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HUNDSTAGE [Canicola / Dog Days]
Anno: 2001
Regista: Ulrich Seidl;
Autore Recensione: clarissa
Provenienza: Austria;
Data inserimento nel database: 15-09-2001


HUNDSTAGE [Canicola / Dog Days]

HUNDSTAGE [Canicola / Dog Days]

Ulrich Seidl

CONCORSO –Venezia 58

SCENEGGIATURA Ulrich Seidl, Veronika Franz

FOTOGRAFIA Wolfgang Thaler

INTERPRETI Maria Hofstätter (l'autostoppista), Alfred Mrva (l'uomo della sicurezza), Erich Finsches (l'anziano), Gerti Lehner (la governante), Franziska Weiss (la ragazza)

Austria, 2001

35 mm (1:1,66), colore, 120'

Dog Days, giorni da cane e giorni privi di divinità, film gelido, geometrico e documentaristico, che svela l’anestesia austriaca e le perversioni come in una palla di cristallo, che invece che la neve contiene un solo abbacinante. Notti violente e giorni di macchine e supermercati, tra immagini di tristi figuri stesi fuori a prendere inutilmente il sole, ridicoli corpi gettati che non si aspettano nulla. Ordinarie catastrofi tanto più orribili perché non generano stupore, vengono vissute passivamente e senza tragedie, dato che è finito il regno del divino e nessuno decide per nessuno ma ognuno si arrangia a riempire il vuoto come può. Un Carver austriaco. Pezzi di vita e vita fatta a pezzi in un calore baluginante, desolato e torrido. Anche se le storie si svolgono tutte all’interno di temibili villette a schiera tutte uguali e ugualmente anonime. E forse così si capisce come mai Haider sta al potere.

Le sei piccole storie di Carver in Austria presentano tutto il campionario immaginabile: giovane belloccio e violento con fidanzata anoressica, vecchietti metodici e nostalgici, un po’ micragnosi, famiglie distrutte nel silenzio, donne che si sfogano nel sesso estremo, venditori porta a porta che entrano a disturbare nelle case di tutti gli altri protagonisti, poetiche pazzerelle. Geniale quest’ultima, la provocatrice, una ragazza ritardata pare, che chiede passaggi e durante il tragitto tra la recita di una hit parade sulle veline austriache e una canzoncina dell’ikea (ma forse non è pazza ma solo nella norma)e l’altra pone domande inquietanti -sei in menopausa? scopate ancora voi vecchietti? perché hai i denti orribili?- intanto ascolta la sua musica folk preferita e alla fine se ne andrà a vedere la madonna, dopo essere stata punita, capro espiatorio innocente, da un gruppo di isterici borghesi che vivono nelle villette a schiera. Poi c’è una maestra che ha un amico pappone che una sera con un amico le fa una festina violenta e umiliante; l’amico, un debole violento, decide e di vendicarsi al posto di lei e sevizia (all’infinito, hai paura che non smetta mai) il pappone fino alla memorabile scena kitsch del ciccione ossigenato che con una candela nel culo –accesa- canta l’inno austriaco, "tu popolo che hai il senso della bellezza".

L’Austria e l’asfissia; che ti fa credere che il sesso estremo e il corpo possano risolvere i problemi della mente e i dolori dell’anima, che il sesso guarisca dal dolore aumenti la gioia; ma il sesso non cura nulla e il coperchio di canicola rimane.

Seidl, qui al suo primo lungometraggio di fiction, viene dal documentario e si vede, spietato e realista com’è, girava solo nei veri giorni di canicola, uno stillicidio per ottenere 80 ore di girato caotico poi sistemato nel risultato finale. Seidl è il regista preferito di Herzog e si vede anche questo; Siedl adora i suoi attori e pure questo è chiaro; gli attori sono stati cercati per anni in giro per locali e cartolerie, il pappone è veramente un pappone, più caratteristico di quello del film, non ha firmato nessun contratto facendone una questione d’onore e di accordi tra uomini, recitava solo con mezza bottiglia di vodka in corpo (berne meno era inutile e con di più dormiva) e andava svegliato varie volte per poter giungere sul set; la pazza si è fatta internare per un po’; il marito triste e muto che passa il tempo con la pallina da tennis è un cartolaio sudamericano immigrate e triste sul serio.

Nel solleone senza sollazzo di questo film spietato fatto di solitudini a colori sbiaditi (l’orgia iniziale in un centro commerciale ha naturalmente smosso la pruderie del festival, forse più perché come in Intimacy questi corpi sono veri, non risplendono di calde luci soffuse, non sono curati ma pieni di bozze di tagli, di carne, eccessivamente normali). Ma il cinismo si stempera nella storiella del pingue ingegnere in pensione, che vive sopra un bunker che ha riempito di ogni tipo di vettovaglia, vettovaglie che pesa per non farsi imbrogliare dalle multinazionali, che fa dispetti ai vicini e che rivive l’anniversario di matrimonio con una coetanea che fa le veci della moglie. Stupenda la scena dello spogliarello di lei; lui la guarda soddisfatto e critico per poi lasciarsi andare a commenti tecnici (sembri un odalisca, molto bene). Lei è stupenda, non è ridicola a meno che lo siamo tutti nel rituale della seduzione. I ridicoli sono gli altri che investono di significati malati o di sopraffazione l’atto sessuale, i due vecchierelli sono seducenti e felici e la canicola la lasciano fuori.