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Apocalypse Now - Redux
Anno: 2001
Regista: Francis Ford Coppola;
Autore Recensione: Mario Bucci
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 01-04-2004


La grande guerra

Apocalypse now - Redux. Francis Ford Coppola. 1979-2001. USA.

Attori: Martin Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall, Dennis Hopper, Frederic Forrest, Laurence Fishburne, Harrison Ford

Durata: 203’ min.

 

 

Saigon. Vietnam. La folle guerra degli Stati Uniti. Il capitano Willard è nella sua stanza d’albergo. È ritornato a Saigon perché non riusciva a starle lontano. Un gruppo di generali gli affida una missione. Il colonnello Kurtz, un uomo dell’esercito che ha assunto il comando di una zona della Cambogia, in opposizione allo stesso governo degli Stati Uniti, è l’obiettivo che gli viene affidato. Il colonnello Willard deve risalire il fiume, oltrepassare il confine cambogiano ed eliminare il folle Kurtz, accusato di omicidio, ma in realtà accusato di condurre la guerra a modo suo, insano. Mandato in prima linea, viene scortato fino al delta del fiume dalla cavalleria aerea del sergente Kilgore, maniaco del surf ed eccitato dalla presenza di Lance, il più grande surfista della California, arruolato come soldato nella missione di Willard. Risalendo il fiume, la navetta di soldati sostiene diverse soste nelle varie fortezze seminate lungo la riva: assiste ad uno spettacolo di conigliette della rivista Playboy, subisce un primo attacco improvviso, giunge in una postazione difesa dai francesi. Qui, dopo aver cenato con loro, Willard conosce la follia di una famiglia ostinata a difendere la proprietà nella giungla. Sfuggito all’ennesimo attacco in una trincea, il battello finalmente arriva oltre il confine cambogiano. In prossimità del regno di Kurtz, sono prima attaccati da un popolo d’indigeni e poi fatti approdare a riva. Ad accoglierli c’è un fotografo di guerra, adoratore del colonnello Kurtz, che li mette al corrente della condizione alla quale sono approdati. Il colonnello, infatti, è venerato come un’entità divina e gli indigeni sono tutti dalla sua parte. Dopo aver conosciuto Kurtz, Willard prima è fatto incarcerare ma poi, per volontà dello stesso colonnello, rimesso in libertà. Una notte, mentre la tribù indigena danza intorno al fuoco, in un rituale che vede massacrato un caribou, Willard giustizia Kurtz. Il popolo degli indigeni si prostra al nuovo Dio, ma Willard prende con se Lance, unico sopravvissuto, e volta le spalle all’orrore.

