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Ahlam Al Manfa - Frontiers of Dreams and Fears
Anno: 2001
Regista: Mai Masri;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Palestina; Usa;
Data inserimento nel database: 13-03-2002


Ahlam Al-Manfa - Mai Masri
Ahlam Al-Manfa (Rêves d'exil)
Frontiers of Dreams and Fears
Palestina, 2001, 56'
-

regia.......................... Maï Masri

fotografia................... Fouad Suleiman,
................................... Hussein Nassar,
................................... Jimmy Michel

montaggio.................. Michèle Tyann,
suono.......................... Mouhab Shanesaz,
musica........................ Anouar Brahem

produzione................ Nour (Beirut - Libano)
distribuzione............ http://www.itvs.org/

-
Palestina, 2002, ?'

Premessa

Ho impegni di lavoro urgenti e nei giorni scorsi non sono riuscito a scrivere di questo splendido documentario mostrato al festival delle donne: ho sempre procrastinato perché il nostro sito non vive sulla notizia, anzi cerca di meditare il più possibile; dunque le consegne di lavori che consentono di sopravvivere talvolta fanno slittare interventi che si hanno in punta di dita per alcuni giorni e si guarda febbrili all'orologio per trovare il tempo di buttarsi su una tastiera e scaricarci sopra la passione morale che si è ricavata dalla visione di simili essenziali montaggi di storie. Ma è sbagliato anteporre qualsiasi impegno quando l'emergenza viene da un genocidio: non posso più privilegiare il lavoro mentre da liste e notiziari provengono sollecitazioni e denunce, sarebbe vigliaccheria, tradimento; diserzione. Come se, abitando nei dintorni di Auschwitz, non si volesse vedere il fumo acre. Se questo pezzo può aiutare a smuovere una coscienza, anche solo la tua di lettore che sei capitato per caso, per fermare Sharon, il peggior tizzone d'inferno vomitato dal fanatismo fascista nel dopo guerra, allora è valsa la pena ritardare la consegna dei miei piccoli lavori.
In questo periodo in cui si rimane sgomenti, attoniti a rimirare tutto lo strapotere scatenato a imporre un nuovo ordine mondiale fondato sul terrorismo di stato e sul genocidio, viene da chiedersi dove sono finiti i giornalisti sempre pronti a pronunciare l'aggettivo "farneticante": com'è che non l'ho ancora sentito a proposito dei procalmi di Sharon o delle furbate del Nobel per la pace Peres?

Contingenza

Dove è finita quella insigne giornalista, pasionaria dell'occidente contro l'oscurantismo levantino: cos'è, le donne palestinesi sono meno femminili per lei di quelle sottomesse all'integralismo islamico, non considera forse che proprio i sionisti hanno infiltrato tra i laicissimi combattenti dell'Olp i mullah? e tutti gli inguaribili ingenui che si sono fatti abbindolare dai media che utilizzano macellai dei balcani per bombardare popolazioni civili inermi: dove sono andati a invocare l'irrinunciabile intervento del'occidente dinnanzi alla barbarie? dove si sono nascosti gli ipocriti pronti a credere ai burka bruciati? Cos'è: i palestinesi massacrati in massa, a decine al giorno sono diversi dalle fosse comuni kossovare, dai kuwaitiani, da quelli che abitavano le twin towers? dedicheranno più tempo a Raffaele Ciriello, assassinato da un carro armato israeliano pochi minuti fa per impedire di informare il mondo (l'ultima intervista rilasciata a radio 24: «È evidente la volontà di tenere lontana la stampa a quello che sta succedendo. Da una settimana sto cercando di seguire le operazioni militari e sistematicamente non ci riesco o faccio molta fatica»), rispetto a quello dedicato ai 30 morti quotidiani pescati nel mazzo delle donne, bambini, vecchi, malati, padri di famiglia (come quelli di tutte le Mona e Manar dei campi, sul cui destino ci commuoviamo di fronte alle immagini catturate da Mai Masri) palestinesi che da mesi vengono massacrati? i lacci di nylon ai polsi di rastrellati casualmente e in massa (dai 15 ai 60 anni era lo stesso ordine dei nazisti nelle nostre campagne e nelle città occupate), con numeri marchiati sulla pelle, giustiziati senza processo con i pantaloni calati, uguali alle vittime civili delle SS, e le cannonate che colpiscono volutamente le scuole, gli omicidi di medici perché non possano curare e i carri armati sulle ambulanze, sono forse bestialità che non urlano vendetta come lo sradicamento degli ulivi e lo schianto delle case rase al suolo, per evitare qualsiasi possibilità di immaginare una vita futura.
Semplicemente non rispettano più la convenzione di Ginevra perché possono fare ciò che Bush e i suoi centurioni consentono di fare, cioè tutto. Ci stanno dimostrando che l'equilibrio del mondo non esiste più e di conseguenza il diritto come lo conoscevamo (e già non era il massimo) è cancellato: ora c'è solo quello del più forte e gli altri - noi tutti! - siamo dei poveracci che devono solo obbedire e, se non di etnia opportuna, morire bombardati o naufraghi.

