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Bethlehem
Anno: 2013
Regista: Yuval Adler;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Israele; Germania; Belgio;
Data inserimento nel database: 12-09-2013


“Perché l’uomo ha inventato il linguaggio? Per poter mentire.” La Cisgiordania, territorio fra Israele e la Giordania, è stata conquistata da Israele durante la guerra dei sei giorni. Nel 1993, parte del paese, è stato assegnato all’autorità palestinese. Ma in quel territorio piccolo e sassoso interagiscono tanti e astrusi interessi, sempre contrapposti. Gli avvenimenti di quel minuscolo spazio sono l’esempio di un mondo come non dovrebbe essere. La cinematografia israeliana sta distante da temi diretti sulla guerra e le contrapposizioni con i palestinesi. Prevalgono le descrizioni interiori, quelle sociali fra i tanti gruppi arrivati dall’estero. Perfino il Leone d’oro del 2009, Lebanon, è più guerra interiore, piena di dubbi, in un angusto claustrofobico un carro armato. Questa volta a Venezia arriva un bel film, il quale si getta senza paura nel conflitto e nei tanti orrori: Bethlehem di Yuval Adler. Il racconto si sviluppa in due linee parallele: azione e relazione fra due opposti. Sanfur è un ragazzo palestinese, vive con la famiglia. Il fratello è un importante membro delle brigate di Al-Aqsa, un gruppo armato, dichiarato terrorista dai paesi occidentali: “Era il nostro unico orgoglio.” L’organizzazione è uno dei rami armati dell’OLP, ed è cacciata dai servizi israeliani. Sanfur vuol dire ‘puffo’, è un giovanotto con tanta voglia di crescere, con la smania di essere degno di tanto fratello: “Queste cose non fanno per te.” Ha un lato nascosto, una sensibilità profonda, una mancanza di affetto e una ricerca di legame intimo e umano. Emozioni non percepite nella famiglia. Perciò da due anni è amico di Razi, un ebreo agente dei servizi segreti, il quale lo usa come informatore. Però fra i due è nato un sincero rapporto di amicizia. Sanfur lo riconosce umanamente come il fratello maggiore, perché si prende cura di lui, lo aiuta e lo ascolta: “Le persone che frequentiamo sono quello che siamo.” Il seguito della storia è la caccia al latitante terrorista. Il film puntualizza alcuni aspetti. Il carattere dei due protagonisti. Sanfur è irrequieto, un adolescente vivace con il desiderio di avere una base di sicurezza. Sfida gli amici a un gioco insensato: indossare un giubbotto antiproiettile e farsi sparare addosso con il kalashnikov. Razi è affezionato al ragazzo e per salvarlo è pronto a entrare in conflitto con i superiori dei servizi. La camera punta su di loro, cercandoli, avvicinandosi, mostrandoceli nei sentimenti anche rabbiosi. Entrambi sono in contrasto con i propri mondi a causa del loro affetto. Scena esemplare è quando Sanfur, vanitoso, si pone davanti allo specchio indossando il kalashnikov come se fosse una cravatta. Altro punto è la situazione interna dei palestinesi. Le brigate al-Aqsa sono nemiche di Hamas, l’organizzazione controllante Gaza e dintorni. Fra i vari gruppi, associazioni la situazione non è positiva. La storia ci mostra un’autorità palestinese nel tentativo di stabilizzarsi, un giro di soldi notevole, un pubblicizzarsi compiendo attentati. Questa è l’elemento politico. Scena rappresentativa. Il litigio fra le brigate e Hamas con il corpo di un terrorista, sballottato all’interno dell’obitorio fra il rincorrersi di miliziani armati e urla dei parenti. Invece c’è un richiamo evidente a Zero Dark Thirty per quanto riguarda l’azione. Il blitz delle forze israeliane è una copia di quello eseguito dai Navy per la cattura di Bin Laden nella pellicola della Kathryn Bigelow, con tanto di assalto notturno, lancio di sassi, cunicoli e la ricerca stanza per stanza. È una scena ben eseguita, i personaggi si muovano con convincimento e il montaggio permette ritmo e suspense. Scena emblematica. I soldati entrano nei territori dentro un van blindato. I palestinesi lanciano sassi nell’indifferenza della pattuglia all’interno. Una pietra colpisce il vetro e un militare, con freddezza, si limita a un non convinto: “figlio di puttana.” È un film persuasivo con l’intreccio di tanti temi.