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L'armée du salut
Anno: 2013
Regista: Abdellah Taïa;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Francia; Marocco;
Data inserimento nel database: 27-09-2013


“Non si dorme a stomaco vuoto.” Abdellah Taïa ha scritto L’esercito della salvezza nel 2006. Il libro è un romanzo di formazione di un ragazzo marocchino, diviso e intrecciato fra due periodi della vita di Abdellah: l’infanzia in Marocco e il periodo degli studi universitari a Ginevra. Due tempi diversi, due paesi diversi, due culture diverse, ma una unica storia legata con abilità dallo scrittore. Se Abdellah nel libro è un essere spirituale, diventa egoisticamente materiale nella trasposizione cinematografica diretta dallo stesso scrittore: L'armée du salut. Già nel libro lo scrittore manifestava apertamente il desiderio di passare al cinema. Il passaggio è complicato. Si blocca in una sceneggiatura limitata, a volte incomprensibile. Avendo fra le mani una bella storia, non ha avuto il coraggio di scindere i due momenti, avrebbe potuto concentrarsi su un mondo. Invece, volendo raccontarci l’impossibile in meno di due ore, gli avvenimenti svizzeri diventano molto frettolosi, inconcludenti e inspiegabili. Abdellah è un ragazzo, vive in una famiglia numerosa. Il rapporto fra i genitori è contrastato fra passione e violenza. Il vero leader della famiglia è il fratello maggiore. Egli ha la sua camera, mentre gli altri dormono numerosi uno sopra l’altro. Egli è colto, studia, legge. Abdellah ha un’adorazione per lui. Prevale l’aspetto materiale del ragazzo perché in tutta la prima parte scopa con tutti, basta chiederglielo, nell’indifferenza del padre. Improvvisamente si trova a Ginevra accusato da un professore universitario di averlo sfruttato per ottenere la borsa di studio. Poiché il ragazzo è in ristrettezza economica, accetta l’aiuto dell’Esercito della Salvezza. Il film è veramente tutto qui. La profondità di Abdellah, le difficoltà sia in Marocco, sia in Svizzera spariscono. Come sono incomprensibili i motivi dell’abbandono con il professore. Ad Abdellah Taïa regista piacciono le inquadrature ad angolo, con due muri obliqui. Aumenta la prospettiva e consente l’esibizione, sui pavimenti a scacchi o arabeschi, dei piedi dei protagonisti. C’è tanto bianco, tanto silenzio, molta precisione – forse troppa per il Marocco – dei dialoghi limitati. Bella è la scena di tutta la famiglia, in una stanza, di fronte al televisore. Spento la televisione, lo stesso locale si trasforma in una camera da letto, dove, le stesse persone, dormono uno sopra l’altro. Peccato un’occasione persa.