testimonianza 1

«Mi ribello alla politica della vendetta»
Dal Corriere della Sera
Manuela Dviri,
scrittrice israeliana

L'articolo della scrittrice israeliana Manuela Dviri apparso il 10 marzo 2002 sul Corriere della sera. Una presa di posizione che ha suscitato le pesanti critiche del rabbino capo di Roma.
Spesso mi chiedo come possa io, cittadina israeliana da trentatré anni, sionista dalla nascita, figlia di sionisti, madre di tre figli ebrei israeliani, di cui uno morto ventenne in servizio militare in Libano, come possa io dire che la politica del mio paese, guidato da Ariel Sharon, è una politica folle, suicida, e immorale; che nella sua sanguinosa inefficienza sta portando il paese all'autodistruzione. Come posso? Ecco, l'ho detto. E lo dico a voce alta.
Mi sento imprigionata in un marchingegno guidato da forze non controllabili, animalesche, violente e dannose a qualsiasi causa. Sono giorni in cui posso provare solo orrore e vergogna, e sento che stiamo andando incontro al punto di non ritorno. Mi vergogno delle atrocità fatte compiere ai nostri ragazzi in nome dell'amore per la patria, ho orrore del cinismo con cui viene usata la loro giovane età e la loro emotività ancora in formazione. Mi ribello alla politica della vendetta senza fine, e voglio urlarlo agli ebrei della diaspora, ai cittadini israeliani, all'Europa che ci guarda da vicino.
Quando penso agli ebrei della diaspora, penso a mio padre. Mai osò pensare, fino all'ultimo giorno della sua vita, di criticare Israele. E così è sempre stato per gli ebrei italiani e quelli della diaspora in genere, giustamente solidali con il paese nato dopo la Shoà, per permettere la continuità del popolo e della ricchissima cultura ebraica. Ma i tempi sono cambiati e, se ancora hanno a cuore il destino di Israele devono cominciare a porsi domande difficilissime. E' venuto il momento di decidere da che parte si sta: se si sta dalla parte degli ottimisti che credono possibile un futuro comune in Medio Oriente; o da quella di chi non crede in alcun futuro che non sia una vittoria inutile e arrogante, ottenuta tramite massacri e rivendicazioni.
Ricordiamoci che siamo riusciti, dopo l'orrore della Shoà, a stabilire normali rapporti con la Germania, che pure aveva commesso ciò che di più impensabile si poteva nei confronti di noi ebrei. E ciò dimostra che nulla è impossibile.
La diaspora dovrebbe ottenere da Israele di fare il suo dovere: continuare ad esistere, ma senza perdere la ricchezza dei suoi valori e l'apertura verso il mondo. Sto parlando di un'esistenza non solo fisica e geografica, ma anche morale e culturale. Altrimenti sarà catastrofe.
L'atteggiamento critico, faticoso sempre, è portatore di libertà: toglietevi, togliamoci dagli schemi stantii, dai sensi di colpa, dai pregiudizi della paura: si può continuare ad amare Israele anche senza accettare la politica del suo governo e gli atti ingiusti che sta compiendo, anzi combattendola con forza, aiutando chi cerca nuove strade.
E a noi che viviamo ogni giorno la realtà israeliana rimane sempre il pesante dovere di ribellarci, di scendere in piazza, di dimostrare, di parlare tra di noi e con i palestinesi ovunque sia possibile, e di tutelare i nostri giovani da atti che calpestano la loro dignità. Se non faremo questo continueremo a pagare di persona, senza nulla ottenere.
Speriamo che l'Europa, che si affaccia sul bacino Mediterraneo si faccia carico più incisivamente delle problematiche mediorientali senza dimenticare che il "Mare Nostrum" è piccolo e gli incendi sono troppo sensibili ai venti.
Né voglio dimenticare i palestinesi: i torti fatti da ambedue le parti sono tanti, ma stiamo mettendo in scena la stessa tragedia. Anche loro vivono, a mio avviso, in contraddizione con la loro leadership, e le conseguenze che pagano sono pesantissime. Mi auguro che l'atteggiamento critico, che pure fa parte della loro tradizione, riesca ad emergere più apertamente creando ponti di dialogo e non solo messaggi di disperazione. Dopo tutto viviamo nella stessa terra, beviamo la medesima acqua, godiamo dello stesso clima e per tante cose ci assomigliamo nel destino.

