e mi pare che sempre più lo spettatore avverta la mancanza di un rapporto con quello che vede al cinema. Dunque, il documentario è cinema nel senso più vero della parola, ma è cinema con un forte legame con la realtà. Purtroppo la nostra televisione pubblica non ha colto l'evoluzione del documentario avvenuta in Europa, continua a non voler vedere che cosa succede nelle altre televisioni europee dove il documentario è trasmesso in prime time con share di ascolto molti elevati.

Il documentario scandaglia la realtà, la racconta, senza però essere un reportage giornalistico...

Esatto, il cinema documentario non è il reportage giornalistico, che certamente è una forma di comunicazione molto importante. Il documentario è un racconto della realtà, mentre il reportage coglie la realtà e la fotografa nel suo divenire. Il documentario, direi, è più una riflessione sulla realtà.

Il Piemonte negli ultimi anni ha scoperto la vocazione del cinema. Questo vale anche per il documentario?

Assolutamente sì. Il documentario a Torino ha trovato un terreno estremamente fertile. Per diversi motivi. Intanto perché Torino, non essendo dentro a quella rete produttiva che riguarda la fiction e che è centrata soprattutto a Roma, ha dovuto trovare nuovi modi di espressione, per cui diversi produttori hanno allargato lo sguardo verso l'Europa. Inoltre Torino e il Piemonte sono molto vicini, non solo geograficamente, a quelle realtà che, come Francia e Germania, sono importanti produttori di cinema documentario. Infine, in Piemonte si è sempre lavorato e prodotto molto nel campo dell'audiovisivo, per esempio per l'industria, per esempio nel mondo ecclesiale. Torino è oggi considerata, a livello europeo, il centro del documentario in Italia e credo che Documentary in Europe abbia giocato la sua parte in tutto questo.

Emanuele Rebuffini