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The Strawberry Statement - Fragole e sangue
Anno: 1970
Regista: Stuart Hagmann;
Autore Recensione: adriano boano
Provenienza: Usa;
Data inserimento nel database: 05-08-2001


The Strawberry Statement - Fragole e sangue

 

regia
Stuart Hagmann

sceneggiatura
Israel Horovitz
dal libro omonimo di
James Kunen
produzione:
Irwin Winkler - Robert Chartoff provenienza: Usa
anno: 1970
durata: 109'
distribuzione: Metro Goldwyn Mayer (Home video: l'Unità)

"Dirgli che abbiamo un'opinione nostra è come dirgli che ci piacciono le fragole"

The Strawberry Statement

Fragole e sangue


interpreti:
Bruce Davison
Kim Darby
James Coco

 

 




All we're saying, give peace a chance

Rivedere The Strawberry Statement a distanza di più di venticinque anni dalla prima visione e in una occasione così caratterizzata dai revenant polizieschi fa affiorare diversi stati d'animo. Da un lato è un tuffo nella maniera cinematografica dei primi anni Settanta, così intenta ad attirare l'attenzione con orpelli (l'ossessione per i fili spinati, le grate attraverso le quali con pesanti metafore si vuole mediare il messaggio di reclusione: vere "zone rosse" che costellano tutta la realtà) ed espedienti, quali risultano gli zoom ripetuti e martellanti come una pompa regolata sui ritmi cardiaci o la pletora di plongée su situazioni molto coreografiche (in fondo il musical avrebbe funzionato in quegli anni anche da proselitismo: si pensi a Hair) che servono a preparare lo splendido gran finale cadenzato su Give peace a chance, ritmato dai ragazzi disposti in cerchi concentrici a formare un commovente arazzo umano in attesa dell'irruzione (avete ascoltato gli ultimi minuti di Radiogap?) e della mattanza poliziesca (forse gli "eroi" che hanno massacrato le persone inermi che dormivano nelle scuole Diaz e Pertini di Genova si sono studiati questo vecchio film per farne un remake pensando di fare cosa gradita al Movimento in gestazione):

si tratta di un compendio di possibili modi di sensibilizzazione che presumibilmente non funzionano più e risultano anzi fastidiosi, come le innumerevoli sospensioni per fare spazio alle canzoni che sarebbero diventate "must" rivoluzionari e che servivano per attirare pubblico di fan in adorazione delle belle immagini innocue che facevano da commento alle canzoni dell'occupazione (Buffy Saint-Marie, Pete Townsend, Helpless di Young...). Però un discorso a parte meritano le innumerevoli riprese circolari che portano all'esasperazione il movimento della panoramica fino addirittura a usare la sovrimpressione di due panoramiche uguali su una costruzione circolare orientate in direzioni opposte a creare quasi uno zootropio, strumento poi mostrato in movimento nel finale quasi a mostrare la componente ludica e contemporaneamente la volontà di uscire dal circolo vizioso - la giostra centrifuga su cui salgono - nel quale si sentono costretti i ragazzi ribelli di San Francisco alla fine degli anni Sessanta; e anche alla fine del film, la disposizione a cerchi concentrici assalita dalla polizia con caschi e maschere antigas potrebbe venire sovrapposta in un blob coraggioso alle sequenze di Genova: non ci sarebbe soluzione di continuità.



Il presidente del consiglio di amministrazione della SocietÓ per l'energia Ŕ anche nel consiglio di amministrazione dell'universitÓ. E' il capitalismo