testimonianza 2

Betlemme, 11 marzo 2002
Cari Amici,
in questi ultimi quattro giorni ho iniziato tante volte a scrivere per dirvi che cosa sta succedendo qui. Ogni volta mi sembrava che fosse inutile. Voi avreste solo ascoltato e risposto, mentre chi ha il potere non avrebbe battuto ciglio.
Ma una cosa è quello che è successo negli ultimi quattro giorni, con la terza invasione di Betlemme e dei suoi tre campi profughi, e un'altra cosa è ciò che è accaduto questa mattina.
Durante tutta la notte del 10 marzo 2002, il campo profughi di Dheisheh ha subito l'attacco di carri armati, F16, elicotteri e soldati israeliani. Tutto questo ha portato, questa mattina, all'arresto di centinaia di giovani uomini che sono stati braccati come pecore da portare al macello. Questa mattina centinaia di giovani uomini sono stati radunati in uno stabilimento di lavorazione della pietra, vicino al campo profughi, occupato dai soldati israeliani. E' stato chiesto loro di togliersi gli abiti e quindi sono stati perquisiti, mentre le mani erano legate con fili di nylon e gli occhi coperti da centiniaia di pezzi di stoffa bianca preparati apposta per loro. Poi i soldati li hanno spinti in un'altra parte dello stabilimento. Queste scene sono state riprese da un cameraman e trasmesse da una televisione locale.
Questa mattina, dopo una lunga notte con il rombo di missili, bombe ed elicotteri, mi sono svegliata presto per vedere alla televisione molti dei miei amici del campo di Dheisheh che venivano portati al macello. Mi sembrava che mi esplodesse testa . Sono così arrabbiata, così furiosa per il trattamento inumano che i miei amici stanno subendo. E ancora non so che cosa succederà loro. Mi sento così impotente nel vedere i carri armati che li circondano e nel non poter far nulla per aiutarli. Ma sei io non posso, so che molti di voi possono. Per favore, urlate, manifestate, fate qualsiasi cosa possa servire per fermare questa ingiustizia. Fermate tutte queste brutalità. Gli Israeliani ci stanno facendo quello che i Nazisti fecero a loro.
Io non so per quanto tempo potremo resistere. Ma credetemi, la gente esploderà. E invece di una bomba suicida, ce ne saranno centinaia. Noi non possimao continuare a vedere i nostri parenti ed amici trattati in questo modo e limitarci a guardare.
Non è normale che i bambini siano svegliati dai boati dei missili, delle bombe e dei carri armati. Non è normale che i neonati muoiano con le loro madri perché non è stato loro permesso di raggiungere gli ospedali. Non è normale che i bambini muoiano mentre vanno a scuola e che i padri e i fratelli muoiano mentra vanno a lavorare.
Per favore, non ditemi di resistere e di sperare. Non credo di poter continuare a farlo. Noi siamo in guerra, che lo crediamo o meno.
Molti edifici dell'Università di Betlemme sono stati distrutti. La scuola Dar Al-Kalemah è stata occupata dai carri armati israeliani, così come il centro infantile Ibdaa del campo di Dheisheh e molte abitazioni. Le case di Beit Jala, Betellemme, Al-Khader, Al-Dohah e del campo di Aida sono state colpite da missili e carri. In quattro guiorni sono stati uccisi più di 70 Palestinesi in Cisgiordania e Gaza. Che cosa ci aspetta ora? Solo Dio sa che cosa gli Israeliani ci hanno preparato .....!
A tutti quelli che hanno ancora a cuore l'umanità, con affetto

