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Romy and Michele's high school reunion
Anno: 1997
Regista: David Mirkin;
Autore Recensione: Adriano Boano
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 08-07-1998


David Mirkin

Romy & Michele's high school reunion

Regia: David Mirkin
Cast: Lisa Kudrow, Mira Sorvino, Janeane Garofalo
Formato: 35 mm.
Produzione: Laurence Mark, Touchstone
Distribuzione: Buena Vista
Durata: troppo
Provenienza: USA
Anno: 1997


Nel cinema trash non firmato da personalità geniali come John Waters si fa fatica a discriminare la componente volontaria dalla reale vacuità dell´operazione. Nel caso di questa commedia, azzerando il fastidio del doppiaggio, si può apprezzare il modo in cui le ragazze riescono a mantenere la presenza sullo schermo senza affogare nella insipienza delle situazioni già più volte portate sullo schermo dall´industria cinematografica statunitense in modo più o meno faceto.
Nel film di David Mirkin si rileva un intento ironico, che rimane nelle intenzioni e dovrebbe come sempre evidenziare l´imbecillità dell´american way of life, ma la stanchezza di uno sguardo stufo di vedere sempre gli stessi rituali rappresentati con velleità più o meno apologetiche o eversive ammanta di una patina di noia la visione; pure l´analisi del risultato lascia intravedere scarni motivi di interesse derivanti da situazioni stantie, condotte talvolta con bravura, ma ripetitive fino alla saturazione. Ne è un esempio esasperato il duplice finale proposto con poche differenze in chiave onirica e in quella che si fa fatica a considerare reale, sono incollate una di seguito all´altra, in modo che lo spettatore teme di vivere un incubo ripetitivo da cui non sa se riuscirà più a uscire.

Ogni film si dice che è un caso particolare, ma il sotto-genere scolastico appartenente al filone trash post-demenziale può essere affrontato generalizzando: qui i topoi sono immancabilmente gli stessi e vengono riproposti con riprese uguali, le medesime situazioni si rincorrono lungo i soliti fondali riciclati, persino identici a tanti altri sono i titoli di testa di gusto pop a scatto singolo su dettagli macro di vestiti, che saranno il tormentone di tutto il film, a testimoniare anche in sede di sceneggiatura della superficialità della proposta, anche qualora la si volesse intendere come stigmatizzazione della società californiana.
Il riferimento d´obbligo è Pretty Woman subito fatta oggetto di una approfondita analisi testuale alla fine della quale si comprendono esattamente le abilità di astrazione delle due cenerentole, che riescono a cogliere la tristezza della loro condizione, specchiandosi nella donna del film di Garry Marshall. Esse stesse introducono una facile prolessi mantenuta per l´intera seconda parte del racconto sullo spirito di rivalsa che anima tutti i personaggi, invariabilmente frustrati dal confronto con gli altri, contemporaneamente però veniamo messi a parte della bonarietà delle intenzioni dell´operazione e dunque della scarsa importanza dei personaggi ridotti a cliché, da cui deriva una banalizzazione dei temi affrontati, che, lungi dal criticare fieramente, arriva ad una soluzione fiabesca e consolatoria; ad ognuno il suo happy end, tranne ovviamente per la strega di turno alla quale il destino riserva un´improponibile normalità falsa, ormai insopportabile persino per un americano e utile per mediare il concetto di nemesi che tanto sta a cuore al regista.

Il rapporto tra le due potrebbe dare adito a sospetti di lesbismo e dunque furbescamente si affronta l´argomento scabroso disinnescandolo in modo politically correct nel primo quarto d´ora, quando si assommano una pletora di informazioni, che assediano il povero spettatore ormai consapevole che ogni sequenza è pleonastica. Poi tutto affidato alla indiscutibile bravura di Mira Sorvino e Lisa Kudrow, che riescono a rivitalizzare persino la classica rivisitazione dell´album di foto, pretesto (volutamente?) evidente per riassumere il periodo liceale e introdurre la debolissima trama che sfrutta l´occasione di una rimpatriata per mostrare lo stato d´animo universalmente provato di fronte allo squallore di rivivere, rivedere e confrontarsi con i propri ex compagni di scuola (¨Al liceo tutti rovinano la vita a tutti¨ è una delle battute più riuscite, ancorché banale).

Il metodo usato per mantenersi molto al di qua delle operazioni di Joe Dante o del primo Landis, che palesavano l´atteggiamento critico senza remissione, pur confezionando alcuni siparietti gustosi per comica freschezza, è quello del minimo, seppur evidente, scarto da quella che sarebbe la sceneggiatura di un telefilm, che offre alle ragazze la possibilità di svincolarsi brevemente dallo schematismo del testo, il quale prevede una struttura ferrea tanto marcata che si notano le cesure tra il tono scanzonato delle brevissime intrusioni di estro (ad esempio l´atmosfera che si fa cupamente triste alla rievocazione dell´adolescenza, la scopata simulata o la ossessiva ricerca di un principe azzurro persino presso gli alcolisti anonimi) e l´espressione del mestiere che prevede tutte le risapute sfaccettature di ragazze che devono comunque rimanere fedeli allo stereotipo della commessa, abili in economia domestica.
Altro elemento ricorrente è l´uso capillare della prolessi: la ex compagna intelligente e quindi poco socievole inventa un prodotto legato alla sua ossessione (la velocità richiesta dal ritmo di vita al consumo della sigaretta), quella che già si era lasciata sfuggire un commento bonario verso la creatività nella fattura dei vestiti delle due bistrattate eroine diverrà caporedattrice di Vogue e nuovamente ripeterà il giudizio dall´alto di ben altra autorevolezza, ottenendo inoltre di sottolineare il credo liberista nell´individuo e nel suo valore legato al successo e al denaro. Sotto questo aspetto l´atteggiamento è ambiguo: tanto smaccata esaltazione della ricchezza non può essere reale, ma troppo blanda ed innocua è la critica che difficilmente può intaccare le menti ormai bacate dalla lettura di Grand´Hotel del target di spettatori di questa operazione.
Tutto è immerso in una colonna sonora poco sofisticata e tesa a restituire i sapori di un´epoca già di per sè fatta di apparenza vuota come gli anni ottanta, ovattati da Time after time e Dance di Bowie; il dubbio è che su menti vergini possa far breccia maggiormente la favola laccata di lustrini e simulacri più della bonaria recrudescenza anti snob certamente poco aiutata dallo spirito del tempo evocato per trasporre le funzioni strutturaliste della fiaba: il decennio più squallido del secolo, popolato da macchine desideranti null´altro se non ciò che è proposto da Vogue, non regge il moralismo didascalico della favole e restituisce solo l'incanto vacuo del sogno mieloso.
Battuta da ricordare assegnata alla intelligente ovviamente brutta: ¨Questo vestito esacerba la tragedia genetica che ho ereditato¨. Valido come epitaffio di un film orribile, che ha sfruttato malamente l´intelligenza che timidamente fa capolino qui e là soffocata da schematismi e bozzettismo.