Dall'altro lato le icone - quelle desuete come Bob Kennedy o Mao e quelle evergreen come il Che che assistono dai muri dell'università occupata - e le parole d'ordine, gli slogan, il simbolo di ogni male (Nixon pre-Watergate significa anche Kissinger, grande elettore, testimonial di Ruggiero ministro degli esteri attuale per conto della Fiat); le ingenue spiegazioni di quel che sta succedendo, che matureranno con la repressione; i comizi per niente camuffati, anzi sottolineati come tali per dare una linea e anche talvolta insinuare il dubbio del dogmatismo e dei danni del leaderismo. Per quest'ultimo aspetto la sensibilità rivoluzionaria di allora bollò come revisionista il film: forse adesso bisognerà tenerne conto quando qualcuno cercherà di manovrare il Movimento proponendosi come guida. Sicuramente ha una patina di distanza temporale la sequenza iniziale caratterizzata da maglie di reti, ordini fascistoidi sull'equipaggio della canoa cadenzati dall'allenatore-aguzzino, che prelude al cameratismo tra canottieri, inseguimento del protagonista lungo il suo percorso quotidiano, collocazione temporale attraverso trasmissioni radiofoniche che fanno nomi, narrano di rapine lisergiche a Sausalito e guerra in Vietnam; tutto molto datato ma ancora oggi non certamente tedioso (rischio rifuggito programmaticamente attraverso le trovate tecniche e anche allusioni dirette che stemperano l'atmosfera: "Ma la Comune parigina era così noiosa?"), mentre è ancora attualissima la martellante performance da teatro di strada (facevano qualcosa di diverso i compagni austriaci, compagnia di teatro presente a Genova ancora in galera adesso?), in cui si accumulavano tutti i dover essere del ragazzo non ancora consapevole né tantomeno ribelle; altrettanto potente il confronto tra Simon non ancora inserito nel Movimento e il figlio di borghese che si crede reazionario e fascista - diventerà uno dei più attivi compagni - il contatto tra loro si gioca sulla ripresa dal basso e sulle battute che sembrano inventate da uno degli sceneggiatori degli interventi televisivi di Berlusconi, infarciti di "Komunisti" e "sovversivi" e "pericolo rosso". Un repertorio che si pensava superato già allora e invece la battuta del giovane fascista potrebbe fare da corollario alle imprese dei nostri sbirri che ricordano la loro bravata con T-shirt commemorative del loro servizio alla società: "Radical negri estremisti di sinistra, potenziali mafiosi. Li bastonerei fino a fargli sputare sangue. Tutti komunisti". Risulta un po' improbabile la conversione di George da fervente forzanovista a compagno disposto a farsi massacrare dai suoi ex camerati, ma fa parte delle ingenuità per cui il film fu amato da chi con candore si chiedeva: "Cerchi di fare qualcosa e tutti se ne fregano, con gli sbirri che pestano i manifestanti mentre dovrebbero pestare i guerrafondai. Sarà la guerra non perché sia inevitabile ma perché voi l'avete scatenata". Non è una dichiarazione di Luca Casarini, ma una battuta del film del 1970.



Ma quante riprese sembrano girate adesso, risultano persino premonitrici: le innumerevoli panoramiche, magari introdotte dalla cinepresa in mano al protagonista non ancora militante e già impegnato a documentare l'arroganza poliziesca con il suo eterno sorriso ironico - estremo invito a comunicare e interpretare attraverso le immagini catturate al di fuori dai circuiti ufficiali ("Quelli che hanno in mano la stampa, la radio e il cinema sono gli stessi che possiedono l'università, che produce metodi di oppressione umana attraverso i finanziamenti della Cia"), ma anche denunce di consigli di amministrazioni composti da amici e oligarchie e accenni a creazioni di controinformazione alternativa (solo abbozzata). Non è un caso che Simon entri nell'università occupata con la cinepresa in mano e sia subito fatto oggetto di minacce e provocazioni da parte di uno sbirro, che controlla gli accessi. Altrettanto attuale l'atteggiamento del commerciante, che si finge impaurito con le mani alzate anche se non minacciato, in modo da ottenere i soldi dell'assicurazione, criminalizzando i giovani che volevano fare la spesa nel suo negozio e si sono ritrovati a ricevere merce che sarebbe diventata refurtiva per l'opinione pubblica (a Genova mi è successa una cosa simile: in un minimarket a fine corteo abbiamo cercato di comprare acqua e birra: il proprietario, pur di non rischiare saccheggi improbabili, ci attendeva fuori con carrelli colmi di beveraggi per i quali - terrorizzato dai pericolosi sovversivi - non volle alcun compenso in cambio. Anche la mia birra sarà parte dei miliardi sbandierati dal governo come rimborso?).


Si annotano poi con piacere le molte invenzioni registiche che rendono unico il film cult e danno ad ogni Movimento stroncato dalla brutalità poliziesca quell'alone di creatività vilipesa, di condivisibile gusto per la vita soffocato dall'oscurantismo reazionario: da quelle che connotano il personaggio di Simon, sbarazzino giovane con cilindro, ai giochi stimolanti sulla presenza delle ragazze, con episodi piccanti (mai boccacceschi, nemmeno nel caso del pompino all'eroe sostituito dal ciclostile in moto perpetuo); per non dire della sequenza in cui conquistano la zona rossa buttando giù le recinzioni come in una festa senza violenza (ma spogliando i poliziotti), contrappuntata dal leader nero che acutamente sentenzia riferito alla cultura statunitense: "La violenza è parte della nostra cultura come il chewing gum"; infatti subito dopo li ritroviamo con le mani contro il muro in una caserma, arrestati - e di nuovo scattano i richiami alla storia contemporanea. Eppure Simon riesce sempre a vedere il lato comico, tanto che la giovane militante gli imputa la mancanza di serietà: "La tua università uccide gente e tu stai in una squadra di rematori. Se vuoi remare in una barca, rema: non è concreto, è un gioco; la protesta è concreta", recuperando la metafora della barca, ma arricchendola di connivenze con la convenzionalità qualunquista che preferisce non vedere che un mondo diverso è possibile: "Questo paese una volta sognava che tutto doveva essere diverso e adesso sta a guardare". Invece noi alla fine sentiamo di nuovo il bisogno di muoverci "per dare prova che siamo vivi".