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Frankenstein
Anno: 1931
Regista: James Whale;
Autore Recensione: Mario Bucci
Provenienza: U.S.A.;
Data inserimento nel database: 28-12-2005


La grande guerra

Frankenstein. James Whale. 1931. USA.

Attori: Colin Clive, Mae Clarke, Boris Karloff, Dwight Frye, John Boles, Edward Van Sloane, Frederick Kerr

Durata: 71’

 

 

Sipario, un uomo introduce la storia. Svizzera. Inizio Ottocento. Ad un funerale in un cimitero assistono nascosti due uomini. Si tratta dello scienziato Henry Frankenstein e del suo aiutante Fritz. Entrambi sotterrano il cadavere appena i famigliari si allontanano e poi, trovando un uomo impiccato non molto distante, scelgono di prendere anche il suo corpo. All’università di medicina il professor Waldman spiega agli alunni la differenza tra un cervello normale ed uno criminale. Fritz, introducendovisi di nascosto, ruba quello del criminale. Una lettera informa Elizabeth, la compagna di Henry, della sua decisione di chiudersi nel laboratorio per portare avanti alcuni esperimenti. La ragazza, accompagnata dall’amico Victor Moritz, si rivolge allora al professor Waldman il quale li informa sulle teorie di elettrobiologia di Henry. Tutti e tre, in una notte di tempesta, si recano al tetro laboratorio di Henry dove assistono al risveglio del cadavere. Elizabeth ne parla con il barone Frankenstein, padre di Henry, mentre nel laboratorio Waldman informa il giovane scienziato che il cervello rubato da Fritz all’università è quello di un criminale. La creatura si mostra però ubbidiente agli ordini di Henry ma l’arrivo di Fritz con una torcia lo spaventa facendolo diventare aggressivo. Sono costretti a rinchiuderlo in una segreta dove però l’assistente di Frankenstein, continuando a frustarlo e a minacciarlo con la torcia, viene ucciso dalla creatura, morendo impiccato. I due medici, con molta difficoltà, riescono a sedare la creatura poco prima dell’arrivo nel laboratorio di Elizabeth e Victor, questa volta accompagnati dal barone Frankenstein che convince Henry a far ritorno a casa. Rimane nel laboratorio solo il professor Waldman che prosegue gli studi ma che al risveglio della creatura è ucciso. Henry ed Elizabeth decidono di sposarsi ed all’annuncio del matrimonio il paese fa festa, mentre nelle campagne si aggira la creatura, scappata dal laboratorio. Sulla sua strada capita la piccola Mary, figlia di un contadino, che giocando con il mostro viene lanciata in acqua e muore annegata. Poco prima della funzione Elizabeth è nervosa a causa di un cattivo presentimento che si concretizza con l’arrivo del mostro nell’abitazione dei Frankenstein. La creatura riesce ancora una volta a fuggire mentre in paese giunge il contadino con il cadavere della figlia fra le braccia. Viene chiesto al sindaco di trovare il colpevole e viene dato inizio ad una caccia per tutto il paese. Individuato sulle montagne, è proprio Henry a dover lottare con la sua creatura la quale, avendolo sconfitto, lo trascina ad un vecchio mulino. Henry riesce a fuggire mentre il popolo dà fuoco al mulino con la creatura al suo interno.

