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Tom à la ferme
Anno: 2013
Regista: Xavier Dolan;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Canada; Francia;
Data inserimento nel database: 10-09-2013


“Ho fatto la crostata.” Xavier Dolan è nato nel 1989. Il suo primo film è del 2009, ad appena venti anni, presentato al Festival di Cannes come i due successivi. L’ultimo è Tom à la ferme è stato mostrato in concorso alla Mostra di Venezia. Quando il presidente della giuria Bernardo Bertolucci parlò di stupirci, in molti hanno pensato al coraggio di premiare un ragazzo giovane con una pellicola ambiziosa e di gusto. Di stupefacente, abbiamo scoperto, c’era solo il conformismo del presidente. Un peccato, perché il film avrebbe potuto designare un giovane autore, con un’estesa visione, drammatica e ironica. Guillaume, il ragazzo di Tom, è morto. Il funerale si terrà nella campagna del Quebec dove, in una grande azienda agricola, vivono l’anziana madre e il fratello. Tom vuole presenziare al funerale perciò inizierà un viaggio, in un mondo sconosciuto, affrontando i segreti del suo ragazzo. Apprendiamo dalla voce fuori campo di Tom, di un amore finito tragicamente. Lo osserviamo mentre compie il tragitto verso il casolare. L’arrivo è spettrale, la fattoria è disabitata, incontra unicamente animali, e in casa i resti di una cena. L’ingresso nella casa è ripreso da una porta aperta fra due mura per ottenere un effetto di profondità e di maggiore solitudine. Ritrova prima l’anziana madre Agathe, la quale lo accoglie con benevolenza. L’incontro con il fratello Francis ha una dimensione cupa e immediatamente stilistica. In una scena notturna, con un senso della luce ricercato, il fratello piomba su Tom e fra i due inizierà subito uno scontro/attrazione. Da questo momento la storia segue la dimensione del confronto, una lotta anche fisica fra i quasi cognati. Francis è un ragazzo robusto, affascinate ma difficile, scontroso, con una madre dal forte carattere, la quale gli rende impossibile le proprie scelte di vita. Il loro primo incontro è un assalto al buio su Tom. Francis non lo vediamo, però percepiamo gli occhi sul viso del ragazzo. Fra loro ci sarà molta carnalità, un rapporto di profonda fisicità. Come la scena del ballo, quando Francis e Tom danzano – dopo aver tirato della coca - mantenendo entrambi un’alterità corporea, mista fra il desiderio e la passione. Solitamente i loro volti sono a pochi centimetri, la luce risalta i loro profili, prediligendo Tom con il suo tormento per la perdita dell’amato e per la sconvolgente eccitazione: “Non mettere il profumo. Il profumo si mette alle nozze, non a un funerale.” Il regista scompiglia la campagna canadese – apparentemente tranquilla – con l’arrivo del cittadino omosessuale. Riesce a mostrare un velo di mistero, una tensione pari a una pellicola d’azione, un’ansia da thriller. Mischia i generi leggermente. Xavier Dolan ha stile, occhio cinematografico. Le inquadrature cono ricercate, una bella fotografia, basata sul nero, ma c’è pure l’esaltazione della luce circoscritta e diretta delle scene notturne, ovvero la forte luce solare della campagna. La corsa affannosa e apprensiva nel campo di granoturco è abbagliata dal chiarore. Oppure, quando Tom entra in casa con il vestito nero e improvvisamente la scena stacca sullo stesso colore. Un film dalla forte visione, un sogno o un incubo per la disperazione di un amore, perché gli avvenimenti di Tom nella fattoria hanno un richiamo onirico, dimostrato dalle luci e dalle corporali attrazioni. Sicuramente siamo alla presenza di un talento, giovane e passionale, con un forte amore per il cinema. È un piacere visivo Tom à la ferme. L’unico problema potrebbe arrivare da uno stereotipo sbagliato, come riconosce lo stesso autore: “La diversità, se ci pensiamo bene, è all’origine di tutto. In qualità di regista mi ossessiona osservare gli effetti che sortisce in colui che la giudica piuttosto che in colui che la vive come condizione.” … “ma vi prego non incasellatemi tra i registi gay” (www.vogue.it/uomo-vogue/people-stars/2013/09/xavier-dolan). Descrivere la diversità è un modo di leggere la vita, ma pensare che la diversità sia solo l’omosessualità potrebbe costringerlo a una rappresentare di un fenomeno circoscritto ed etichettato. Dolan si accorge del rischio di perseguire un errore fatale. Ai posteri l’ardua sentenza.