Marina Barham - Inad Theatre - Beit Jala



testimonianza 3

Betlemme, 11 marzo 2002
By Muna Hamzeh*
Lunedi', 11 marzo 2002
Alle 6:30 del mattino i soldati israeliani hanno radunato tutti i maschi residenti nel Campo profughi di Dheisheh, di eta' compresa tra i 14 e i 50 anni, nel cortile di una fabbrica, all'estremita' occidentale del campo.
600 uomini sono cosi' ora detenuti. Sono stati tutti bendati ed ammanettati. Alcune cineprese di media occidentali sono riuscite a riprendere la scena.
La stazione TV locale ha trasmesso le immagini, e numerose famiglie hanno cosi' potuto vedere i loro cari ridotti in tali condizioni. I bambini in particolare sono stati traumatizzati dalle immagini dei loro padri o fratelli maggiori picchiati e maltrattati dai soldati.
I prigionieri vengono portati uno alla volta nella fabbrica ed interrogati su indicazione di collaborazionisti palestinesi mascherati che segnalano i membri della resistenza ai militari.
Questi sono i risultati di Oslo.
Le ultime notizie dal Campo dicono che gli uomini dovrebbero essere rilasciati dopo l'interrogatorio, ma solo dopo la fine delle perquisizioni casa per casa, che non sono ancora terminate.
Poco fa ho chiamato la mia amica Hourieh. "Stanno perquisendo a tre blocchi di distanza da casa mia. La mia sola speranza e' che arrivino prima che faccia buio. Tutto cio' che possiamo fare e' di aspettare il nostro turno".
Solo alle donne ed ai bambini e' permesso di rimanere in casa, e secondo quanto detto da una donna la cui casa e' stata setacciata quasi un'ora fa, i soldati rompono tutto cio' che trovano in casa: niente e' rimasto intero, tutto viene distrutto.
Circa tre ore fa il ministro della Difesa israeliano ha fatto una visita nel Campo. C'e' stato uno scambio di colpi d'arma da fuoco, ma ora tutto e' tranquillo.
L'intera popolazione civile di Dheisheh sta subendo tutto questo.
Le donne non sanno se i loro mariti torneranno a casa stasera o se verranno portati via. I 600 detenuti non hanno potuto mangiare o bere nulla nelle scorse 10 ore. Non si quanti di loro siano gia' stati portati altrove.
Ieri (domenica 10 marzo 2002), i soldati israeliani hanno distrutto quattro case del Campo con la dinamite; tutte appartenenti a famiglie che hanno perso qualcuno nell'Intifada. Ad un'altra famiglia e' stato notificato che la sua casa sara' distrutta oggi; e la contiguita' della abitazioni (che spesso condividono almeno un muro) comporta gravi danni anche alle case vicine in caso di esplosioni.
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* Muna Hamzeh e' nata a Gerusalemme, ha studiato in Giordania e negli Stati Uniti, e ha vissuto per piu' di 10 anni nel Campo di Dheisheh nella Cisgiordania Occupata. Ha collaborato con Ha'aretz, The Economist e Christian Science Monitor, ed e' autrice di "Profughi nella nostra Terra: cronache da un Campo profughi palestinese a Betlemme".














