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Child of God
Anno: 2013
Regista: James Franco;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 13-09-2013


“Questa è la terra di mio padre.” Siamo tutti figli di Dio? James Franco – oramai habitué – della Mostra di Venezia presenta come regista il film Child of God – Figlio di Dio. Autore dall’attività frenetica e versatile, i lavori di James Franco sono alla ricerca di una personalità complicata, tortuosa. Non desidera stupire ma unicamente manifestare le variegate difficoltà di una persona, segnata, forse, da un fine predeterminato: “Qualcuno dice matto.” Il regista James Franco ci narra le drammatiche disavventure di Lester Ballard nella profonda campagna americana. Abbandonato dalla madre, il padre suicida è allevato distrattamente dai vicini. Il carattere è segnato dalle sue misere sorti. Il film inizia da un’asta pubblica per la vendita dei terreni e della casa di Lester. Incapace di lavorare si trova in mezzo alla strada. Le urla, la rabbia per l’esproprio sono angosciose. È compatito ma essendo un solitario, irritabile, scorbutico si trova costretto a vivere in una baracca abbandonata. Il personaggio da subito mostra l’incapacità di avere delle relazioni sociali, di emarginarsi, di avere profonde difficoltà. Disagi accentuati dal risiedere in una campagna conservatrice e tradizionalista. Campa come un animale, sporco, puzzolente. Caccia per mangiare. In seguito ci sarà un peggioramento del suo comportamento, fino a mostrare i lati peggiori per la nostra mentalità e sensibilità. Sarà un guardone di coppie, sarà un assassino e soprattutto sarà un necrofilo. La solitudine sfocerà in un perverso atteggiamento, il baratro è stato toccato, il paese lo caccia. Il film è diretto spesso con una camera molto nervosa e isterica - riflettendo il carattere di Lester – e stando sempre sulle persone e sugli oggetti. Tutto è molto ravvicinato, producendo ansia per il malessere del personaggio. Non solo, lo scopo di James Franco è infastidirci, provocarci una reazione di disturbo, una riflessione sulle privazioni umane. Abbiamo una distinzione fra male e bene immediata, ma il regista tende più a provocarci perché fra i nostri conati di vomito possa nascere un dubbio, un’incertezza se siamo tutti figlio di Dio. “Eravamo una famiglia” urla a due pupazzi. Gli sta sparando, gli scende uno stomachevole moccio dal naso, è sfinito, ma era assurdamente realtà. La sua famiglia erano due pupazzi vinti in un luna park e delle donne morte con cui aveva dei rapporti sessuali; il peggior disgusto umano, una nausea putrefatta, un ribrezzo sociale per tanta cattiveria. Non possiamo aver simpatia per questo essere: si presenta vestito da donna, con un abito rubato da una vittima, truccato e in testa i capelli della donna dopo averla scuoiata dalla testa della povera deceduta. Ma il dubbio persiste. È il merito del regista James Franco, avere la capacità di rivelare anche il nostro peggior lato, perché noi non potremmo essere un Lester? La pellicola è accompagnata da tanta musica County, da un realismo forte, come la defecazione dell’uomo esibita in ogni particolare. Il problema sta nell’eccesso, nell’esagerare. Perché il carattere diventa eccessivo, ridondante in tutti i suoi aspetti. La recitazione di Scott Haze, precisissima e maniacale, rischia di produrre un effetto contrario. La pazzia regna senza fine nel viso di Scott Haze: primo piano, smorfia, faccia verso il basso, e occhi puntati in alto. Il risultato è, a volte, di avere una macchietta: quando goffo trascinando un materasso cade nel fiume freddo, quando trascina con fatica un cadavere e gli cade ripetutamente. Apprezziamo l’imbarazzo, la voglia di consegnarci una domanda, non di compatire, ma di chiederci ancora ma siamo tutti figli di Dio?