Sebbene vi erano state altre trasposizioni sul grande schermo del romanzo della diciottenne Mary Wollstonecraft Shelley, a partire già dal 1910 con la versione diretta da J. Searle Dawley per la Edison, è sicuramente questa però quella più celebre e che ha influenzato l’immaginario collettivo. È proprio, infatti, con l’interpretazione di Boris Karloff (ma soprattutto della celebre maschera che il truccatore Jack Pierce gli applicò a fronte ogni giorno di quattro ore di lavoro) che il personaggio della creatura di Frankenstein buca lo schermo per influenzare da questo momento una lista di pellicole che difficilmente sono state in grado di staccarsi da questo modello (l’andatura lenta del mostruoso protagonista fu ottenuta con pesi nelle scarpe e con un rialzo di quasi 25 centimetri). Fortuna del film fu anche il fatto che fu la prima versione sonorizzata di questa trasposizione letteraria. Il testo originale è rispettato in quasi tutte le sue parti (cui fu aggiunta la sequenza nel mulino), sebbene il confronto sulla scienza e sui suoi frutti/risultati venga meno di fronte alla mostruosità visiva del suo protagonista. È in una inquadratura sola, infatti, che è racchiusa la poetica (denuncia) del film, quando cioè per la prima ed unica volta il mostro può guardare il sole (perché Henry gli apre la botola sul tetto) simbolo platonico della conoscenza che gli viene però immediatamente privata. Non è infatti il cervello da criminale a muovere il mostro nei suoi atteggiamenti delittuosi (come vorrebbe far intendere il professor Waldman) ma la sottomissione culturale cui è posto (rinchiuso in una cella) che non gli permette di capire la differenza tra un fiore ed una bambina, e che porta quindi all’incolpevole gesto dell’omicidio. Il rifiuto poi del creatore è anche una sorta d’abbandono cui la stessa creatura ad un certo punto sente di doversi ribellare. Proprio quest’aspetto melanconico del mostro (vessato dalla cattiveria di Fritz) emerge rispetto alle altre trasposizioni cinematografiche realizzate in precedenza, ricollegandosi al tema della diversità e dell’accettazione sociale. Tecnicamente poi, il film è girato in maniera innovativa sia rispetto al genere sia rispetto alla media dei film in circolazione durante quegli anni, è ciò è visibile sia in tutte le scene ambientate nel laboratorio (tra cambi d’inquadrature e uso dei carrelli) ma soprattutto nel bellissimo e teso carrello che anticipa la camminata del padre con il cadavere della figlia tra le braccia. La fotografia (curata da Arthur Edeson) che esalta l’ambiente sui personaggi, ma soprattutto le movenze del protagonista, rimandano all’espressionismo tedesco e soprattutto agli atteggiamenti del sonnambulo Cesare ne Il gabinetto del dottor Caligari (1920) di Robert Wiene, tanto che per questo film si potrebbe parlare addirittura d’espressionismo americano anni Trenta [i]. Molto intelligente è anche la scelta fatta sull’introduzione del mostro, che appare per la prima volta sul lettino del laboratorio che ha ancora il volto coperto da una fasciatura, e che poi viene presentato al pubblico vivo di spalle, cui il regista fa seguire, una volta che si è voltato, due stacchi in asse sul primo piano e sul primissimo piano. La figura del dottor Frankenstein da questo momento in poi soprattutto, sarà per sempre associata a quella del professore matto, dello scienziato impazzito, di una sorta di Prometeo cattivo (cui faceva riferimento sin dal titolo l’opera originale). Il film fu realizzato per la casa di produzione Universal che in quegli anni, specializzandosi proprio nel genere horror, contribuì a lanciare sia Boris Karloff che Bela Lugosi, interprete del famoso Dracula (1931) di Tod Browning. A proposito delle due pellicole, è importante ricordare anche la presenza in entrambe dell’attore Dwight Frye, qui interprete del cattivo Fritz che può sfogarsi con un essere inferiore a lui, e nel film di Browning interprete del folle mangiatore di mosche Renfield, primo succube del conte Dracula. Tra le diverse fonti d’ispirazioni oltre a quella letteraria, c’è anche una versione riadattata per il teatro nel 1927 da Peggy Webling [ii], chiaramente citata in apertura del film con l’introduzione di Edward von Sloan, ma anche con il finale in cui il barone chiude dietro di sé la porta della stanza in cui suo figlio Henry affronta la degenza. Entrambe le scene però, prologo e finale, furono aggiunte dalla produzione solo dopo che il film fece capolino nelle sale. Lo stessa coppia, Whale/Karloff, ripresentò per il grande schermo una variazione sul tema con La moglie di Frankenstein (1935). Tra le decine di copie, plagi e citazioni che seguirono il lavoro del britannico James Whale (che in realtà veniva dal teatro), la più celebre è sicuramente la parodia messa in scena dal regista Mel Brooks con Frankenstein Junior (1974), cui è seguita molti anni dopo la rivisitazione comica e infantile di Tim Burton con il cortometraggio Frankenwennie (1984), prodotto dalla Disney. Il film di James Whale è stato restaurato nel 1987 in un’edizione leggermente allungata.  

 

 

Bucci Mario

        videodrome76@hotmail.com



[i] Enrico Ghezzi. Paura e desiderio. Bompiani

[ii] Morando Morandini. Dizionario dei film 2004. Zanichelli.