Il film mostra i ragazzini - ma non solo i giovani - palestinesi nella loro quotidiana precaria e disperata vita già prima dell'Olocausto ordito da nazisti semiti. Noi pensavamo che certe nazionalità non potessero essere affetti dal morbo del fascismo, che fosse una contraddizioni in termini, e invece...
La regista statunitense coglie e pone al centro il bisogno di riconoscersi tra uguali anche a distanza e il bisogno di uscire da una solitarietà che sembrerebbe impensabile nella dimensione del campo profugi, invece la comunicazione con persone che si sentono vicine scarseggia in condizioni di tanta precarietà: è di oggi la notizia che la sede di Ibdaa, un'associazione che diede vita al primo portale per la popolazione dei territori, è occupata dai militari ancora ottusamente fedeli al macellaio Sharon. Le ragazze non potranno scambiarsi notizie, se sono vive.
Il film prosegue la saga rigorosa nella documentazione asciutta nei forti sentimenti dei due precedenti Children of Shatila (1998), sul precedete massacro ordito da Sharon, e Children of Fire (1990), dove sono intervistati-protagonisti-operatori ragazzi che probabilmente oggi sono tra i rastrellati: i ragazzi "crescono", la loro consapevolezza stona con la serenità della loro capacità di affrontare la vita da "normali" orfani di genocidio in atto dal 1948 e la scelta delle due ragazze seguite alternativamente ribadisce con forza la realtà, mantenendo il tono affabulante, il mondo descritto appare quasi meditato per la capacità di restituire tutti i drammi e soprattutto il male di vivere in una situazione tanto precaria nelle condizioni normali, che appaiono già gradualmente svanire nel finale del film con lo scatenarsi dell'intifada. Eppure allo scorcio commentativo si sovrappone con senso del ritmo giusto di montaggio la descrizione del quotidiano e dell'attesa delle notizie via internet.
Infatti il film ha seguito gli eventi che si sono affacciati alla storia del popolo palestinese all'incirca iniziando la lavorazione nel sud del Libano quando l'esercito israeliano si ritirò nei suoi confini, permettendo quelle immagini ancora solcate da un filo spinato che divideva persone appartenenti alla medesima famiglia che stentavano a riconoscersi, quando per ragioni anagrafiche non si poteva riconoscere affatto; eppure quella forte connotazione storica svanisce di fronte alle piccole storie quotidiane dei ragazzi: non la Storia emoziona, ma il suo racconto che recupera la dimensione individuale.
Ma ancora più emblematicamente il film si apre su una cartina, perché tutto nasce dal fatto che qualcuno ha occupato abusivamente territori, che non sono più terreno da lavorare e occupare con propri rifugi e beni, l'usurpazione è già contenuta in quella cartina di territori a macchia di leopardo che una traccia fatta a mano unisce in un ideale viaggio realizzato in modo che non rimangano sul pezzo di carta senza significato, infatti nel momento in cui si animano attraverso le telecamere del gruppo di ragazzi, che riuscivano ancora - poco più di un anno fa - a muoversi nei territori, diventano testimonianze di soprusi, assassini datati più di 50 anni in nome di qualche presunta democrazia oggi ripetuta nel suo orrore; magari anche solo attraverso anfratti di rovine diroccate ("Guarda che belle pietre", dice lo sfollato mai più ritornato nella sua casa), abbandonate per effetto della persecuzione, che non ha bisogno di immagini d'archivio: è sufficiente la memoria del nonno che indica gli anfratti rammemorandone la funzione, evocando il suo giaciglio ("Qui stendevo la mia coperta"). Drammi della diaspora (altro elemento sempre sotteso al paratesto), che troveà esplicitazone in una delle due che, stufa, prende l'aereo e vola a Londra.
Non per questo le ragazze riescono a diventare "uccelli" come sperano all'inizio del film-documento (nasce come reale urgenza comunicativa tra i protagonisti lontani, prosegue inventando situazioni cinematografiche, che però sono reali episodi storici, escogita un documentario nel film, narrato dall'esterno, ma con le immagini della "documentazione" dei luoghi, che sono memeoria, si conclude su una reale partenza di una delle due, nuova alba di un prossimo film della serie, che coincide con la nuova intifada), anzi quella rinuncia tarpa le loro ali e i legami, e nemmeno si rifugiano "a vivere in una lanterna magica". Invece l'immersione nel mondo dei campi profughi a cui assistiamo è un'allucinazione che ci permette di immaginare lo scorcio all'interno del quale si sta consumando la Shoa palestinese, la quale era già annunciata nel passato dei ricordi verbali, nelle inquadrature che, sfruttando le molte sbarre, provocano un effetto carcerario per il mondo di Mona e Manar, rinchiudendolo e comprimendolo nella prospettiva negata dell'esilio di due ragazzine di oggi che sono proscritte dal 1948 (40 anni prima della loro nascita), il loro dna è profugo: infatti nel finale commentando l'ennesima tappa diuna diaspora atroce, uno dei pochi commenti della regista è improntato a sottolineare l'aspetto doloroso dell'allontanamento, della distanza, della separazione dal proprio paesaggio. Dalla propria casa. La deportazione.