Scritto da John Milius nel 1969, riscritto da Coppola con l’adattamento del breve romanzo di Joseph Conrad Cuore di tenebra, il capolavoro del regista ritorna in sala in una nuova versione con 49 minuti aggiuntivi, grazie ai quali si può maggiormente apprezzare la critica alla follia della guerra in Vietnam. Rispetto alla novella conradiana, le cene aggiuntive promuovono una versione più distante dal testo, ma comunque efficace per quanto era nelle vere intenzioni del regista. La presenza di Kurtz si avverte fin dalle prime battute ma la sua immagine, inghiottita nel cuore delle tenebre, si manifesta solo una volta raggiunto il suo regno. Kurtz è prima ancora nella mente di Willard, negli infiniti appunti che ne tracciano il profilo, nei personaggi folli che il gruppo deve incontrare prima di raggiungere l’orrore; solo così il sergente Kilgore (“Mi piace l’odore del napalm a prima mattina!”) può giustificare il suo amore per il surf fra le bombe, Wagner durante un assedio. L’incontro con i francesi, per i quali la Cambogia è una possibilità di rivincita di fronte alla storia, sconfitti sia in Europa che in Africa, la difesa di una proprietà in Asia rimane l’ultimo straccio d’orgoglio al quale aggrapparsi per far fronte alla storia del mondo, una storia fatta di colonizzatori (la voce della vedova francese, riferendosi alle parole del defunto marito “Non so più se sono una bestia o un Dio”). Lo sci sull’acqua, sulle note di Satisfaction dei Rolling Stones…. Tutto assume un significato giustificato nel viaggio verso l’orrore, un fiume percorso al contrario, il ritorno all’origine della civiltà (grida il sergente Kilgore ordinando il lancio del napalm “Riportatemi all’età della pietra!”). L’imbarcazione sulla quale navigano è la fede americana in questa guerra. Tra le scene aggiuntive, il ballo delle conigliette di Playboy sulle note di Suzie Q eseguita dai Flash Cadillac, cui segue la triste vicenda delle donne nel Vietnam, la necessità di queste di parlare, quasi il Vietnam per loro sia la stessa vita da playmate. L’orrore del regno di Kurtz (“Tutto quello che c’era intorno mi parlava della follia di Kurtz” pensa Willard arrivato a destinazione) non è solo fatto di corpi ammassati, mostrati per manifestare la ferocia del dittatore della giungla, ma è un insieme di lati oscuri che man mano si richiudono, proiettando ombre che a poco alla volta s’impadroniscono dell’animo umano (il volto di Marlon Brando sempre in ombra, quello di Martin Sheen che passa dall’assolata riva del Vietnam all’oscurità del tempio di Kurtz). La follia è la libertà dalle proprie opinioni al servizio del potere, una coesione ipocrita alla quale Kurtz viene meno, e che nella sua giungla impara presto ad odiare. La sua calma, i lenti movimenti del suo corpo sono la vera forza della sua follia, egli si è già confrontato con se stesso, e chiede a Willard di fare altrettanto, consegnandogli i ritagli di giornali americani che parlano di una guerra che in realtà è fatta di mostruosità non dette. Kurtz capisce di aver conosciuto il lato oscuro dell’animo umano, capisce di esserne dominato, e chiede di essere ucciso, ma anche di essere raccontato (Kurtz chiede a Willard di parlare di lui a suo figlio una volta che lo avrà ammazzato). Apocalypse now non è solo la storia del Vietnam, ma la storia di tutte le colonizzazioni (soprattutto quelle americane, alla luce degli abiti di Duvall che rimandano alle fanterie del western e delle guerre civili) sulle quali gli occhi di Kurtz si chiudono, all’ombra dell’orrore. Apocalypse now è l’odissea dell’uomo nella perversione: la guerra, il sesso iconoclasta (Chef che fa mettere in posa la playmate), le droghe (Lance che assume l’acido) e soprattutto la violenza (i corpi macabri che suggellano il regno di Kurtz). Apocalypse now è anche la meta ultima di un cinema visionario (sovrimpressioni e sfumature incrociate) che contiene in sé elementi d’altri generi, il viaggio (on the river), l’orrore (il diabolico regno di Kurtz) il dramma psicologico (confronto con la famiglia francese; Kurtz che prova a convincere Willard delle sue opinioni). Fotografato dall’ingegnosa cinematografia di Vittorio Storaro, il capolavoro di Coppola si avvale anche di un sapiente uso delle musiche, The end dei The Doors, infatti, apre e chiude un film che ha già in sé la fine, perché il Vietnam è questa fine, la morte dell’animo umano cantata da un morto che favoleggia la fine. Cast eccellente, il miglior Martin Sheen che abbia mai visto, il più tetro Marlon Brando della storia del cinema, il miglior Kurtz possibile, così decritto dalle efficaci parole di Conrad “Apparteneva tutto a lui, ma questo sarebbe stato irrilevante. L’importante era sapere a chi apparteneva lui, quante potenze della tenebra lo rivendicassero come loro proprietà. Quella era la riflessione che vi faceva accapponare la pelle”. Fu premiato con la Palma d’oro al festival di Cannes, ex aequo con Il Tamburo di latta (1979) di Volker Schlöndorff, e con due oscar: miglior fotografia per Vittorio Storaro e miglior suono per Walter Murch. Le riprese iniziarono nel 1976, quando la vicenda del Vietnam non si era ancora conclusa, e proseguirono con non pochi problemi per altri due anni di lavorazione (il set fu spazzato via più volte dai tifoni che i abbatterono sulle Filippine, dove è stato girato; Sheen ebbe problemi di cuore; il matrimonio di Coppola entrò in crisi). Coppola, Storaro e Tavularis (lo scenografo del film) compaiono per brevi secondi come troupe televisiva sulla riva. Di questo film esistono tre finali diversi (a dimostrazione di un lavoro che non si può completare e che è ambiguo quanto il testo di Conrad) di cui due furono presentati a Cannes (io ho visto il secondo, quello scelto per il mercato europeo): Willard che sostituisce Kurtz; Willard che abbandona tutto e torna a casa dopo aver svolto la sua missione; il bombardamento finale del tempio di Kurtz. Incompleto ed ambiguo quindi, il mito del cinema raggiunge il suo apice più elevato proprio con Apocalypse now, così bello che lo stesso Coppola non ha saputo concluderlo in maniera decisa, quella decisione che non è mancata invece solo a Kurtz\Brando. Dopo Apocalypse now, il cinema americano e kolossale non è mai più stato lo stesso.

Le parole del colonnello Kurtz prima di essere ucciso “Addestriamo i ragazzi a sganciare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano cazzo sui loro aerei perché è una parola oscena”. Assoluto come una verità impronunciabile.

 

 

Bucci Mario

videodrome76@hotmail.com