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The beach
Anno: 2000
Regista: Danny Boyle;
Autore Recensione: Luca Bandirali
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 29-02-2000


<THE beach>, la spiaggia:

The beach (la spiaggia) è un film che si esaurisce nell’illustrazione del titolo; il titolo, a sua volta, rinvia ad un concetto di piacere dello sguardo che ha molto a che fare con il post-turismo di massa dei parchi tematici. Non a caso l’iconografia cui fanno riferimento il regista Danny Boyle (Trainspotting) e il direttore della fotografia Darius Kondhji (Seven) deriva in buona parte dalle immagini pubblicitarie dei viaggi organizzati. L’interpretazione del simbolo ci conduce lontano (più lontano, forse, dei personaggi del film): e se Andrea Caramanna ravvisa delle analogie fra questa spiaggia e quella altrettanto metaforica vista in Contact di Zemeckis, a noi pare che si possa azzardare qualunque parentela filosofica, dal ricettacolo platonico del Timeo fino alla celebre canzone di Piero Focaccia. In qualche modo The beach stimola il gioco ermeneutico, ma proprio come fatto ludico, sganciato dal problema linguistico: vediamo perché.

Il racconto prende le mosse dal viaggio iniziatico del giovane Richard (Leonardo Di Caprio) che dal caos metropolitano di una città tailandese muove verso l’isolamento mistico di una spiaggia fuori d’ogni rotta o cartina geografica. Lo spostamento vorrebbe tradursi in una ricerca di autenticità: facciamo notare però che le immagini di quest’isola che non c’è non realizzano affatto un altrove, un luogo di qualità differente. Né lo realizzano i componenti della comunità tardo-hippie che abita la spaggia, persi nella pratica del tipico riduzionismo spirituale New-Age di cui il film è un po’ il manifesto. Boyle limita al minimo l’uso della soggettiva "interiore" (che viene buona al momento della follia del protagonista), e imposta una trama di riprese aeree che schiacciano i personaggi sulla superficie terrestre. Con la materia sociologica di The beach ci si potrebbe intrattenere per pagine e pagine (basterebbe andare a rileggersi Lo sguardo del turista di John Urry, ove si analizzano le forme di sguardo socialmente organizzato e sistematizzato, e la vacanza come esperienza postmoderna): ma abbiamo l’impressione che la cifra stilistica del film sia nell’essere uno "scult" nel senso che al termine attribuisce il suo inventore Marcello Garofalo, abile critico in forza a Segnocinema. Lo "scult" è un oggetto cinematograficamente inessenziale, con caratteristiche precise entro le quali cercheremo di ricondurre il film in questione.

Scult è un "oggetto-cinema fuori catalogo che disorienta, inebria e avvilisce insieme e che diventa, suo malgrado, una cosa paradossale". Qui ci siamo: The beach disorienta con le contraddizioni formali, inebria con la paccottiglia mistica (siamo dalle parti del Luogo, il paradiso degli hipsters descritto in uno dei romanzi più importanti del decennio, Le particelle elementari di Michel Houellebecq), avvilisce per la stasi narrativa, per gli indigesti brandelli di metacinema (Il cacciatore) e per la prova d’attore del divo-bamboccio (col suo ignobile agitare di mani, e una delle camminate più comiche viste al cinema negli ultimi anni).

Scult è "il puro piacere dello sperpero", affiancato ad una sensazione di disagio crescente: The beach accumula momenti di sperpero che hanno del clamoroso. Uno per tutti, lo zoom out (più virtuale che virtuosistico) dalla spiaggia dei desideri fino al cielo, attraverso le nuvole.

Dice ancora Garofalo: "L’opera contenga almeno due sequenze che provochino uno o più sbandamenti al suo interno, nonché due minuti di agonia-cinema". Qui c’è persino troppa carne al fuoco. Scegliamo, perché maginale, la sequenza dell’incontro in corridoio fra Richard-Di Caprio e la donna di servizio dell’albergo che lava la parete con lo spazzolone, quando lui l’avverte della pericolosità degli sfrigolii elettrici: l’ultima inquadratura del sintagma-scena, con il controcampo della donna di servizio improvvisamente e "misteriosamente" vuoto, ha il sapore delle sparizioni "artigianali" nel cinema di Melies. La seconda sequenza potrebbe essere quella in cui Richard-Di Caprio sottrae la bandana al contadino-guerrigliero tailandese e l’indossa al modo di De Niro nel già citato Cacciatore (al cui immaginario si riferisce pure la sequenza dell’irruzione dei contadini incazzati nella tenda degli hippies, quando il capo toglie tutti i proiettili - meno uno - dalla pistola che affida a Tilda Swinton).

E i due minuti di agonia-cinema altro non sono che l’incontro metafisico di Richard-Di Caprio con Daffy-Robert Carlyle (straordinariamente simile allo psicopatico interpretato in 007, quasi si fosse recato sul set di The beach nei ritagli di tempo, col trucco di scena del film di Bond): sangue ovunque, visioni, delirio…

Per concludere (e non tediare troppo il lettore con questo subdolo esercizio di analisi), la definizione di scult comprende un tratto distintivo che trova in The beach un’insperata reificazione: "Lo spettacolo offerto sia in qualche modo attraversato da un segno forte di impostura nella costruzione dell’immaginario e propositivo di un’esistenza-cinema mai necessaria".

L’impostura è l’essenza del film, che spaccia costantemente un’idea di "liberazione" dell’individuo innocua (per il sistema) e perniciosa (per l’individuo), nella sua riduzione a entità piacevolmente insensibile: le numerose scene-madri sottolineate da un enfatizzato stato di alterazione da marijuana sono l’indice di questo posticcio immaginario sciamanico. Ben altro erano le visioni lisergiche di Johnny Depp in Paura e delirio a Las Vegas.

Né A-movie (leggi kolossal), né B né Z-movie: incatalogabile (se non come scult), inessenziale. Questo risulta essere (fieramente) The beach. Del suo regista Danny Boyle, al quarto film, si potrebbe dire altrettanto.

 

Luca Bandirali

 

una bibliografia minima, per i curiosi:

 

sul film.

- Andrea Caramanna, The beach, su reVision [in particolare il passaggio ove si parla di "Esperienza esotica ed esoterica, considerando la doppia significazione del prefisso eso rispettivamente "fuori" e "dentro". ]

 

sul post-turismo.

  • John Urry, Lo sguardo del turista, Edizioni Seam, 1995
  • Marc Augé, Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, 1999

[in particolare il secondo capitolo, dedicato alla località balneare francese Saint-Marc-sur-Mer, immortalata fra l’altro in un film di Jacques Tati]

  • Michel Houellebecq, Le particelle elementari, Bompiani, 1999

[in particolare la Parte Seconda, intitolata "Momenti strani", in cui si descrive la fauna umana che popola il Luogo del Cambiamento, "creato nel 1975 da un gruppo di ex-sessantottardi in una grande pineta di appartenente ai genitori di uno di loro, poco a sud di Cholet. Il progetto, fortemente intriso di quegli ideali libertari in voga all’inizio degli anni Settanta, consisteva nel mettere in atto un’utopia concreta, vale a dire un luogo ove sforzarsi, qui e subito, di vivere secondo i principi dell’autogestione, del rispetto per la libertà individuale e per la democrazia diretta."]

 

sul concetto di scult.

- si può fare riferimento alla rubrica Scult Movie che Marcello Garofalo realizza su Segnocinema da diversi anni, e in particolare al suo intervento sul n.90 (1998), dal titolo Decalogo "Scult", al quale ci siamo riferiti nell’ambito della nostra (semiseria) disamina.