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Parkland
Anno: 2013
Regista: Peter Landesman ;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: USA;
Data inserimento nel database: 16-09-2013


“Il Presidente Kennedy non avrà bisogno dell’aereo.” Peter Landesman è il regista di un nuovo film sull’assassinio del presidente Kennedy: Parkland. Il Parkland Memorial Hospital è l’ospedale dove fu portato il Presidente e qualche giorno dopo il suo assassinio Oswald. È il 22 novembre 1963, Dallas è in festa, arriva il Presidente. L’eccitazione è palpabile. Abraham Zapruder ha una nuova bellissima camera per riprendere l’arrivo di Kennedy, concede ai suoi dipendenti il permesso di sospendere il lavoro per andare a salutarlo. Nell’ospedale Parkland i dottori stanno svolgendo le solite attività. L’FBI ha passato il controllo del presidente ai servizi segreti, quindi nella sede di Dallas sono più tranquilli. Le tre scene s’intrecciano producendo un senso di ansia e di felicità per una presenza così importante nella città. Tante immagini di repertorio accompagnano l’inizio. Il Presidente è arrivato e dalla macchina scoperta saluta la gente. Zapruder sta riprendendo la scena, quando un colpo di fucile uccide Kennedy, il suo filmato è storia. L’attimo della morte lo osserviamo attraverso gli occhi della gente, il loro stupore, l’incredulità. Volutamente la storia di Landesman non racconta le mille e più congiunture sulla morte di Kennedy. Complottisti, amanti delle cospirazioni a oltranza, blatteratori sui microchip trapiantati sotto la pelle, sostenitori dello sbarco su un set di Kubrick anziché sulla luna, hanno stancato, contribuendo a impedire la verità, probabilmente sostenuti da lungimiranti lobbysti della confusione. Il regista vuole mostrarci un altro aspetto della vicenda, un effetto presente ancor oggi in America dopo l’11 settembre. Vuole raccontarci la confusione, la frenesia, l’agitazione, l’ansia, il sentimento di sentirsi vulnerabili degli americani. L’assassinio di Dallas è stato un trauma collettivo, e questo sentimento di passione, di adesione sociale nei momenti difficili è la caratteristica americana: diventano una nazione imbattibile. Saltuariamente, gli Stati Uniti sono vittima di uno shock al quale reagisco all’unisono, come un terminator si trasformano e formano un corpo unico verso uno scopo comune. I dottori dell’ospedale Parkland sono gente comune e si trovano di fronte al loro intervento più importante della vita. Zapruder ha una piccola azienda e la sua esistenza cambia perché ha comprato una piccola cinepresa portatile. Gli agenti dell’FBI di Dallas avevano sotto controllo l’assassinio: “Ieri ho perso il mio uomo.” Azione, montaggio frenetico per aderire alla sensazione di disagio degli americani. Le scene migliori sono all’ospedale Parkland: “Che posto di merda per morire.” Il tentativo di salvarlo è veloce, confuso; c’è tantissima gente nella sala operatoria. Tutti sono impregnati di sangue come se fosse acqua battesimale: “Chiamiamo un prete.” Sempre all’interno della sala c’è un bizzarro litigio. Da una parte la polizia locale e coroner, contro i servizi segreti e gli uomini della Casa Bianca. Il coroner pretendeva la giurisprudenza sul caso e voleva tenere il corpo a Dallas: “Quel corpo è mio.” Appaiono tutti i piccoli problemi, come portare e dove mettere la bara nell’aereo. La drammaticità del momento rende tutti uguali. Tutti vogliono fare qualcosa, tutti sono uguali senza distinzione, generali e semplici agenti. Il film ci presenta il fratello di Lee Harvey Oswald: Robert Edward Lee Oswald. C’è un fondo di pietà umana perfino per un assassino, odiato da tutti. Oswald sarà ucciso due giorni dopo e trasportato anche lui al Parkland. John Fitzgerald Kennedy e Lee Harvey Oswald sono l’opposto, due storie totalmente diverse, due sorti opposte, eppure saranno accomunati per sempre. Il finale intreccia il solenne e popoloso funerale del Presidente a Washington e quello misero di Oswald. Ci sono il fratello, la madre, la moglie e i figli piccoli e nessun altro parente o amico. E tanti fotografi e giornalisti. Molti sacerdoti hanno rifiutato di celebrare il funerale, accetta solo uno per pietà. La tomba è stata trovata dalla FBI, altrimenti nessuno aveva concesso il permesso. Il personale del cimitero rinuncia a svolgere il proprio lavoro. Saranno i fotografi ad aiutare il fratello a seppellirlo. È un film difficile, diretto con puntiglio da un regista al primo lavoro. L’intreccio a volte si smorza, i personaggi sono tracciati ma non approfonditi. È una storia corale e richiederebbe un tessuto e un linguaggio alla pari, però è in grado di esprimere un aspetto diverso con caparbietà. La pellicola uscirà in sala e poi sarà trasmesso su Rai tre il 22 novembre, a cinquanta anni dell’omicidio. (http://raicinema.mostradelcinema.blog.rai.it/2013/09/01/parkland-dal-lido-a-raitre-per-lanniversario-di-jfk/)