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Affliction
Anno: 1997
Regista: Paul Schrader;
Autore Recensione: Alberto Corsani
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 09-04-2000


Insider

Affliction

Usa, 1997

regia: Paul Schrader

Se dovessi trovare un paragone musicale, sarei portato a pensare a Leonard Cohen, quello più chiuso e introspettivo, che quasi parla, degli ultimi dischi, quello meno noto (fermo restando che è sempre un grande): perché "Affliction" è un genere di difficile definizione: così come è difficile definire la musica che lo accompagna. Non è blues, perché è troppo bianco; non è blues, come invece lo è "Paris, Texas", ma in questo caso il protagonista subisce gli eventi, ci snocciola la propria ballad perché la sua donna è perduta per sempre.

No, il tono dolente di "Affliction" (in tutto rispettoso – il tono, non tanto la vicenda – del romanzo bellissimo di Russel Banks) viene dal fatto che i protagonisti hanno poco da rimpiangere: hanno infatti sguazzato nella vita che hanno condotto, quasi sempre sbagliando e persistendo nell’errore. Sbaglia sempre Wade, lo sa e sbaglia ancora: con la moglie lo si intuisce retrospettivamente, ma poi sempre con la bambina, col collega rampante e con il datore di lavoro; sbaglia intestardendosi a riaprire la causa della sua separazione; sbaglia, probabilmente, nel farsi suggestionare sulla pista del presunto omicidio del capo sindacalista, morto invece accidentalmente: sbaglia, quindi, nel ritagliarsi un ruolo di redentore, di donchisciottesco salvatore della cittadina destinata alla speculazione edilizia. Non si può dire che subisca delle ingiustizie, perché in massima parte se le cerca; ma certo ha il torto di trovare motivazioni nella propria ostinazione, nella volontà di accreditare come frutto delle sue scelte quelle che sono invece dei dati di fatto. In fondo la sua aggressività, un po’ positivisticamente, gli viene da quella del padre, e così l’alcolismo, così la violenza, così il rifiuto per l’imborghesimento. Inesorabile il destino, pervicace colui che lo accetta e lo riconosce, sbagliando, come prodotto della sua iniziativa.

Il paesaggio fa l’anima, in "Affliction": neve, alberi, grandi estensioni di conifere: un bel paesaggio ma minacciato dalla speculazione, roso come l’interiorità di adulti che non si comportano come tali. E il paesaggio fa anche il destino, la mattina presto come all’imbrunire, colori cupi e ambiente ovattato, non dissimile da quelli del "Dolce domani", non a caso proveniente dalla stessa penna. Il freddo, che emana da ogni inquadratura, è in questo caso un dolce freddo, un salutare rigore, che rallenta le funzioni e in questo modo argina, relativamente, la discesa nell’abisso, sostenuto in questo sforzo, destinato in realtà a fallire, anche dall’alcol, anestetico dell’anima e un po’ improbabile dei denti. Il freddo, la neve, consente anche di starsene seduti a guardare un incendio, anche quello che hai appena provocato, perché sai che non si estenderà, ed è la più bella delle inquadrature: crudelissima, il corpo del padre che arde nella casa in fiamme e Wade a tavolino, pochi metri più in là, a bere.

L’impianto ha molto del thriller, anche se il film parla dell’anima. È implacabile come "La signora della porta accanto", definitivo come "L’amico americano", spietato come "C’era una volta in America"; taglia deciso, ignora tutto e tutti, si permette perfino di mettere in scena tre morti (nel senso di tre decessi) anomali: un colpo non parte, quando Wade vuole far fuori il padre, poi lo colpisce, poi dà fuoco alla casa; la madre era morta nella disattenzione del brutale James Coburn (che ha vinto l’Oscar, per quello che vale ma lo meritava, come non protagonista), che quasi non se ne accorge e poi si rassegna ma lamenta che non sia toccato a lui; Townblee, nella caccia al cervo, si spara per caso, cadendo nella neve. Un thriller deve avere una storia che si innesca e poi segue il proprio corso, inesorabile: "Affliction" è così, ma con la falsa pista delle tre morti che non sono gli eventi fondamentali, sono "à coté" della discesa agli inferi personale e collettiva: un po’ tutti fanno pensare al senatore di "C’era una volta in America" che va incontro al trituratore del camion della nettezza urbana. I fatti che si intrecciano, e soprattutto i dialoghi, non aggiungono molto alla vicenda, ma ai personaggi sì, sovraccaricano per accumulazione quello che la linearità della trama (pur rigorosa) non può dare. L’abisso viene con il vissuto, una sorta di credito negativo, che al momento buono ti tocca riscuotere, e a quel punto non importa come ti comporti ma che cosa hai accumulato in dote. Nessuno te lo toglie quel passato. "Affliction" è un film al passato. L’epifania è per noi, per loro è tutto scritto altrove.