Ma non ci si arriva senza una lunga preparazione, un percorso delineato chiaramente dal montaggio del film, nel quale le tappe essenziali rimarcano il distacco, dapprima dei profughi "libanesi" che non possono nemmeno visitare i luoghi di origine - e questo li assimila al nostro sguardo che perlustra i villaggi resi fantasma dal massacro del1948 insieme a quello dei giovani corrispondenti ancora abitanti in Cisgiordania, a Dheisha - e poi di chi non può reggere una nuova intifada, la proclamazione della quale coincide con la conclusione delle riprese del film.
Nella carrellata di immagini abbiamo mescolato quelle della allucinante realtà a quelle del film: la fiction, nel momento più allegro a ridosso di un filo spinato che continua a dividere affetti paradossalmente è meno irreale e fuori dal tempo - benché perfettamente immerso nella storia millenaria di stragi che costituisce la Storia - persino quando apre sipari su infiniti mondi di solitudini sempre diverse, ma omologate dal grigiore delle case dei profughi: trova spazio un unico breve accenno di sconforto (come riferisce Alia Arasoughly: «Tutti hanno perso qualche familiare e non possono neanche piangere. Quando qualcuno ha pianto davanti alla camera, ha detto "cut". Con questo film volevo dire che ognuna di loro vuole fare una vita normale, vivere è già una lotta» - il manifesto, 12 marzo 2002) quando nel film di Mai Masri si inserisce l'amica scrittrice, la cui sensibilità sembra non poter venire colmata dalle parole scritte, sicuramente non dalle prospettive degli angoli del campo profughi: il suo abbandono è ancora più lancinante: a quello degli affetti e della terra si somma la famiglia distrutta dala morte del padre e la fuga della madre. Probabilmente la sua scrittura non vorrebbe recuperare la memoria, ma la ricostruzione è un principio irrinunciabile e allora le testimonianze si fanno incalzanti sull'onda della consapevolezza che nei campi - già in condizioni "normali" - non esistono diritti: un esercito occupante revoca in qualsiasi minuto la sia pur minima condizione di dignità umana, perciò la telecamera indugia maggiormente nel campo nei pressi di Betlemme, rispetto a quello storico di Shatila. L'abbandono si ammanta di disperazione nel futuro, che non riserva nulla e dunque i ragazzi si chiedono a che pro studiare. Da questo sconforto nasce l'impulso di organizzare il tour delle città di provenienza alla ricerca delle radici per produrre le cassette da spedire agli amici
«Non ho un paese. Sono una profuga ovunque vada»
La frase finale riassume l'ordito intessuto dalla sapiente tessitura del film: tutta quella serie di abbandoni (familiari morti, case, angoli in cui rifugiarsi, ... nazione) si coagulano in un unica sensazione di carcere fatto di mancanze, tutte derivanti dallo stato di apolide vagabondaggio privo di meta, non potendo dirigersi verso quella unica che si vorrebbe liberare insieme a quelli con cui si sono intrattenuti rapporti sulla base di identità culturale, rimasta forte nonostante la lontananza e la persecuzione cinquantennale. E questo non può che condurre a quell'altro tema essenziale: il legame forte con il 1948: la catastrofe. Quello è lo spirito che aleggia per tutto il film imprendibile e sempre presente: la ferita irrimarginata e non cicatrizzabile che si trasforma visivamente in griglie attraverso le quali vedere il mondo esterno, fili spinati su cui graffiarsi per stringere le mani dei parenti bloccati dall'altro lato, incipit di lettere elettroniche rinviate da un lato all'altro dlela Palestina, angosciante fico d'india che spadroneggia all'ingresso di quello che era un villaggio, le cui rovine duplicate dalla telecamera con il commento estemporaneo del giovane vanno a raddoppiare le sbarre della cella virtuale fatta di abbandoni, assenze, solitudini, lontananza, documenti distrutti - negandosi così anche l'identità - e struggimento fino alla fine del film quando compaiono le fionde, le pietre e i primi funerali, che ora è prigione reale, adesso che Sharon ha deciso per lo sterminio e la deportazione di tutti i palestinesi. Nel nostro silenzio complice di abitanti di Auschwitz.
(la radio sta riportando la notizia che su proposta statunitense l'Onu ha preso una risoluzione di prevedere nello stesso territorio l'esistenza di due Stati: farà la fine delle altre risoluzioni stracciate dai carri armati con la stella di Davide? Eppure è quello il sogno ricorrente nei titoli dei film di Mai Masri, che con il marito, Jean Khalil Chamoun, nel 1992 aveva realizzato Suspended Dreams).

