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I 100 passi
Anno: 2000
Regista: Marco Tullio Giordana;
Autore Recensione: Sara Borsani
Provenienza: Italia;
Data inserimento nel database: 08-09-2000



Visto a Venezia 2000
Scheda tecnica
Regia Marco Tullio Giordana
Sceneggiatura Claudio Fava, Monica Zapelli, Marco Tullio Giordana
Fotografia Roberto Forza
Costumi Elisabetta Montaldo
Montaggio Roberto Missiroli
Produzione Titti Film e Rai Cinema
Cast Luigi Cascio, Luigi Maria Burrano, Lucia Sardo, Tony Sperandeo, Claudio Gioè
Italia 2000

I cento passi citati dal titolo non rinviano ad un significato metaforico, ma esistono fisicamente e sono i passi che separano la casa della famiglia Impastato da quella del boss Gaetano Badalamenti (anche se alla fine degli anni ’50, epoca in cui inizia la storia narrata, tutti gli studi sociologici e storici e il vocabolario corrente con cui oggi ci si riferisce alla mafia ancora non esistevano, e ancora ci si riferiva a questi augusti personaggi con l’appellativo di "don").

Siamo a Cinisi, un paese siciliano a ridosso del mare, rinchiuso in uno spazio temporale che sembra essersi fermato alle vecchie tradizioni, ma nel quale il progresso avanza: la costruzione dell'aeroporto sembra incidere non solo sul piano dell’impatto ambientale (qui negli anni ’70 la lotta comunista non si rivolgeva ad operai o studenti, ma ai contadini che si vedevano espropriare le terre), ma anche sull’avvicendamento del potere mafioso…leggendo queste parole si potrebbe pensare che il film di Giordana sia l’ennesimo tentativo di realizzare un film sulla Sicilia e sulla mafia, in realtà, benché queste due tematiche siano presenti, servono solo da cornice alla vicenda di Peppino Impastato, un ragazzo che credeva nei suoi ideali e nel potere delle parole come strumento di lotta, un militante del Partito Comunista assassinato per il suo coraggio, o per la sua sfrontatezza, nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.

Questa storia vera, che venne archiviata come suicidio (e dalle immagini si capisce chiaramente come questa spiegazione fosse il vano tentativo di una polizia corrotta di mettere a tacere l’intera faccenda), trova in una sceneggiatura attenta e fedele, in una regia forte e sempre portata alla ricerca della verità, in un’interpretazione magistrale degli attori il suo completamento mediatico. Lasciata in disparte la questione politica (il film vuole essere politico nel senso più ampio del termine, quello cioè della riflessione e della memoria), lo spettatore si trova proiettato nella vita di Peppino, nel suo processo di crescita, come uomo e come essere pensante, nei suoi conflitti con un padre forte e ancorato al passato, nel suo non volere essere solo una comparsa della storia, ma un protagonista attivo.

È un film forte, sofferto, ma ricco di energia, di immaginazione (molto bella, a mio avviso, la parte in cui il protagonista recita una trasposizione in chiave mafiosa della Divina Commedia), come in realtà è stata la vita di Peppino Impastato.