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Miss Violence
Anno: 2013
Regista: Alexandros Avranas;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Grecia;
Data inserimento nel database: 10-09-2013


“In questa casa non abbiamo niente da nascondere.” Se fosse reale il concetto della decrescita felice, la Grecia dovrebbe essere un paradiso. Purtroppo la situazione economica ha sprofondato la vita di tantissime persone a livelli miseri. Una disoccupazione oltre il 20% della popolazione, un calo del PIL del 15% in cinque anni, salari reali diminuiti, e una prospettiva ancora peggiore. Non è il luogo per analizzare le cause di una crisi, però sarebbe meglio partire con una bella autocritica. Questo vale per la Grecia e pure per l’Italia. Miss Violence del regista Alexandros Avranas può avere tante chiavi di lettura. Una metafora dell’attuale momento della Grecia, della disperazione sociale e personale. Potrebbe essere letta come la vera causa della crisi, una motivazione interna, non ricercata con le sciatte accuse alla Merkel. Gli accadimenti all’interno della famiglia greca, la violenza, la crudeltà, la cattiveria sono frutti dell’ambiente. La lettura potrebbe essere di una crisi greca nata dentro di loro, frutto di una spietata gestione della cosa pubblica. Il malaffare, la mala politica, la speculazione, la falsificazione dei dati di bilancio pur di entrare nell’euro, èprepotenza interna. La storia ha una partenza drammatica, una rappresentazione crudele. C’è una normale casa, all’interno una numerosa famiglia greca: padre e madre, i figli e i nipoti. Stanno festeggiando il compleanno della nipotina Angeliki. Compie undici anni. Ma la festa ha qualcosa di surreale, un tono assurdo per i comportamenti inerti. Balli, gioia sono finti, danzano infelicemente come nel quadro La danza della vita di Munch Soprattutto Angeliki ha un sorriso triste, è una bella bambina dovrebbe essere allegra invece ha uno scatto freddo, lucido, austero e si getta dalla finestra. L’inquadratura è bellissima, è altresì lo stupendo poster del film, la camera dall’alto riprende la ragazzina schiacciata sul marciapiede; intorno i nonni, la madre e i fratelli. Nonostante il suicidio, il comportamento dentro l’appartamento è stravagante e pazzesco. Il susseguirsi degli avvenimenti altera la visione umana, il basso istinto prevale, l’angoscia caccia il nostro sentire dentro una gabbia. Odio e amore sono snaturati fino a confondersi, riuscendo a ingannare noi stessi. Descrivere levicende della casa non è facile. Il regista usa un linguaggio semplice, prevale il campo medio, con camera ferma al centro. Nell’inquadratura, con una scenografia minimalista e di basso gusto come un divano o una scrivania, entrano ed escono i personaggi. Adoperando lo stesso schema stilistico, la nostra angoscia tende a rimanere prigioniera dell’ambientazione, il riquadro è immobile e il nostro occhio vorrebbe accedere fuori, vorrebbe trovare appiglio in un fuori campo, ma è impossibile, il regista è spietato a tenerci claustrofobici dentro il puro orrore. In seguito intuiamo la violenza, ma nonpossiamo comprendere - né con la ragione, né con il cuore - i laidi meccanismi interni. Il nostro fisico e il nostro animo vorrebbe spingerci a una ribellione,all'opposto siamo costretti a subire un rapporto contro natura. L’esempio è la seguente assurda scena. Quando l’orco ha compiuto uno degli atti di brutalità più crudi e contro coscienza, la camera inquadra la famiglia mentre fanno colazione. Di solito è limitata, scarsa, questa volta è viceversa ricca di cibi, pietanze, dolci e bevande di tutti i tipi. L’abbondanza è il frutto della bestialità, tutti seduti in quella tavola lo sanno e conoscono il perché di tanto eccesso. Il regista bravissimo c’è li mostra mentre mangiano e bevono di gusto, con piacere famelico il frutto della depravazione. La loro mente è alterata, perché il mostro vive grazie alla condiscendenza, all’accettazione, alla passività, all’omertà. Il ghigno di tutti i membri mentre beatamente godono del benessere è una delle scene più sconvolgenti. D’altronde perfino i tentativi dei servizi sociali sono frustrati per la mancanza d’informazione da parte della famiglia. In un ambiente di terrore la conclusione della storia appartiene a un mondo selvaggio al quale siamo di nuovo precipitati, a persone senza speranza, perché dentro la casa a morire è stata l’utopia, il sogno. Il film ha il merito di attanagliarci e di sbrindellare il nostro discernimento. Il regista è capace e dovizioso. Certo, tutti questi campi medi dopo un po’ mi hanno provocato allergia, però sicuramente aiuta alla solida struttura della storia. C’è anche un pizzico di Italia nella pellicola. In un’altra festa in famiglia, gli stessi personaggi tentano di ballare al suono di L’italianodi Toto Cutugno. Il regista ci descrive il meccanismo della scena in una intervista (http://www.shockya.com/news/2013/09/03/interview-alexandros-avranas-talks-miss-violence/): Why did you choose the song by Toto Cutugno ‘L’italiano vero’ for one of the emblematic abuse scenes? The generation that heard this song, when it came out, was a generation that destroyed Greece. I like the song very much, it’s beautiful, there’s no blame connected to it. It simply marks historically the Greek twist of society’s crisis. It starts happily with the father dancing off tempo and then it’s interrupted when the girl feels sick. So I liked the contrast between hard and soft, beautiful and ugly. La sua affermazione ci aiuta a comprendere come ha concepito la costruzione del film. Il primo punto, di cui ho già scritto, è la partenza dall’interno, accomunando una generazione di greci quali vandali e distruttori della loro nazione. La seconda è il modo di elaborare tutte le scene. Lavora per contrasti, unisce due assurdi, due conflitti, due antitesi. La danza, simbolo di divertimento e di gioia, compiuta “fuori tempo” è interrotta per un dolore. Il contrasto fra duro e soffice, fra bello e brutto. Appartiene allo stesso stile la rivelazione dell’orco all’inizio del film. Dopo la morte di Angeliki tutta la famiglia si siede intorno al tavolo per discutere il problema. È come una rappresentazione iconica dell’ultima cena. Tutti di fronte alla camera, soltanto uno è di spalle, vestito di nero, ha la stessa posizione destinata sempre a Giuda: l’orco.