Da "Sabra Chatila - storia fotografica di un genocidio", prefazione di Emo Egoli, casa editrice Roberto Napoleone srl, Roma 1984
"La verità è stata distorta, falsificata, violata, torturata e uccisa. Dobbiamo squarciare il velo di menzogne steso dai criminali e dai loro complici. Le autorità israeliane, tentando di giustificare le loro azioni con le ‘esigenze di guerra' hanno usato tutti i mezzi possibili per nascondere gli orrori da esse commessi." Joseph Algazy - Segretario della Lega Israeliana per i Diritti Umani e Civili

MORTO IN PIENA COSCIENZA, di Samih Al Kassem
Quando l'aratro straniero
lacera, o mia terra,
la tua carne violata,
è dalla mia carne che sgorga il sangue.
Le cose svaniscono
nella nebbia
e le lacrime nascono
nella lingua
dei segreti e del miracolo.
La spada di luce si è levata dalla mia fronte
e l'acqua dei fiumi è sgorgata dalle mie dita.
La mia nazionalità?
Il cuore di tutti gli uomini.
Toglietemi un po' questo passaporto!


"Arrivarono dalle montagne in trenta pesanti camion. All'inizio, giovedì notte, uccidevano con i coltelli. Poi intervennero i fucilieri, entrando nelle case, sparando a uomini, donne e bambini."
Associated Press del 21 settembre 1982

"Alle 16 di venerdì, il massacro durava ormai da 19 ore. Gli israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi."
David lamb, The Los Angeles Times del 23 settembre 1982


TESTAMENTO, di Samih Al Kassem

Se mi uccidono
appoggiatemi a una roccia,
il viso rivolto al vento,
ch'io muoia
sotto le nubi della sera,
nell'erba del mattino.
Se muoio nel mio letto,
mettetemi nudo sulla terra,
su una collina del mio paese,
e che l'oblio mi liberi
o ricordatevi di me,
durante le vostre feste più belle.


"La scena nel campo di Chatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti – dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 – raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche."
Loren Jankins, Washington Post del 20 settembre 1982


ADDIO, di Mahmoud Darwish

Addio!
E i venti ti dicevano:
difendete la terra,
perché noi siamo esiliati
e passano le stagioni sulle nostre labbra.
Se il tuo silenzio fosse di fuoco
Mi immergerei in esso,
per sognare il giorno in cui
dalle mie ceneri sorgeranno
gli alberi, la fonte e il portico
della nostra via.
Nelle strade incupite dalla pioggia,
sui tavoli, testimonio infedele,
il bucato della casa,
ogni finestra inquadra l'azzurro
e nei parchi, verdi trecce
corteggiano la luna,
e tu mi dicevi - Domani
ritorneremo nella nostra terra,
domani!
Addio!
I venti ci dicevano:
- Eccovi amanti -
Ma noi siamo esiliati
e vicini alla morte
perché siamo lontani dalla patria.


"Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento… Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo… L'odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore"
Elaine Carey, Daily Mail del 20 settembre 1982


NEVE SULLE TERRE OCCUPATE, di Tawfiq Zayyad

Che cosa può uccidere la decisione
In un popolo che combatte?
Sulla mia patria - anche se l'hanno dimenticato <
sono passati mille aggressori
poi si sono sciolti
come la neve.
Tutti.


A TE PALESTINA RITORNEREMO, Anonimo

Di palmo in palmo ritorneremo.
Ritorneremo intrecciando l'alloro.
Ritorneremo portando il fuoco.
Con tenacia ed insistenza.
Siamo un vulcano terribile.
Ritorneremo da te con una lotta ininterrotta.
Una fila di noi cadrà.
Una fila avanzerà.
E la lotta continuerà

Il film su Effetto Notte OnLine